Il Racconto dei Racconti – recensione

Gli americani hanno un detto molto acuto: “il Diavolo è nei dettagli”. Dettagli, perché a volte basta una parola, anche solo manifestare un’intenzione, e un film viene giudicato ancora prima di essere visto. Matteo Garrone stesso ha detto che Il Racconto dei Racconti è un film per il pubblico, un’intenzione sulla carta giustissima essendo basato su tre fiabe tratte dalla raccolta omonimo di Giambattista Basile del ‘600, dopotutto all’epoca le fiabe avevano proprio la funzione di intrattenere il popolo.

Ma duole dirlo, Il Racconto dei Racconti è tutto meno che un film per il pubblico, medio o alto che sia, e al tempo stesso non ha nemmeno un vero significato per soddisfare altre aspettative. Dettagli e intenzioni appunto, elementi che talvolta sono importanti quasi quanto il talento di un regista.

Definire quindi l’operazione un “film sbagliato” sarebbe però troppo facile e ugualmente erroneo, perché da più punti di vista il film sta in piedi. E’ un piacere assoluto, quasi un orgoglio vedere un fantasy italiano, soprattutto un fantasy che restituisce il genere al mondo adulto, non più destinato solo ai bambini, non più solo dedicato a spettacolari scene di battaglia – qui del tutto assenti – col sangue e la paura che hanno più importanza dei mostri e degli effetti digitali, in cui la meraviglia non è mai conciliante. Garrone aveva detto – e questa intenzione è stata rispettata – di ispirarsi più a Mario Bava che non a Il Signore degli Anelli, una scelta azzeccatissima.

Ma ben presto, il film assume l’aspetto di una bellissima, meravigliosa, fantastica scatola vuota. Non è tanto il fatto di vedere la forma superare la sostanza, ma il problema di vedere solo e soltanto la forma per due ore di film. Pur con tre storie, pur con tanti personaggi, pur con diverse e intriganti situazioni, non scatta mai l’empatia, e pian piano l’interesse scema, lasciando spazio solo alla gioia per gli occhi, che naturalmente non basta. Forse è un problema di scelta delle fiabe, con 150 da cui attingere si poteva fare uno sforzo in più, forse è un semplice ma fondamentale problema di struttura, dopotutto le fiabe per loro stessa natura sono racconti brevi che puntano a fare paura o lasciare una morale semplice, ma tirarle per due ore di film è un errore concettuale di partenza, o forse, proprio per tornare all’assunto iniziale, è un problema di intenzioni. Per quanto l’idea sia bellissima, si percepisce quasi palpabilmente che questo non è il territorio di Matteo Garrone, ma soprattutto è come se si percepisse che ad accorgersene sia stato lo stesso regista. Indubbiamente il regista queste idee le ha sempre un po’ accarezzate, sia in Reality sia già in L’Imbalsatore qualcosa della favola maledetta c’era eccome, ma una cosa è giocare con gli aspetti surreali, altra cosa è abbracciare completamente il fantasy: non abituato a dedicare così tanta cura alla forma, così tanta attenzione a trucco ed effetti digitali, Garrone si è perso la sostanza. Non possiamo nemmeno definirlo un esercizio di stile, perché il cuore nel film c’è, semplicemente, non trova mai spazio e sfogo.

Restano le immagini splendide, quasi pittoriche, gli orchi e i draghi, i costumi barocchi, le scenografie e gli scenari pazzeschi del nostro fantastico paese, le musiche travolgenti di Alexandre Desplat, e un film che purtroppo non riesce mai a trovare un vero motivo d’esistere.

 

 

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