Fury – recensione

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Il lungo prologo di Salvate il Soldato Ryan lo avete presente un po’ tutti, anche chi non ha mai visto il film per intero. I proiettili, le urla, il sangue, i cadaveri, i corpi lasciati sulla spiaggia a marcire sviscerati: un immaginario fortissimo, horror nel vero senso del termine, che ha cambiato, o quantomeno riportato alle origini, il modo di realizzare i film sulla guerra. Ecco, con le dovute differenze tematiche e di messa in scena, Fury espande quel prologo e lo porta a definitivo compimento: idealizzare visivamente la guerra al cinema non è più possibile.

Il regista e sceneggiatore David Ayer, che di storie importante sull’amicizia virile sullo sfondo di violenza e azione ci ha costruito una carriera, proietta la propria poetica testosteronica nella dimensione forse per lui più azzeccata: la Seconda Guerra Mondiale. Di film bellici ne abbiamo visti a decine, anzi, davvero a centinaia, ma pochi altri sono riusciti a restituire la tragedia della vita, se vita vogliamo chiamarla, del soldato nel campo di battaglia. Chi ci ha provato ha sempre preferito indagare l’aspetto psicologico – pensiamo a Full Metal Jacket, pur se ambientato nel conflitto del Vietnam – dimenticando che indubbiamente il contatto visivo rimane lo strumento più diretto e repellente per capire le cose: i personaggi di Fury sono sporchi, distrutti, sudici, feriti, mutilati, abbrutiti in tutto e per tutto, e sono circondati da sangue, sporcizia, violenza palpabile con le mani, e fango, tanto fango, troppo fango. E’ un particolare che ad alcuni potrà apparire secondario, ma in realtà è un elemento visivo fondamentale per rappresentare l’essenza stessa del film: il fango sulle divise, il fango sui volti, il fango nelle strade, il fango rappreso nel cingolato del loro tank. I personaggi e le loro anime sono imprigionate sotto una mare di fango che li intrappola nella violenza e nell’orrore della guerra, senza via di scampo, potendo essere “lavati” solo dalla purezza definitiva, la morte. Pochissimi altri film bellici ci hanno ricordato quanto sporca, in tutti i sensi, fosse la Seconda Guerra Mondiale.

Sotto questo strato di fango è quasi impossibile conservare l’umanità, o quantomeno la propria anima. Un classico dei film di guerra è proprio mostrare come anche gli uomini più tranquilli siano corrotti e resi ruvidi dalla guerra, e Ayer non fugge da questo clichè narrativo, che anzi è colonna tematica portante del film, ma riesce comunque a fare un passo più in avanti, quasi accettando questa maledizione, provando a raccontare come dei soldati, ormai definitivamente tramutati in macchine da guerra, possono continuare a vivere non essendo più umani. In Fury infatti si combatte una guerra, praticamente finita, senza più lo straccio di un ideale, senza più un senso o uno slancio d’altruismo. Ciò che ormai lega i personaggi non è più un semplice sentimento di amicizia, ma un legame indissolubile con l’orrore, di cui non possono più fare a meno perchè, paradossalmente, praticare l’orrore in prima persona fa dimenticare l’orrore che non possono controllare. Pensiamo alle scene di battaglia, che Ayer orchestra magistralmente da ottimo regista d’azione quale è, in cui si combatte quasi senza difendere una bandiera, oppure alla miglior sequenza del film, quella nell’appartamento delle due francesi: forse, in un altro film di guerra, quella scena sarebbe stata addirittura tagliata per prediligere più azione, ma in realtà è una sequenza fondamentale per capire le difficoltà dei protagonisti, un momento in cui, pur cercando di ricreare il calore di una dimensione domestica, per quanto fittizia, non riescono mai a liberarsi dal presente e c’è sempre la sensazione che la situazione possa degenerare da un momento all’altro.

Pur con ottime scene d’azione, pur con ottime interpretazioni – Brad Pitt ha il carisma per la parte e il talento per far scomparire la sua essenza di star, Logan Lerman conferma la promessa che lo vuole tra i migliori giovani emergenti – Fury è soprattutto un film “fisico” nel senso letterale del termine, quasi sentiamo la puzza di sangue e fango che ci accompagna per tutto la storia. Ayer ovviamente non ha realizzato il miglior film di guerra possibile, ma senza dubbio ha realizzato un film di guerra dannatamente credibile: non ci sono eroi, non ci miti, non ci sono ideologie, e questo è già un notevole traguardo.

 

 

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