Beasts of No Nation – recensione

Solitamente, i migliori film di guerra sono quelli che non raccontano strettamente la guerra. E quindi la prima operazione che Cary Fukunaga fa col suo Beasts of No Nation, pur immerso in scenari perennemente bellici, è quella di sradicarlo completamente dal genere e usare lo sfondo come pretesto per raccontare la più brutale e viscerale storia di formazione vista recentemente – e vado stretto – al cinema. 

Bests of No Nation è infatti la storia del piccolo Agu, un bambino che rimane coinvolto suo malgrado in uno dei tanti conflitti senza senso, senza confini, senza veri obiettivi, senza eserciti nazionali dell’Africa più profonda, quella dominata dagli squadroni della morte. In uno di questi conflitti privi di identità, come il titolo ci ricorda, Agu perde i genitori ed è costretto a seguire uno dei tanti signori della guerra, costretto a diventare un bambino soldato, un dramma terribile del nostro mondo contemporaneo. L’intero film è narrato dalla voce e dalla prospettiva di Agu, strumento e vittima che perde la propria infanzia e lotta per tornare ad essere solo un bambino.

L’occhio di Fukunaga è però il vero motore del film, molto più dell’azione, molto più delle vicende di Agu. E’ palpabile la vicinanza emotiva del regista verso il soggetto di partenza – il film è tratto da un romanzo del 2005 – e infatti Fukunaga sceglie di mostrare tutto, dall’addestramento agli omicidi, e nel modo più diretto e duro possibile, volendo prendere a pugni nello stomaco gli spettatori occidentali che conoscono il problema ma fanno finta di nulla. Forse però, questo è anche il grosso difetto del film: a Fukunaga manca il giusto distacco verso il soggetto, manca la voglia di stupire con l’essenza del mezzo cinematografico, e così, se escludiamo qualche breve passaggio lisergico chiaramente ispirato ai film del passato nella creazione dell’atmosfera, il film è fin troppo lineare, addirittura didascalico. E’ indubbiamente potente, ci mancherebbe, ma gli manca quel pizzico di originalità in grado di lasciare il segno.

Beasts of No Nation è sicuramente un buon film, ma col suo approccio quasi documentaristico finisce per appartenere a quel genere di film “necessari”, ossia quei film che vanno assolutamente visti per l’importanza del soggetto piuttosto che per la pura qualità cinematografica.

 

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