Suburra – recensione

Suburra è l’ennesima conferma della tesi che sostengo ormai da tempo: al cinema italiano contemporaneo non mancano i grandi autori, abbiamo davvero tanti bravi registi e alcuni di primissimo livello, ma mancano i grandi sceneggiatori del passato.

Non voglio togliere ovviamente nulla a Sandro Petraglia e Stefano Rulli, i due sceneggiatori di Suburra la cui filmografia, ricca di grandi titoli fin dai primi anni ’80, parla da sola, ma solo dire di avere la netta sensazione che i registi italiani di nuova generazione scelgano di narrare visivamente i loro film (Sollima ora, Cupellini in Alaska, ma purtroppo lo fa spesso pure Paolo Sorrentino) relegando la scrittura a mero accessorio strutturale, e quest’ultima finisce quindi per essere inevitabilmente scadente.

Suburra è davvero un esempio chiave. Sollima è un regista ormai di primo livello, e farsi le ossa con le serie televisive, aiutato pure dal fatto che nessuno in Italia fa tv come la concepisce lui, lo ha fatto crescere tantissimo nella padronanza della gestione del ritmo, ad esempio. Le sue immagini sono sempre potenti, piene di tensione ed energia, e la nuova fascinazione con le luci al neon (i dvd di Nicolas Refn servono anche a questo) carica le inquadrature di una notevole espressione pittorica iperrealista. Soprattutto, consapevole che sta raccontando una storia in cui i personaggi sono TUTTI negativi, ha l’intelligenza di girare le scene di omicidio in maniera per nulla indulgente, per nulla spettacolare, con un tocco distaccato e asciutto che impedisce ai criminali di diventare eroi romantici con una morte da poema epico. Ottimo davvero. E poi, inutili dirlo, tutti gli interpreti sono bravi, inclusi quelli che hanno meno minutaggio o quelli più inattesi (credo di non aver mai visto un Claudio Amendola così solido).

Eppure, come detto, la sceneggiatura non sorregge il peso del resto. L’intreccio è debole perchè oltremodo prevedibile, il ritratto dei personaggi è a dir poco superficiale (l’onorevole interpretato da Favino è “luogo comune numero uno”), molti dialoghi sono didascalici e alcuni colpi di scena semplicemente assurdi (gli zingari a casa di Favino, e soprattutto la fuga di un personaggio nella resa dei conti alla palafitta di Numero 8). Oltretutto, in un film in cui la metafora della città del potere è così predominante e tutti la vogliono usare o saccheggiare, è drammaticamente assente Roma: Suburra è affascinato dagli interni, ma dimentica di mostrare la città bella e dannata, dimentica totalmente di creare quell’atmosfera della città più importante dei suoi personaggi. In determinate scene, il film potrebbe essere ambientato in molte altre città senza notare il cambiamento, e non va bene. La narrazione sceglie piuttosto di contestualizzare storicamente la vicenda, cercando appigli nella cronaca reale, un aggancio inutile – una storia simile è assolutamente atemporale – e dannoso, perchè col senno di poi possiamo dire che l’apocalisse riecheggiata dal film non sembra sia arrivata, per fortuna (calo un velo sulle scene del Papa, totalmente piazzate senza un costrutto o un collegamento narrativo col resto).

Forse però, e qui è anche colpa di Sollima, il vero problema di Suburra è la sua perenne indecisione nell’essere un ritorno al poliziottesco anni ’70, ma fatto meglio, oppure un classico crime movie americano, che farlo in Italia pare un miracolo. Si vergogna di essere solo il primo, ma non vuole diventare completamente il secondo, e naturalmente ne esce fuori un ibrido ben confezionato, molto godibile, ma privo di vero mordente sulla tematica pessimista e gattopardiana che mette sul tavolo. Sollima va quindi elogiato, applaudito e spinto ad andare avanti perchè è uno dei pochissimi che in Italia realizza, finalmente, il vero cinema di genere; ma oltre al coraggio vogliamo di più, oltre alla felicità per aver ritrovato un solido film di genere vogliamo finalmente la sostanza. Il pubblico se lo merita, e Sollima è in grado di farlo.

 

recensione precedentemente pubblicata su Culturamente.it 

 

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