Youth: La Giovinezza – recensione

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Paolo Sorrentino, prima ancora di essere un grande regista, è un autore molto furbo. E sia chiaro, furbo è inteso come un complimento, non con quella accezione spesso e purtroppo negativa che noi italiani diamo immotivatamente a questo aggettivo. Perchè Sorrentino sa già cosa pensa il pubblico e soprattutto il suo pubblico, sa già cosa si aspetta e sa come trattarli. Lui giustamente afferma che il cinema deve creare problematiche e non dare risposte, e ciò va benissimo fintanto che le risposte le ha lui stesso.

Questo gioco c’era già in La Grande Bellezza: se ti piace, tutto ok, se non ti piace, allora finisci per essere etichettato come i personaggi negativi del film, e quindi non hai scampo. La Giovinezza adesso propone un po’ il medesimo schema: lo possiamo superficialmente leggere come un film minore, senza impennate o chissà quale profondo discorso, ma al tempo stesso per tutto il film Sorrentino ci dice e ricorda, come se sapesse già la nostra obiezione, come se volesse mettere le mani avanti, l’importanza della leggerezza e la forza delle cose semplici e leggere. E come si può dargli torto?

Insomma, ancora prima che il film finisca, Sorrentino ci ha già incartato pure questa esperienza cinematografica.

La Giovinezza infatti, in tanti sensi, è un film molto semplice, molto più accessibile al grande pubblico, con una struttura narrativa ben definita e dialoghi fluidi. Insomma, chi temeva o apprezzava il percorso verso l’astrattismo di Sorrentino, il graduale abbandono di una sceneggiatura rigida per sposare la fluidità delle sensazioni iniziato con This Must Be the Place e proseguito con ben altro effetto in La Grande Bellezza, deve ora ricredersi: non lo leggiamo come un passo indietro, ma come consapevolezza che a questa storia serviva altro, un diverso modo di raccontarla, un ritorno ai toni di L’Amico di Famiglia e soprattutto di Le Conseguenze dell’Amore, che con questo film ha moltissimi elementi in comune (ad iniziare dall’ambientazione). Certo, non mancano mai gli sprazzi di fantasia, i momenti spesso isolati tra loro quasi a dipingere vignette surreali, i tocchi di regia barocchi accompagnati dalla solita pazzesca scelta musicale, ma Sorrentino riesce sempre a frenare prima che la forma diventi predominante.

Più che un film semplice però, La Giovinezza è un film che parla di semplicità, dell’importanza delle piccole cose, del calore della carezza di un genitore, della sensazione impalpabile di un ricordo. Come detto sono temi affrontati senza grande profondità o novità nell’analisi, e questo forse è un limite, ma Sorrentino sceglie la strada più diretta, comunicando col pubblico invece che farlo perdere in ragionamenti filosofici, ben consapevole di potersi affidare ad attori fantastici che filtrano le emozioni senza alcuna difficoltà: Rachel Weisz e Paul Dano pur bravissimi non hanno molto da fare, ma hanno almeno un momento in cui lasciare il segno, mentre Michael Caine e Harvey Keitel sono davvero perfetti; il primo riesce a dare eleganza e forza emotiva ai piccoli gesti, il secondo, che forse non aveva un ruolo simile da almeno 20 anni, sembra essere totalmente a proprio agio. Il rapporto d’amicizia tra i due personaggi è forse l’aspetto più riuscito del film, e fa venir voglia di vedere più duetti tra di loro.

La Giovinezza è un film che parla di ricordi e soprattutto del modo di affrontarli, del rischio di farli diventare un freno per affrontare il presente o della forza di assimilarli per capire il futuro: nel primo caso si diventa vecchi, nel seconda caso si rimane giovani, a prescindere dal fisico o dall’età. E tale discorso può essere traslato anche parlando di cinema, perchè Sorrentino, come mai aveva fatto prima d’ora, parla anche molto del suo mestiere. Anzi, da un certo punto di vista La Giovinezza può essere riletto totalmente come un film metacinematografico, e in questo è paradossalmente molto simile a Mia Madre di Nanni Moretti: entrambi parlano di vecchiaia e dell’importanza dei ricordi – i due film hanno addirittura una battuta, oltretutto importantissima, quasi identica – ed entrambi accompagnano il discorso alla creazione artistica (Sorrentino poi raddoppia, mettendo in scena sia un regista sia un compositore), come se per i due autori fosse catartico sfruttare ciò che sanno fare meglio. Allora possiamo vedere come nel film la vecchiaia in realtà sia lo stato del cinema, come Sorrentino parli delle proprie difficoltà professionali – la battuta “massimi sforzi per modesti risultati” la potrebbe dire qualunque regista al termine delle riprese di un qualunque film – e come cerchi anche di esorcizzare il futuro della propria carriera: quando, in un clamoroso e trascinante cameo, il personaggio di Jane Fonda interpreta allegoricamente il cinema del passato ormai decaduto e afferma che “la tv è il futuro, anzi la tv è il presente” non possiamo non pensare che il prossimo lavoro di Sorrentino sarà proprio una miniserie televisiva.

Quindi, dopo aver accarezzato La Dolce Vita col successo di La Grande Bellezza, è possibile che nel proprio richiamo felliniano Sorrentino abbia ora con La Giovinezza realizzato il suo 8½ personale? Facile a pensarlo, difficile a dirsi. Di sicuro, anche un film che sarà bollato come minore, anche in un film non indimenticabile, Sorrentino è riuscito a mettere tante emozioni da provare e tanto di cui discutere, e questo lo sa fare solo chi ha la stoffa e il talento del grande autore.

 

 

 

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