Southpaw – recensione

A parte rarissime eccezioni, i film sul pugilato, più di tutti gli altri film sportivi, fanno parte di un filone ben preciso, ovvero quello del riscatto personale. Al cinema, fin dagli albori del genere, raccontare storie di pugili è lo strumento metaforico preferito per mostrare storie di redenzione e rinascita. C’è uno schema ben preciso da seguire, e non si scappa.

Può ora Southpaw uscire da tale percorso? Non pretendevamo certo che un film di Antoine Fuqua rivoluzionasse il genere, sia chiaro, ma nemmeno che aderisse così profondamente ai dettami classici dei film sulla boxe. Senza paura di smentite, possiamo chiamare tranquillamente il film “Southpaw: la macchina dei clichè“. 

Come se più che una sceneggiatura il regista avesse lavorato su una copia carbone, nel film non c’è un singolo momento che non si possa prevedere. Campione vincente? check. Tragedia in arrivo? check. Crollo verticale? check. Risalita dal basso? check. Allenamento, vecchio coach ingrigito, sfida al rivale dell’inizio che ora ha la cintura? check. Esito scontato? Che ve lo dico a fare.

Ripeto, probabilmente nemmeno i più ottimisti pretendevano da Southpaw una riscritture delle regole dei film sulla boxe – dopotutto se una formula funziona un motivo c’è – ma era quantomeno lecito aspettarsi di più; non una rivoluzione, ma sicuramente una rielaborazione nel modo di narrare il soggetto era necessaria. Invece il grosso errore di Southpaw non è solo la fedele aderenza ai clichè, ma addirittura la scelta, forse proprio per distinguersi, di spingere l’acceleratore ancora di più su questi clichè. Non a caso, il regista Antoine Fuqua e lo sceneggiatore Kurt Sutter (creatore della serie tv Sons of Anarchy) non sono nomi conosciuti nel business per andare sul sottile o adottare mezze misure: il primo completa la propria regia sciatta con dei combattimenti sul ring che sembrano presi da un videogioco, il secondo accentua ed esagera fin troppo nel dipingere la caduta del protagonista, manipola le emozioni e insiste senza freni nello scavo del dolore, (ad un certo punto sarebbe da urlare contro lo schermo ABBIAMO CAPITO!) fino a risultare molto poco credibile.

Addirittura la straordinaria trasformazione e dedizione fisica di Jake Gyllenhaal è resa superflua da un personaggio monodimensionale con cui è difficile alzare il livello dell’interpretazione emotiva, e la migliore nel cast, paradossalmente, finisce per essere la giovanissima Oona Laurence. Dopotutto, cosa si può fare con una storia simile, e cosa ne può uscire fuori di memorabile? E’ già tanto che io sia riuscito ad utilizzare così tante parole per parlare di un film che avevo già previsto totalmente prima ancora di sedermi a vederlo.

 

 

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