The Leftovers, domani il ritorno con la 2° stagione

Una donna è in una lavanderia a gettoni con suo figlio. E’ agitata, nervosa, dalle sue conversazioni telefoniche capiamo che ha diversi problemi, mentre il bambino piange. Esce dalla lavanderia, posiziona il figlio sul sedile posteriore e continua ad innervosirsi al telefono. Il bimbo non smette di piangere, la donna prende una bevanda – seduta al posto del guidatore – con il sottofondo costante delle grida del piccolo.

All’improvviso, il silenzio.

La madre si volta e la culla è vuota. In un istante il bambino è sparito nel nulla. La donna incredula scende dalla macchina, urla il nome del figlio, si dispera. Intorno si disegna uno scenario apocalittico: un ragazzino vaga chiamando il padre, un carrello della spesa si muove da solo per la strada, un’auto entra nella fiancata di un’altra. Sullo sfondo ascoltiamo le chiamate al 911 di persone che riportano la scomparsa improvvisa di qualcuno.

Con questo incipit inizia The Leftovers, prodotto di punta della HBO iniziata nell’estate 2014, creata da Damon Lindelof e Tom Perrotta (autore del romanzo dal quale la serie è tratta).

Il 14 ottobre 2011 il 2% della popolazione mondiale svanisce nel nulla nello stesso preciso istante. Tre anni dopo, seguiamo le vicende dei sopravvissuti in una piccola cittadina dello stato di New York, tutti alle prese con le conseguenze dell’aver perso qualcuno. La storia ruota soprattutto intorno alla famiglia Garvey; Kevin Garvey – capo della polizia locale – vive da solo con la figlia, dopo che la moglie li ha abbandonati per unirsi a un misterioso gruppo religioso, the Guilty Remnant (nato dopo l’evento del 14 ottobre) e il figlio vaga per la California al seguito di una specie di santone.

Nonostante le premesse, The Leftovers non è una serie di fantascienza tout court. Gli elementi di genere sono presenti e creano un contesto all’interno del quale emergono soprattutto aspetti da drama. Lindelof e Perrotta hanno creato un prodotto molto lontano dalle serie post-apocalittiche degli ultimi anni (Jericho, Flashforward, The Event, Under the dome, tra le tante); l’evento dal quale parte la narrazione rimane quasi sullo sfondo per larga parte dello stagione, mentre al centro troviamo le reazioni dei “sopravvissuti” e i diversi modi di confrontarsi con la perdita e la mancanza di una spiegazione a quanto accaduto. La serie è corale; ci sono almeno 5-6 personaggi ai quali viene data grande rilevanza, con puntate monotematiche su alcuni di loro.
La sceneggiatura si sofferma sul dolore di chi ha perso qualcuno, raramente con scene esasperate, più spesso tramite piccoli dettagli. Il personaggio che meglio riesce a raccontare il dramma della perdita è quello di Nora Durst, che ha visto sparire i due figli e il marito.

Accanto a questa costante attenzione alla dimensione affettiva – che rende la serie più drammatica che “di genere” – l’altro aspetto narrativo portante è il discorso mistico-religioso. In questo campo The Leftovers regala alcune delle cose migliori. I Guilty Remnants, per iniziare. Vestono di bianco, non parlano, fumano in continuazione e attuano una forma di proselitismo silenziosa che esplode in atti più eclatanti. La setta è il perno narrativo della serie, attorno alla quale ruotano le storie dei protagonisti e le riflessioni più profonde sul ruolo della religione e della fede. Le ragioni dei GR vengono chiarite nel corso della stagione, ma dai primi episodi è già chiaro come i “bianchi” abbiano spaccato la cittadina, offrendo un rifugio alternativo rispetto alla religione tradizionale, basato non sul conforto o su una visione conciliante ma su un’ambigua miscela di rassegnazione e attesa. Il loro atteggiamento – che spazia dal restare immobili sulla strada a fissare gli altri a soluzioni più teatrali per ricordare a tutti di aver perso qualcuno – sembra figlio di ostinazione e cattiveria, ma risponde ad una visione filosofica dell’accaduto che viene chiarita nella seconda parte della stagione. Dall’altro lato delle barricate, il reverendo Matt Jamison cerca di trovare una spiegazione delle sparizioni fedele alle scritture, tentando anche di allontanare dai GR alcuni adepti.

Questa tensione – esterna, tra i GR e una comunità che non li tollera, e interna ad ognuno, in bilico tra il trovare conforto nella fede tradizionale o cedere all’apparente nichilismo dei bianchi – è l’elemento più affascinante e originale della serie. E’ difficile trovare in altri prodotti televisivi un approfondimento così acuto e sensibile del bisogno di religiosità che si installa negli individui di fronte ad aventi catastrofici e inspiegabili. La fede e la speranza che le sparizioni possano avere un senso si contrappone al bisogno di dimenticare e continuare la propria vita; su entrambe aleggia il “fascino oscuro” di una setta che si propone di spogliare l’individuo di ogni emotività e legame con la vita precedente.

A supporto di questi temi The Leftovers propone una forma non consueta. La serie si muove seguendo la quotidianità dei protagonisti, analizzati nei gesti e nei dettagli all’apparenza più insignificanti; le sequenze sono spesso prive di un evento drammatico centrale, al contrario, sembrano chiudersi un momento prima che succeda realmente qualcosa. C’è una profondità di regia, prima ancora che di scrittura, capace di dipingere stati d’animo complessi in poche immagini e grazie ad un cast di attori straordinari (su tutti spiccano Amy Brenneman, Cristopher Eccleston e Justin Theroux); la fotografia aiuta con tonalità spesso fredde, contribuendo a creare quel senso di smarrimento e angoscia che aleggia sulla serie. La “lentezza” è il marchio stilistico, intesa come assenza di grandi capovolgimenti della trama e un certo disinteresse, da parte degli autori, a insistere sulle cause che stanno dietro l’evento che fa partire la narrazione. Chi si aspetta una fantascienza ricca di colpi di scena, misteri e relative spiegazioni, rimarrà deluso. Prendendo a prestito un termine in voga negli anni Settanta per descrivere i film di Tarkovskij (in particolare Solaris e Stalker), quella di The Leftovers è piuttosto una “fanta-coscienza”, un sotto-genere che parte da un evento misterioso oppure improbabile per concentrarsi sulle reazioni degli individui, sul modo in cui quell’evento può cambiarne l’esistenza e l’approccio con gli altri.

Mindfuck, colpi a sorpresa, scene d’azione – che pure non mancano – sono gli ultimi dei motivi per i quali si sceglie di continuare a guardare questa serie. “Non succede niente” o “non spiegano niente” sono le frasi che sentirete dire più spesso dai detrattori. The Leftovers – come Les Revenants, altro prodotto cult degli ultimi anni, simile per scelte stilistiche e con un plot curiosamente quasi opposto – racconta il mistero non dalla prospettiva della sua soluzione, ma percorrendo la strada complicata dell’introspezione dei personaggi che dal mistero sono stati travolti; ci attira con un’idea di partenza accattivante, la mette da parte e decide di rappresentare le implicazioni psicologiche e religiose di un evento catastrofico. Regia, attori e sceneggiatura sono tutti al meglio e ci regalano una serie che, pur senza ascolti eclatanti, è destinata a diventare un classico della serialità televisiva.

 

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