Mission Impossibile: Rogue Nation – recensione

Il bello è che, pur essendo nata come adattamento cinematografico dell’omonimo popolarissima serie tv degli anni ’60, il debutto al cinema della saga di Mission Impossible si deve in realtà alla voglia di sostituire, e rifare tutto in salsa americana, l’ormai stantio marchio di James Bond nel cuore dei fans dei film di spionaggio.

Era il 1996, ora è il 2015 – peraltro, raro caso di saga commerciale con appena 5 film in 19 anni, altri franchise avrebbero già prodotto decine di capitoli in tale lasso di tempo – e gli spy movies non sono mai stati così tanti. Non solo, proprio per difendersi dalla concorrenza ormai sempre più forte, la saga di James Bond è letteralmente rinata dalle proprie ceneri, ma anche Mission Impossible al quinto capitolo sforna il miglior film della saga. Cosa è successo? Semplice, anche il film d’azione di alta scuola ha riscoperto l’arte della sceneggiatura.

Christopher McQuarrie, regista e sceneggiatore, ma soprattutto nuovo amicone di Tom Cruise, è il deus ex machina dell’operazione, e non a caso suo è anche lo zampino del sottovalutato Jack Reacher di due anni fa e del bellissimo Edge of Tomorrow dello scorso anno (ed a casa ha “la statuetta” per I Soliti Sospetti). Certo, questo Mission Impossible oltre alla storia intricata o ai rapporti dei personaggi non racconta chissà cosa, non ha una tematica di fondo o un discorso universale, ma quello che propone lo prepara egregiamente: insomma, è un action prima pensato e poi coreografato, cosa rarissima nel cinema commerciale odierno. McQuarrie prende il meglio del genere di spionaggio – gli spostamenti in giro per il mondo, i combattimenti, gli inseguimenti, i doppi agenti, i gadget impensabili – lo fonde a citazioni colte che rendono questo Rogue Nation il film più hitchcockiano della saga – i riferimenti a Intrigo Internazionale e L’Uomo che Sapeva Troppo si sprecano – e condisce con ironia mai esagerata, e tantissima dose di adrenalina con un ritmo che non si ferma mai.

Prendiamo l’inizio, con l’entrata di Ethan Hunt già diventata iconica e lo stunt sull’aereo in volo reso strepitoso da un punto d’inquadratura fenomenale, ma soprattutto la scena nel teatro dell’opera di Vienna, una delle migliori sequenze d’azione degli ultimi tempi: McQuarrie gioca e osa con la tensione e la musica, dimostrando che il film non solo è scritto è benissimo, perchè sfrutta l’azione per raccontare qualcosa, ma anche girato benissimo, con un uso dei tempi magistrale.

Sto esagerando? E’ davvero tutto così buono? Teoricamente, dopo una domanda del genere, dovrebbe arrivare la pagina dei difetti, ed invece devo continuare con gli elogi, perchè Mission Impossible non cade nemmeno nella tipica trappola di questi film: la misoginia. Non solo il personaggio femminile è tosto e assolutamente centrale – e ad essere sinceri, più o meno tutti i film commerciali dell’ultimo periodo stanno giustamente rovesciando lo stereotipo della damsel in distress – ma è anche evitata qualsiasi inutile o banale sottotrama romantica. Anzi, McQuarrie fa di più, perchè in realtà crea una relazione romantica ma la realizza a modo tutto suo: in tante scene di combattimento i due protagonisti si toccano continuamente, si stringono, vanno a contatto corpo a corpo, inscenano una relazione fisica del tutto metaforica che ha dello straordinario. Ancora una volta, l’azione è usata per raccontar e sviluppare qualcos’altro.

Finite le iperboli, ci resta un film perfetto nel proprio genere e di grandissimo intrattenimento, recitato bene (Tom Cruise è sempre solidissimo, Rebecca Ferguson una rivelazione) e realizzato ancora meglio.  La vera missione impossibile, ora, è proseguire su questa strada.

 

 

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