Freeheld – recensione

Freeheld è un film che si muove, volontariamente, in costante e precario equilibrio verso il disastro. Da un lato accetta la sfida di mischiare il film sulla malattia al film sociale, un connubio che potrebbe portare a risultati a dir poco stucchevoli e fin troppo manipolatori verso le emozioni degli spettatori; dall’altro decide di abbracciare gli stereotipi, che siano per i personaggi positivi – gay coloratissimi – o figure negative – i classici bigotti religiosi – per portare avanti un preciso e nettissimo discorso.

E sapete una cosa? In questo rischio assolutamente voluto Freeheld riesce a convincere, a lanciare un messaggio efficace, a rimanere in piedi, perché a dispetto di tutto è un film che sa esattamente cosa vuole dire o fare.

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Spesso e volentieri a molti film non basta il valore aggiunto di una importante storia vera, qui invece è un’ancora imprescindibile: Freeheld racconta la lotta di due donne innamorate che, quando ad una è diagnosticata una malattia terminale, fanno di tutto per lasciare la pensione all’altra. E’ l’America di dieci anni fa, la legalizzazione dei matrimoni omosessuali non solo non era ancora legge, ma non era nemmeno un’idea sulle scrivanie dei potenti. Con tali premesse, Freeheld si presenta come un film assolutamente a tesi, deciso a sacrificare la forma in favore del messaggio. E’ un difetto che lo caratterizza nell’intera durata, come detto soprattutto nella scrittura superficiale dei personaggi. Eppure compie innanzitutto una scelta perfetta – il preferire la narrazione della lotta per i diritti d’uguaglianza alle scene di lotta contro la malattia – che impedisce al film di scivolare nel purissimo melodramma (c’è pure spazio non a caso pure per la leggerezza grazie soprattutto a Michael Shannon e Steve Carell, sinceramente più bravi delle protagoniste Julianne Moore e Ellen Page, qui al compitino) e da quel momento cattura l’attenzione: non ci si può non commuovere di fronte alla battaglia di questa coppia, non si può vederlo senza pensare, soprattutto nel nostro paese, a cosa voglia dire una semplice estensione dei diritti che non farebbe male a nessuno, semmai il contrario.
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Freeheld quindi, nella sua scrittura semplice e alquanto convenzionale, nella sua forma da piccolo prodotto tv più che da grande opera cinematografica, non è solo il classico di film in cui il messaggio conta più del resto, ma è un’opera in cui la forza del messaggio diventa essa stessa il fulcro narrativo centrale. Così rimane in piedi, e così manda a casa il pubblico con la consapevolezza che la strada per l’equità ancora va terminata ma è finalmente stata costruita, anche a costo di sacrifici indimenticabili.
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recensione precedentemente pubblica su Culturamente.it
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