Inside Out – recensione

Ora possiamo dirlo a voce altissima, i fans della Pixar possono finalmente stare tranquilli. Anzi, più che tranquilli, e davvero felici. Chi si è innamorato lo scorso decennio, e parlo di milioni di spettatori, della qualità impressionante dei film d’animazione Pixar, è rimasto a dir poco deluso dagli ultimi film offerti: sequel, prequel, film originali blandi, addirittura il primo anno passato senza uscite. Alla fine, ottimisti come sempre, possiamo rileggere questi tentativi e soprattutto lo scorso anno di pausa come la preparazione al grande colpo: Inside Out non solo è il ritorno alla forma della Pixar, non solo è uno dei migliori film d’animazione della compagnia e del genere in assoluto, ma è probabilmente uno dei film d’animazione più complessi e maturi di sempre. 

Già l’idea alla base del film, che trasuda originalità e “pixarismo” da tutti i pori, dovrebbe far capire molte cose: mostrare come funzionano le emozioni all’interno della testa di una ragazza. E’ una premessa originale, folle, ambiziosissima. Tutto questo però non è solo una premessa lasciata a contorno della storia, non è mai utilizzata solo in chiave comica, ma una intuizione portata avanti con vera e serietà e grande creatività, roba che solo Bunuel e Dalì, forse, potevano osare. Pete Docter, l’autore del film e assoluto marchio di garanzia avendo messo la firma su alcuni tra i migliori film della compagnia, utilizza una classica chiave narrativa dei film Pixar – l’allontanamento da un luogo familiare e il perdersi in quello nuovo, cercando di fare ritorno alla “casa” d’origine (e qui, come sempre, l’influenza e la reverenza verso le storie di Miyazaki è totale) – per raccontare la più incredibile delle metafore sulla crescita e sull’accettazione delle difficoltà della vita umana. Ci sono personaggi simpaticissimi, scene di tensione, battute e momenti di grandi divertimento, colori accesi e tanta frenesia, ma Inside Out sfrutta tutto ciò per catturare l’attenzione dei più piccoli ed insegnare loro a crescere con serenità.

La Pixar da tempo ci ha abituato a film molto maturi, che spesso sono più capiti da adulti piuttosto che da bambini. Ora Inside Out, riprendendo e ampliando la tematica di fondo di Toy Story 3, in cui il vero protagonista era il bambino Andy e la sua necessità di lasciarsi alle spalle l’infanzia, passa al livello successivo: ancora una volta lo comprendono di più gli adulti, ma parla specificamente agli adolescenti riuscendo comunque ad intrattenere i bambini. Non esagero nel dire che questo è il film più universale e trasversale della Pixar, perchè il target è quella fascia d’età particolarissima che finora mai nessun film della compagnia aveva toccato così bene.

Immaginare un qualsiasi altro film che racconti così attentamente la mente umana e soprattutto il rapporto che abbiamo con la nostra memoria non è facile. Descrivere il subconscio umano, ma soprattutto l’impatto dei nostri ricordi, e farlo in un film d’animazione divertente, è roba da maestri assoluti. Bing Bong, il simpaticissimo amico immaginario dimenticato nei ricordi, destinato a diventare personaggio iconico della compagnia, è un fantastico esempio della creatività matura di Pete Docter, e la sua parabola rappresenta una storia nella storia che da sola racchiude tutto lo spirito della crescita di un adolescente. Ma forse il vero capolavoro del film, in una storia che parla di accettazione della complessità della vita, è realizzare tutto questo con innato e incredibile ottimismo: a differenza di tanti altri film d’animazione, Inside Out non si muove mai verso un lieto fine forzato, ma sempre verso la realtà delle cose che vanno prese con serenità e forza d’animo. La più grande lezione che Docter vuole lasciarci è accettare la tristezza della vita col sorriso sulle labbra e voglia di andare sempre avanti, e questo – torno al target universale del film – è un discorso rivolto a tutti, ai cambiamenti dei ragazzi ma anche alle difficoltà degli adulti. La paura di crescere non deve essere mai un freno, a nessuna età, ci dice Peter Docter con risate, lacrime, ottimismo e grandissima sincerità.

Insomma, lunga vita alla Pixar!

 

 

2 pensieri su “Inside Out – recensione

  1. Tristezza + felicità = malinconia. Inside Out è un capolavoro epocale, che rimarrà nella nostra mente e che, come ha detto il critico di Variety, cambierà il modo di approcciarci alle nostre emozioni e sensazioni. Se sei interessato ad approfondire la mia opinione ti invito a fare un salto sul mio nuovo blog!!! Su quello vecchio la recensione non cè!

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  2. Pingback: Il Viaggio di Arlo – recensione | bastardiperlagloria2

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