House of Cards – recensione della 3° stagione

di Emanuele D’Aniello

 

E così, anche la terza stagione di House of Cards è passata. O meglio, non per tutti, o per altri già è finita da molto tempo, poichè come suo solito Netflix, il servizio streaming americano, ha distribuito tutti i 13 episodi online in un solo giorno, lo scorso 27 febbraio.

E’ il momento di tirare quindi le somme su una stagione che, dopo il trionfo delle prime due, era a dir poco attesissima. Come se la saranno cavata Frank Underwood e sua moglie Claire in questo nuovo giro di manipolazioni e intrighi?

Li avevamo lasciati lì, in cima al mondo non più solo metaforicamente: Frank alla Casa Bianca come presidente degli Stati Uniti, e Claire ovviamente come First Lady. Infatti, pur con molti difetti, il finale della seconda stagione era stato semplicemente perfetto, col coronamento del diabolico piano della coppia e l’immagine vincente di Frank nello studio ovale, sguardo come sempre dritto in camera verso noi spettatori.

Quel finale però racchiude tutto il problema dell’esistenza stessa di una terza stagione: l’obiettivo di Frank Underwood, e l’interesse di noi spettatori, era il raggiungimento del potere, non la conservazione di esso. Gli intrighi, le manipolazioni, i sotterfugi, i piani, i rischi presi dai due erano dannatamente affascinanti perchè c’èra una scalata da compiere, un traguardo da raggiungere, tutto da guadagnare. Ora invece, naturalmente, l’obiettivo di Frank è la tenuta dello status quo, della posizione raggiunta, c’è tutto da perdere. Sappiamo benissimo che il godimento della meta è sempre meno intrigante del percorso compiuto.

Oltretutto, Frank è sempre stato presentato per due stagioni come un personaggio amorale, disposto a tutto, privo di altruismo e solo dedito al proprio tornaconto. Vederlo ora agire da presidente, prendendo decisioni per il bene di tutti, spesso addirittura condivisibili, è quasi un controsenso. Non è questo il Frank Underwood di cui ci siamo invaghiti. Vedere Frank non più manipolare, ma trattare con gli altri, lo rende un semplice politico, un presidente come tanti altri, solo con qualche scheletro in più nell’armadio.

Ma proprio questo è l’elemento chiave per capire gli errori della terza stagione: la politica. Le prime due stagioni di House of Cards hanno funzionato perchè non sono mai state uno show politico, non hanno mai avuto alcuna pretesa di realismo, hanno piuttosto puntato sulle manovre del dietro le quinte costruendo in realtà un’autentica tragedia shakespeariana. La terza stagione, invece, si è interessata sia di politica interna, con Underwood impegnato a far passare un ambizioso programma contro la disoccupazione, sia di politica estera, con le trattative per la pace in Medio Oriente fissate col presidente russo, una parodia incredibile di Vladimir Putin. Così facendo, questa stagione ha aperto il vaso di Pandora dei difetti, illogicità e momenti addirittura trash. Tutto quello che prima era accettabile, in nome dell’allegoria scenica per analizzare la sfrenata ambizione umana, ora è semplicemente stupido.

La terza stagione di House of Cards ci ha mostrato uno show normale, e lo abbiamo visto soprattutto nella relazione tra Frank e Claire. Finora il loro rapporto era stato strano e affascinante, una unione di due anime dedite soltanto al raggiungimento del potere, fredde e calcolatrici, ma comunque innamorate in modo quasi diabolico. Ora i due invece sono soltanto marito e moglie, con crisi e problemi annessi. In particolare la parabola di Claire è preoccupante: quello che era il personaggio femminile più interessante dell’attuale panorama televisivo è diventato non solo normale, ma addirittura irritante per la sequenza di decisioni illogiche prese in varie situazioni, sciocchezze che, basandosi sulla costruzione del suo personaggio calcolatore, non avrebbe mai dovuto prendere per coerenza narrativa.

Sono parole dure, ma effettivamente questa terza stagione è insufficiente, quantomeno enormemente deludente rispetto al passato, quasi un altro show. House of Cards forse sarebbe dovuto finire proprio alla seconda stagione, con quell’immagine finale assolutamente perfetta, o perlomeno questa terza stagione, da buona tragedia, avrebbe dovuto mostrare la caduta di Frank e Claire, invece ha scelto di mantenerli ancora in bilico, non sappiamo se per troppo affetto o per semplici indecisione. Una scelta che non ha pagato e da rettificare nella prossima stagione, che a questo punto, vedendo come ci hanno lasciato questi 13 episodi e in particolare l’ultimo, ci sarà sicuramente.

 

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