Mad Max: Fury Road – recensione

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di Emanuele D’Aniello

 

Cito direttamente dal vocabolario della lingua italiana: “che ha la grandiosità, l’attrattiva, la suggestività di uno spettacolo d’eccezione, straordinario a vedersi, tale da impressionare profondamente“.

Se, naturalmente, vi state chiedendo di cosa si tratta, questa è la definizione che il nostro vocabolario riporta quando si cerca il termine “spettacolare“.

Nel linguaggio cinematografico, da oggi e per sempre quella è definizione per provare a descrivere l’esperienza di Mad Max: Fury Road.

Fondamentalmente un reboot, che quindi può essere visto senza problemi anche da chi non conosce i film precedenti della serie, ma al tempo stesso pure un ideale sequel, per i veri e vecchi fans che conoscono la vicenda, il quarto ma nuovissimo capitolo della saga di Mad Max è l’atto di riappropriazione del vero cinema d’azione da parte di George Miller. Infatti solo l’autore australiano poteva prendere il suo personaggio, la sua icona, nata alla fine degli anni ’70 in un mondo totalmente diverso da quello odierno, sia nella società sia nel cinema, e traslarlo nella contemporanea offerta di blockbuster senza snaturarlo, ma anzi moltiplicando all’inverosimile le potenzialità. Quello che Miller offre al pubblico non è solo un film, ma una clamorosa, robotante, potente, intensa esperienza visiva, auditiva, sensoriale, una folle corsa che va avanti per due ore secche senza mai fermarsi, col termometro dell’adrenalina che schizza e non pensa minimamente a chetarsi e tornare indietro. Quello che per altri sarebbe goffo, ridicolo, fuori contesto, persino fastidiosamente kitsch, Miller lo cattura e lo rielabora nel proprio discorso anticonformista e quasi punk, come se 30 anni non fossero mai passati, per creare un’opera rock – usando le sue stesse parole – che al tempo stesso sfrutta e rivoluziona il cinema moderno.

Che a 70 anni suonati, e dopo ben 23 anni dall’ultimo film diretto in live action, Miller abbia ancora la freschezza, la creatività, e soprattutto la voglia e l’audacia di girare un film simile – in questo ricorda molto lo spirito di Martin Scorsese con The Wolf of Wall Street – è forse la nota più bella dell’intera operazione. Ma ad essere onesti, nemmeno ad un 30enne verrebbe mai in mente di girare un qualcosa così. Se escludiamo il prologo e l’epilogo del film, e due brevi scene nel mezzo, tutto Mad Max: Fury Road è letteralmente e praticamente una grandissima corsa, un lungo e insano inseguimento tra macchine incredibili e essere umani che di umano hanno solo il DNA. Per più di 100 minuti assistiamo ad un inseguimento impossibile da scrivere, girare, coreografare, con scene d’azione che nemmeno un computer potrebbe generare (e non a caso di effetti speciali ce ne sono molti meno di quanto non appaia a prima vista). E senza mai fermarsi, senza mai guardare allo specchietto, senza mai alzare il piede dall’acceleratore, Miller riesce pure e soprattutto a raccontare una vera storia e caratterizzare i personaggi, alla cui sorte il pubblico tiene veramente: sfruttando simboli semplici ma efficaci, che diventano immediatamente archetipi universali – gli uomini cattivi e deformi, le donne belle, pure e vestite di bianco, custodi del latte e dei semi, quindi custodi della vita e della fertilità – il film disegna un universo post-apocalittico che, a pensarci bene, è diverso dal nostro solo formalmente, ma nell’essenza è il medesimo, in cui la corsa non è una fuga dalla morte, ma una rivendicazione di essa. Mad Max: Fury Road non è un film che pretende di fare la morale al mondo d’oggi o cerca a tutti i costi il sottotesto politico, ma se Miller ha voluto dare un significato alla corsa folle dei suoi esseri deformi e privi di umanità, lo ritroviamo nella consapevolezza della disperazione, nella ricerca del meno peggio, perchè pur correndo a velocità insensate avanti e indietro, una opzione migliore del posto e del momento in cui viviamo non si trova, non esiste.

Tutto ciò, come detto all’inizio, Miller lo fa abbracciando i canoni dell’industria. Dopotutto, siamo in presenza di un film d’azione? Assolutamente si. Siamo in presenza di un film essenzialmente commerciale? Assolutamente si. Eppure, Mad Max: Fury Road ribalta tutti i clichè a cui siamo abituati, da quelli strutturali a quelli narrativi, passando per il ribaltamento di ruoli. Tom Hardy è ruvido, tormentato e intenso il giusto per essere perfetto nella parte di Max, ma il cuore del film e vera protagonista è la Furiosa di Charlize Theron, un ruolo che avvicina l’attrice ad icone come Sigourney Weaver in Alien o Linda Hamilton in Terminator. Come se volesse dare uno schiaffo nemmeno poi troppo metaforico a Michael Bay, che negli anni è divenuto per inerzia il padrone del genere action con i suoi blockbuster, e purtroppo simbolo di un cinema misogino che sfrutta le attrici, anzi le modelle, come corpi da guardare, Miller mette al centro le donne, ne fa la chiave sia emotiva sia dell’azione vera e propria, mette tutti gli uomini in secondo piano, assegnando loro solo difetti, e fa osservare il mondo dalla prospettiva unica di chi la vita la può creare e distruggere. Ne esce fuori un film d’azione femminista, con tutto ciò di positivo che ne segue.

Provate a vedere un altro film d’azione immediatamente dopo, se ancora avete fiato ovviamente, e capirete quanto è diventato stanco e ripetitivo il mondo odierno dell’intrattenimento e dei blockbuster, quanto sono fondamentalmente vuoti film come Transformers o Fast & Furious, pur avendo mezzi e soldi che decenni fa nessuno poteva nemmeno sognarsi. Con lo stesso impatto che ebbe Gravity due anni fa, l’opera di Miller è un’esperienza da gustare con lo schermo più grande possibile, l’ennesimo traguardo di questa arte – in inglese c’è quella parola bellissima “achievement” che rende perfettamente l’idea – in grado di conciliare lo spettatore col proprio desiderio di spettacolo. In un certo senso, Mad Max: Fury Road è l’essenza stessa del cinema.

 

 

Un pensiero su “Mad Max: Fury Road – recensione

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