Speciale Roma 2015 – Giorni 2 e 3

La decima edizione della Festa del Cinema di Roma chiude il primo week-end con un bilancio positivo e giornate davvero piene di tanti impegni, difficili da seguire come già detto. L’apice probabilmente, come si attendeva a dir la verità, è stato Room, il film migliore di questo primo terzo della rassegna.

Il mio secondo giorno di festa è iniziato nel pomeriggio con l’incontro aperto al pubblico che ha visto protagonista Jude Law, una inattesa retrospettiva monografica per un attore ancora relativamente giovane e non certo tra i più celebrati al mondo (ma sta girando a Roma la serie tv di Paolo Sorrentino The Young Pope, quindi immaginiamo fosse facilmente avvicinabile). L’incontro a dir la verità, nonostante tali premesse, è stato molto interessante, e tramite moltissime clip un disponibile e simpatico Jude Law ha raccontato tanti aneddoti della propria carriera. Massimo riserbo invece, ma lo immaginavamo, sulla serie di Sorrentino appunto, di cui ha soltanto detto che “il costume di scena è piuttosto scomodo”.

La sera invece è stata la volta di Room, il film di Lenny Abrahamson che lo scorso mese ha vinto il premio del pubblico al celebrato Festival di Toronto. Il film, come già accennato in apertura, non ha tradito le attese, e ha mostrato in modo doloroso e potentissimo una storia tra madre e figlio molto drammatica. Se potete, cercate di andarlo a vedere (ci vorrà molta pazienza e arguzia, uscirà da noi solo il 3 marzo 2016) sapendo il meno possibile della trama, evitando i trailer e le immagini promozionali: anche io voglio svelarvi il meno possibile, ma tanto ci sarà modo per parlare del film molto spesso in ottica premi, con Brie Larson ora come ora favorita nella categoria miglior attrice, ed il punto interrogativo relativo al piccolo Jacob Tremblay, che a soli 9 anni ha regalato una interpretazione pazzesca.

Passati a domenica, anche per digerire Room, che pur fantastico a primo impatto è un film che va comunque metabolizzato, ho deciso di aprire con una commedia: la mattina ho visto Mistress America, il nuovo prodotto della collaborazione tra Noah Baumbach e Greta Gerwig, e sono rimasto nuovamente piacevolmente colpito. Lo ammetto, adoro questa nuova fase di carriera di Baumbach e ho amato tantissimo Frances Ha, e questo nuovo lavoro, pur non raggiungendo il livello del titolo del 2013, è un nuovo strike. Divertente, sincero, con un ritmo fantastico di dialoghi e montaggio, Mistress America ci regala l’astro nascente di Lola Kirke ed un nuovo affresco assolutamente veritiero dei giovani americani medi di oggi. Sono convinto che, a meno di cali improvvisi o separazioni traumatiche, la coppia Baumbach/Gerwig sia molto vicina a realizzare il film definitivo non su New York, ma sui newyorkesi contemporanei.

Domenica pomeriggio ho colpevolmente saltato il tanto chiacchierato incontro con Paolo Sorrentino ma per un motivo validissimo: ho deciso di assistere alla masterclass di Kelsey Mann, story supervisor di The Good Dinosaur, il nuovo film d’animazione Pixar in arrivo il 25 novembre nei cinema, e ne è valsa assolutamente la pena. Mann, senza moderatore, ha tenuto da solo letteralmente in mano la scena, si è messo in piedi al suo bel computer mostrando sullo schermo filmati e foto, e in una specie di classica presentazione all’americana ci ha venduto da un lato il film, e dall’altro ci ha regalato uno dei migliori incontri alla Festa di Roma degli ultimi anni. Tante sono state le immagini e le spiegazioni della lavorazione di un film alla Pixar, e con tante clip abbiamo visto quasi mezz’ora del nuovo film in esclusiva mondiale, e posso dire che The Good Dinosaur si prospetta come l’ennesimo colpo della Pixar. Oltretutto Mann ha curato anche il cortometraggio, tratto dal mondo di Monsters University, che precederà il film nei cinema, lo ha mostrato interamente ed è davvero esilarante.

Felice per questo incontro, la sera sono passato a Freeheld, il film con Julianne Moore e Ellen Page tratto da una drammatica storia vera. E sarà la ventata d’ottimismo portata dalla Pixar, oppure dal fatto che avevo aspettative davvero molto basse, ma Freeheld mi ha convinto più di quanto credessi, perchè dedicandosi più alla lotta per i diritti di uguaglianza sociale e meno alla lotta per la malattia, ha toccato le corde emotive giuste essendo stucchevole il meno possibile e melodrammatico il giusto. Oltretutto l’applauso a fine film è stato sinceramente il più lungo a cui ho assistito – è durato per tutti i titoli di coda – in questo primo week-end di festa: forse è stato fatto anche per omaggiare la presenza in sala di Ellen Page, o forse abbiamo semplicemente il primo grande favorito per il premio finale del pubblico.

Il sommario di questo week-end iniziale è molto positivo, forse a differenza di quanto detto dal direttore Antonio Monda questa edizione è molto più festival, pur essendo tornata a chiamarsi festa, di quanto non fosse lo scorso anno, complice l’assenza di titoli di grande richiamo e le poche star presenti, ma effettivamente la qualità ne sta giovando, e questo è ciò che conta veramente.

 

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