Città di Carta – recensione

Avevo molte attese verso Città di Carta, pur essendo un film del genere adolescenziale – qualunque cosa voglia dire tale risibile classificazione – dal target preciso e dai chiari intenti commerciali. Il grosso motivo del’attesa era dovuto alla sceneggiatura di  Scott Neustadter e Michael H. Weber, una coppia che nel curriculum ha messo film simili narrati sempre con originalità e grande sincerità, non sbagliando mai un colpo. Ma nessuno è infallibile, purtroppo. Città di Carta è un film che non funziona in nessun momento, ma voglio subito scagionare Neustadter e Weber: con un simile materiale di partenza era difficile fare meglio.

Sono sicuro che, dato anche il grande successo letterario, il romanzo originale di John Green fosse un buonissimo prodotto. Come avrete intuito, non l’ho letto. Ma questo è l’esempio dell’annosa questione degli adattamenti: quello che funziona su carta non sempre funziona su pellicola (prendiamo il finale del film, che naturalmente non rivelo: la soluzione che nel libro risulta anticonvenzionale, e quindi anche intelligente, nel film finisce per essere soltanto stupida e anticlimatica). E soprattutto, un prodotto che ha un target fin troppo definito raramente può essere modificato per incontrare le esigenze di un pubblico più vasto.

Città di Carta, che parte con premesse romantiche, è in realtà in tutto e per tutto la più classica delle storie di formazione. In queste storie si parte da una situazione standard per raggiungere un cambiamento, uno sviluppo emotivo, spesso tramite lo stratagemma narrativo del road trip. Il problema del film è che si parte da una situazione densa di stereotipi, si passa attraverso un road trip inefficace, e si finisce non cambiando la situazione, ma solo sviluppando gli stereotipi iniziali. Città di Carta, come avrete capito, ha il grosso problema di essere troppo costruito, evidentemente artificiale in ogni singolo momento, e ha la grossa pretesa di essere anche profondo quando in realtà non ha la minima componente di profondità o emotività che vorrebbe avere: prendiamo ad esempio il concetto portante delle città di carta e delle persone di carta, di una banalità retorica sconvolgente.

Parlando di stereotipi, non possiamo non evidenziare i personaggi. Nat Wolff e Cara Delevingne sono pure bravi e ci mettono impegno ma, oltre ad una chimica piuttosto assente, di più non possono fare. Il protagonista è il classico bravo ragazzo, timido e insicuro, il quale però andando avanti nel film pare regredire e divenire via via sempre più stupido (colpa anche degli amici, ruoli solitamente destinati ai comic relief, qui invece totalmente piatti e inutili); Margo invece parte da una situazione interessante – la vediamo non per quello che è, ma per come la vede il ragazzo innamorato – ma poi sparisce letteralmente, una cosa che non ti puoi permettere con appena 100 minuti di storia a disposizione. Insomma, perchè lo spettatore dovrebbe interessarsi o empatizzare per un personaggio che non esiste e non è mai sviluppato per ciò che veramente è?

Città di Carta è un film a cui manca la sincerità ma soprattutto la credibilità emotiva che, ad esempio, erano elementi essenziali in Colpa delle Stelle, per fare un paragone con un altro adattamento di un lavoro di John Green, e finisce quindi per essere un film oltremodo pretenzioso sia narrativamente, volendo infilare troppe cose mal strutturate, sia tematicamente, ponendosi come modello per i giovani spettatori a cui regala, però, solo retorica.

 

 

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