L’ultimo ritorno di Mad Men

Quando ad un amico consigliate di vedere una serie che vi piace molto, la situazione più difficile arriva alla classica domanda: “ok, di cosa parla?”. Eccola qui, la tragedia. Vallo a spiegare adesso che esistono serie senza una trama precisa, che vanno avanti per anni con pochissimi movimenti della storia ma con una grande esplorazione delle situazioni, dei personaggi, dei temi. Ti riderebbe in faccia, a torto, ma lo farebbe comunque. E se volete consigliare Mad Men, che tutti questi elementi li racchiude, ancora peggio è provare ad abbozzare davvero una trama: “Mad Men è una serie che racconta le vicende di una agenzia pubblicitaria nella New York degli anni ’60”. Come si può convincere qualcuno con una premessa simile, e allo stesso tempo fargli capire che in realtà si racconta molto altro?

Mad Men non va raccontata, non va spiegata, non va descritta a qualcuno con le caratteristiche classiche delle altre serie tv. Mad Men va vista, punto e basta, esplorata, assimilata, annusata, fumata, bevuta, ballata, vestita, persino respinta.

Domenica 5 aprile in America inizia l’ultima stagione composto da 7 episodi – non è nota la messa in onda italiana, ma immaginiamo si dovrà aspettare ancora qualche mese, considerando che il canale Rai4 ha da poco terminato la trasmissione della vecchia stagione – e pensare che Mad Men sia arrivato alla conclusione fa un certo effetto. La serie creata da Matthew Weiner, ex membro del team degli sceneggiatori di I Soprano, e mai miglior scuola poteva esserci, ha creato un caso più unico che raro: la serie tv meno mainstream di sempre, meno conosciuta e vista dal grande pubblico (l’unico esempio avvicinabile, ma con altri parametri, è The Wire), in grado di influenzare come altre serie molto più famose e amate. Mad Men non è conosciuta quanto Lost, Breaking Bad, Game of Thrones, The Walking Dead, solo per citare esempi recenti e famosissimi, è sempre rimasta una serie fondamentalmente di nicchia, anche un pizzico snob, quel tanto che basta, eppure ha lasciato un segno, anzi un cratere enorme nel panorama televisivo americano e nella cultura pop, diventando cult al di fuori dei confini del piccolo schermo, passando da serie che imitava uno stile a serie imitatissima a sua volta.
L’intenzione di Matthew Weiner, fin dalla genesi della serie nel 2007, è sempre stata utilizzare il nascente e rampante mondo delle agenzie pubblicitarie newyorkesi degli anni ’60 come uno specchio, una grande allegoria per analizzare i mutamenti dell’intera società americana nel decennio forse più famoso, importante e decisivo della sua storia. Weiner ha preso un decennio già di per se cult, ricco di avvenimenti storici, spesso tragici, di importanza e notorietà capitale, e ha tirato fuori un prodotto di enorme complessità. Sono innumerevoli i temi e le relazioni toccate nella serie, nessuno di questo con semplicità o sufficienza. Dopotutto, tanti altri avrebbero cercato di parlare, attraverso la metafora, della società contemporanea, invece Weiner cerca un diverso approccio, ovvero capire perchè la società americana attuale è così, cercando la genesi e le domande.

Pensiamo che il protagonista della serie, l’ineffabile Don Draper, dopo 7 stagioni è ancora fondamentalmente un mistero. “Chi è Don Draper” è una domanda che spesso ricorre nelle varie stagioni: non è un buono, non è un cattivo, non è nemmeno il classico antieroe che va tanto di moda in tv. Don Draper, a tutti gli effetti, è un essere umano, con i pregi, i difetti, le complessità, le immortali contraddizioni, le paure e le certezze, gli errori e i trionfi, l’esempio che noi, anche nel corso di una vita intera, non riusciamo mai a conoscere veramente l’imperscrutabile mente di coloro che ci sono vicino. Don Draper è la creazione più alta di Matthew Weiner, il suo autentico capolavoro: ovviamente stiamo decantando le lodi di una grandissima serie, ma il paradosso è che, a pensarci bene, Mad Men forse non potrebbe esistere senza Don Draper, mentre il fascino di Don Draper sarebbe immutato anche al di fuori di questa serie. Un testamento anche dell’abilità del’interpretazione di Jon Hamm, che ha plasmato con carisma e fragilità un personaggio semplicemente unico.

Inoltre, sono due gli elementi che ho sempre notato e che secondo me hanno contribuito in maniera decisiva alla riuscita della serie: il particolare umorismo e l’amore per le donne. Mad Men infatti, non sembra, ma è una serie anche molto divertente. L’umorismo di Mad Men è un qualcosa che, una volta finita la serie, varrebbe davvero la pena estrapolare dal contesto e analizzare, e ne uscirebbe fuori un interessante studio sulla comicità americana. Weiner, che non a caso nasce ad inizio carriera come sceneggiatore di commedie, ha portato un umorismo situazionista, spesso grottesco, legato alle espressioni degli attori e alla disperazione di alcuni momenti. Non è una comicità verbale – anche se le esilaranti “one liners” di Roger Sterling meriterebbe un articolo a parte – e non è nemmeno fisica, ma è un umorismo intrinseco nella narrazione, naturale, mai slegato al contesto o posticcio. E poi, come detto, ci sono appunto le donne di Mad Men: i personaggi femminili della serie sono tra i migliori dell’intera panorama televisivo, e l’attenzione di Weiner per loro ha permesso di identificare come mai prima in tv il ruolo della donna nell’evoluzione degli anni ’60. Pensiamo allo sviluppo di Peggy Olson, forse il miglior personaggio della serie dopo il protagonista, che nel corso di 7 stagioni ha attraversato quasi tutte le fasi che contraddistinguono l’evoluzione di una donna.

Mad Men ha cambiato la tv pur con i movimenti di trama molto compassati, col suo ritmo tranquillo – altri direbbero lento – e pur piacendo tanto, ma davvero tanto, ma tanto tanto, più alla critica che al pubblico. Nessun prima d’ora aveva bilanciato così bene una sostanza così travolgente e acuta ad una forma così impeccabile: Mad Men infatti è anche la scenografia perfetta, i costumi eleganti, le acconciature stilizzate, la scelta calibrata delle musiche. E se proprio vogliamo essere pignoli e cercare di rispondere alla domanda iniziale dell’articolo, possiamo dire che Mad Men è una serie che parla di noi, di cosa vuol dire essere uomini e donne, negli anni ’60 come oggi. Tutto ciò tra una sigaretta e un bicchiere di whisky, naturalmente.

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