Speciale Roma 2015 – Giorni 4/5/6

Tra una cosa e un’altra, abbiamo superato quasi senza rendercene conto la metà della Festa del Cinema di Roma 2015. Il bilancio continua ad essere positivo, e cerco ora di riassumere una tre giorni piuttosto intensa e interessante.

Lunedì è iniziato presto la mattina con la proiezione stampa di Le Rois du Monde, film francese con protagonisti Sergi Lopez e soprattutto Eric Cantona, il leggendario calciatore ormai sempre più a suo agio nelle vesti di attore. Il film sinceramente non è molto convincente, ha la struttura e l’obiettivo di una classica tragedia greca vecchia stampa, ma fondata su due triangoli amorosi perde troppo tempo con quello dei giovani, che fanno davvero perdere ogni briciolo di attenzione. Gli interpreti sono quantomeno bravi, incluso Cantona.

Il pomeriggio è arrivato il momento di vedere, finalmente anche per me, il film più chiacchierato e discusso della rassegna: l’italiano Lo Chiamavano Jeeg Robot dell’esordiente Gabriele Mainetti, con protagonista Claudio Santamaria. Come avrete capito, sono entrato in sala con le aspettative alte, me ne avevano parlato bene praticamente nei giorni scorsi, e sapete una cosa? E’ uno dei rari casi, personalmente, in cui alte aspettative sono state confermate. Lo chiamavano Jeeg Robot è una vera rivelazione, un debutto fulminante per Mainetti, un film italiano come non fa praticamente nessuno. Non è solo la trama ad essere originale, almeno per i nostri canoni – il superhero movie, insomma – ma solo le idee, la forza degli effetti visivi, le interpretazioni, la forma e l’intelligenza di una scrittura che segue un canovaccio classico ma assolutamente perfetto. E’ un film citazionista ma che al tempo stesso riesce ad essere praticamente unico ed incredibile, complice anche l’atmosfera della periferia romana che indubbiamente non ti aspetti in una storia simile? E’ il nostro Chronicle, ovviamente più divertente. Se c’è un difetto, è forse la scelta pretestuosa di mettere una giovane e bella ragazza come appassionata di cartoni animati, e se un grande pregio è l’interpretazione fantastica di Luca Marinelli, un villain che non ha nulla da invidiare ai grandi del cinema di genere d’oltreoceano.

E parlando di prodotti di genere americani, la sera è stata il turno di The Walk, che tra l’altro uscirà tra pochissimo nei nostri cinema: ecco, ringrazio la Festa perchè così ho risparmiato i soldi di un biglietto che avrei sprecato. Il film di Robert Zemeckis è il film più brutto che ho visto in questi giorni, pessimo in ogni frammento, banale nella scrittura e nei personaggi, così vuoto nei primi due atti e poi deludente pure nel finale: la tanto chiacchierata camminata sul filo è si spettacolare, ma dura troppo e Zemeckis fa perdere tutta l’epicità e difficoltà del momento, distruggendo l’hype che aveva costruito. Volendo essere ottimisti e cercare un pregio, dico il 3D assolutamente pazzesco. Ma che magra consolazione, a questo punto rivediamoci il documentario splendido Man on Wire e siamo tutti felici.

Martedì invece ho iniziato la giornata con un altro film che mi è piaciuto moltissimo, l’argentino Eva No Duerme di Pablo Aguero. Il film racconta la travagliata e triste storia dell’Argentina nella parte centrale del ‘900, e lo fa in tre macrosequenze che hanno in comune un filo conduttore: l’ombra, il fantasma, il peso e l’influenza di Evita Peron anche da morta. Il film decostruisce e ricostruisce il mito, con metafore e simboli che ci consegnano il dolore di un paese intero. Film molto particolare come avrete capito, ma davvero interessante.

Il pomeriggio il documentario Hitchcock/Truffaut già passato a Cannes lo scorso maggio, che attendevo molto, non mi ha fatto strappare i capelli. Perfetto compagno visivo del libro intervista da cui è tratto, lettura essenziale per ogni cinefilo, il film si spinge molto sul lascito artistico di Alfred Hitchcock – e ci sono momento che ogni studente di cinema dovrebbe ascoltare – ma molto poco sull’amicizia e collaborazione tra Truffaut e il maestro inglese, diventando quindi qualcosa che non doveva essere in partenza.

Mercoledì è infine il giorno dei contrasti. Il pomeriggio The Whispering Star del rinomato maestro asiatico Sion Sono ha messo a dura prova l’attenzione mia e dell’intero pubblico: non è questione di ritmo, da un film di Sono mi aspettavo esattamente questo, quanto la vacuità totale della pellicola, che la rende quasi una parodia involontaria del tipico film da festival. La sera invece attendevo molto The End of the Tour, e sono stato ripagato: la pellicola di James Pnsoldt è forse la migliore che personalmente ho visto finora, una delicata e profondissima biografia del talento di David Foster Wallace che scruta l’anima umano, col tocco del regista che ha qualcosa di magico. E la strabiliante prova di Jason Segel non deve passare sotto silenzio, è un lavoro magnifico di gesti, tic, tono della voce, espressioni, degno del grande attore.

Tra alti e bassi, questa Festa non lascia affatto indifferenti.

 

 

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