Mia Madre – recensione

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di Emanuele D’Aniello

 

Lo abbiamo detto tante volte, c’è sempre un rischio forte a realizzare film personali, a portare al cinema, davanti gli occhi di tutti, i propri problemi e le proprie vere insicurezze. C’è sempre il rischio che la critica o il pubblico, banalmente, non siano affatto interessati alle insofferenze di un regista, e quindi vedano come pretenzioso il suo sforzo creativo, oppure l’ovvio pericolo di caricare troppo la messa in scena e realizzare un film che piace solo al diretto interessato. Tutto ciò, naturalmente, capita ai normali registi. Ci sono infatti bravi mestieranti, ottimi registi, grandi autori….e poi c’è Nanni Moretti.

E’ da tutta una carriera che Moretti gioca, se vogliamo usare tale verbo, nel portare al cinema il suo alter ego ed il suo credo, la vita dentro l’arte e il cinema dentro il cinema. Probabilmente nella storia del cinema italiano solamente Federico Fellini ha realizzato così tanti film dall’impianto personale. Moretti però non è più un ragazzino, e da tempo ha lasciato a casa il suo Michele Apicella per farsi interpretare da altri, un po’ come fa anche Woody Allen, un altro che di alter ego cinematografici se ne intende. Mia Madre presenta infatti un protagonista alla Moretti però non interpretato da lui, e pure un personaggio interpretato da lui stesso che ha comunque le medesime caratteristiche della sua notoria personalità. E’ un gioco di specchi non fine a se stesso, ma fondamentale per l’elaborazione del lutto che il film racconta: Moretti è Giovanni, che capisce le sofferenze della madre e cerca di controllarsi e razionalizzare, ma Moretti è anche Margherita, colei che soffre, vive un incubo ad occhi aperti, urla e piange. Nel film varie volte la regista interpretata da Margherita Buy dice ai suoi attori la frase “stai accanto al tuo personaggio”, frase che risulta abbastanza insensata, ma in questo caso è Moretti stesso a stare accanto al suo film, defilato, a volte nascosto, cercando di non rivivere il dolore raccontato e vissuto realmente, ma comunque con la voglia di essere presente ancora, per non dimenticare, per tirar fuori le cose buone da un evento tragico.

Mia Madre dopotutto è la quintessenza del film morettiano: c’è la storia personale, sofferta e sincera, c’è il lavoro cinematografico, con la realizzazione di un film, c’è l’incontro tra le generazioni, col rapporto tra nonna, figlia e nipote, c’è uno spazio per il sociale, mai sopito. Eppure, si percepisce una certa stanchezza per i soliti temi, un certo strisciante disinteresse per la politica e le istanze fuori dal nucleo familiare, una certa voglia di irridere il proprio mestiere, o quantomeno rimetterlo al proprio secondario posto rispetto alla vita vera. In questo, Mia Madre è uno dei film più sinceri e più complessi nella filmografia di Nanni Moretti.

La protagonista Margherita in Mia Madre sta girando un film d’attualità sociale, una storia su una fabbrica che mostra lo scontro tra il proprietario ed i lavoratori a rischio licenziamento, insomma, una produzione tipicamente italiana, una produzione che il vero Moretti non girerebbe mai. E infatti Moretti non ci mostra la realizzazione di un film, ma il disinteresse della troupe, la mancanza di passione della regista, la banalità delle scene e dei momenti girati. Quando Margherita si chiede se il suo operatore stia dalla parte dei manifestanti o dei poliziotti, e si stupisce perchè ormai in giro non si trovano più comparse che nel look possano ricordare gli operai, Moretti in realtà ci fornisce già tutte le risposte che si trovano facilmente nella nostra società. Nel passato questa poteva sembrare una critica, ma ora è una semplice constatazione. I problemi del lavoro, paradossalmente, non sono più la realtà quotidiana, ma diventano la finzione rispetto alla realtà vera del dolore intimo di una madre sul letto di morte.

Mia Madre infatti è un film che si interroga moltissimo sul rapporto tra realtà e finzione, elementi che ritroviamo spesso nel cinema del regista, pensiamo addirittura all’umorismo dell’assurdo dei suoi primi film. Qui per la verità l’umorismo non abbonda, ma quando arriva è amalgamato perfettamente al resto, come il personaggio di John Turturro. Questo carattere bizzoso e folle, estroverso e iroso, alcune volte sembra un elemento esterno al contesto del film, quasi un calco di tono avulso dal resto. Ma Moretti, appunto, non è un autore come gli altri, e riesce a dargli un senso perfettamente coerente col film: il personaggio di Turturro è infatti l’ennesimo elemento di finzione, come se appartenesse alle scene di sogno, un elemento basilare per bilanciare i sentimenti della protagonista, come se esistesse solo per ricordarci che la sofferenza è altrove. Dopotutto è proprio lui a pronunciare la battuta “riportatemi alla realtà” – e il fotogramma immediatamente successivo è la realtà più cruda – come se anche Turturro, in un certo senso, diventasse l’ennesimo alter ego morettiano.

Il contrasto tra realtà e finzione però non è portato avanti solo tematicamente. Tra scene oniriche, flashback, flashforward, Moretti prova con lo stile a disorientare lo spettatore, ricordandoci che non conta ciò che si vede ma ciò che si prova. E in questo, gli riconosciamo l’ennesimo merito, quello di non essere mai melenso, mai melanconico, mai volutamente pesante solo per il gusto di esserlo. Ci commuoviamo in Mia Madre, ma accanto al dolore c’è la consapevolezza, accanto ai dubbi sul futuro c’è la serenità del ricordo del passato, accanto all’elaborazione del lutto c’è la volontà di proseguire il percorso segnato dalla vita stessa. Il film è cupo e triste, indubbiamente, ma lo è più verso il cinema inteso come lavoro che non rispetto alla sofferenza intima, in cui c’è sempre l’appiglio dell’abbraccio di una famiglia.

 

 

Un pensiero su “Mia Madre – recensione

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