Black Sea – recensione in anteprima

di Emanuele D’Aniello

Black Sea è un film che in partenza poteva essere tante cose e, almeno sulla carta, prova a racchiuderle tutte: dramma, thriller d’azione, film di guerra. Rimane però, senza alcun dubbio, un classico film sui sottomarini, ormai quasi un sottogenere scorrendo quanti esempi esistono. Black Sea è quindi essenzialmente un film di genere, godibile e con pochi fronzoli, senza troppe pretese, ma in grado anche di toccare qualche tema fuori dai canonici schemi di simili pellicole.

Kevin Macdonald è un regista esperto e dalla mano fidata, nella sua solidissima filmografia le cose davvero brutte, per suo merito e fortuna, ancora mancano. In particolare ha molta attenzione per uomini, non necessariamente purissimi, costretti a lottare contro difficoltà circostanti che minacciano di corrompere definitivamente la loro anima, che siano i complotti in State of Play oppure il carisma di dittatori come in L’Ultimo Re di Scozia. Questo è ciò che probabilmente interessa di più al regista inglese, non a caso possiamo rivedere Black Sea, facendogli un enorme complimento, come una sorta di Il Tesoro della Sierra Madre ambientato in un sottomarino: il film rimane sempre un thriller in tutto e per tutto, ma svicola ben presto dalle somiglianze con Caccia a Ottobre Rosso per interessarsi ai personaggi, alla loro disperazione e alla corruzione della loro anima.

Il genere, a differenza del sottomarino nel film, è inaffondabile, va avanti attraverso binari ben rodati il cui unico vero lavoro della sceneggiatura è quello di mantenere alta la tensione. Facendo così, Macdonald può appunto permettersi il lusso di toccare temi più caldi, come quelli sociali: la caccia al tesoro del film non è infatti un mero pretesto narrativo, ma un vero cardine simbolico della riappropriazione da parte delle classi meno fortunate di quei bene che i più ricchi hanno dissipato. Il fatto che i personaggi siano disoccupati che hanno perso in lavoro non è un dettaglio per dare contesto alla loro azione, ma una descrizione sincera delle loro motivazioni. Dopotutto il disprezzo per i ricchi è il leitmotiv del protagonista, interpretato con magnetico carisma e trasporto emotivo da Jude Law.

Ovviamente non siamo in presenza di analisi sociali raffinate che prendono il sopravvento sull’azione: Black Sea come già detto rimane un film di genere, non perchè non abbia il coraggio di tentate il salto di qualità, ma perchè l’interesse di Macdonald è quello di raccontare con sincerità solo una storia che possa raggiungere più persone possibili. E, benchè le relazioni tra i personaggi non siano esenti da artificiosi clichè, riesce nel suo scopo, grazie alla tensione sempre alta e all’ottimo stato di forma di un notevole cast di caratteristi davvero ben assortiti. Certo, non è consigliato ai claustrofobici e non fa venire voglia di arruolarsi nei sottomarini militari, ma è un efficiente thriller come ormai raramente si vede.

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