L’Ultimo Lupo – recensione

di Emanuele D’Aniello

La trasferta cinese di un maestro europeo come Jean-Jacques Annaud parte sicuramente con un’alta dose di interesse e aspettativa, sia per l’occhio del regista francese, sempre attento alle storie di uomini catapultati in un mondo non loro, sia per il materiale di partenza, ovvero l’adattamento del romanzo “Wolf Totem” di Lu Jiamin che ha spopolato in Cina e definire bestseller è praticamente riduttivo. La storia, ovviamente, è la medesima del romanzo: all’epoca della Rivoluzione Culturale di Mao, quindi nel pieno degli anni ’60, il giovane studente Chen è trasferito in Mongolia per educare una comunità di pastori nomadi, ma in quella terra, solo apparentemente selvaggia, è lo stesso Chen a scoprire qualcosa, ovvero l’amore per i lupi, che il governo centrale ha deciso di sterminare fin da cuccioli, poichè a loro detta alterano l’equilibrio della regione, col benestare delle tribù mongole locali che hanno assimilato tale massacro quasi come una tradizione religiosa.

Con una storia simile in un contesto simile, non ero certo facile per Annaud modificare, sottrarre o aggiungere elementi, e di conseguenza non stupisce la fedeltà rigorosa al romanzo originale. Dopotutto L’Ultimo Lupo è un film su commissione – la produzione cinese ha contattato Annaud per l’adattamento – e come tale conserva anche tutti i difetti classici del lavoro su commissione. L’Ultimo Lupo infatti non riesce mai ad andare oltre la propria concezione, in poche parole è un film fermo su stesso, interessato solo a raccontare una storia, già di per se molto classica, senza approfondire oltre il necessario. E’ un compitino, puro e semplice. In questo modo sono tarpate le ali di Annaud che, per citare un solo titolo quale esempio, in Sette Anni in Tibet aveva dimostrato di padroneggiare l’analisi del contrasto culturale per fare un discorso più ampio sul ruolo dell’uomo in un mondo in cui i confini sono soltanto limiti.

Cosa c’è quindi del regista? Indubbiamente una visione attenta per i magnifici spazi aperti della Mongolia, riempiti dalle note del compositore James Horner,  con riprese sontuose della steppa e di un ambiente per noi così lontano e così affascinante. Ma ritroviamo Annaud anche nel contrasto armonioso tra uomo e animale, tra pastori e politici, tra tradizioni e superamento di quest’ultime. Sono gli uomini sotto le pellicce, il vento freddo, la cucina mongola le vere cose che colpiscono e rimangono del film. Purtroppo non è sufficiente, perchè il resto è una storia fin troppo classica, quasi favolistica, dell’amicizia tra un uomo e il suo animale, che va avanti tra passaggi altamente prevedibili e momento addirittura sdolcinati. L’Ultimo Lupo fa a tutti gli effetti parte del cinema di narrazione popolare, ma troppo spesso finisce per assomigliare ad un film Disney per bambini.

Non possiamo sapere, ovviamente, cosa sarebbe diventato L’Ultimo Lupo se l’autore avesse avuto maggiore libertà d’azione, o anche solo mezzi cinematografici diversi. La storia, come detto, è pur sempre abbastanza limitata e semplice. Ma sicuramente per un’operazione simile si poteva anche evitare di scomodare un grande nome del vecchia scuola europea.

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