Cenerentola, pensieri sparsi

di Emanuele D’Aniello

Nel nascente e crescente filone degli adattamenti delle fiabe classiche o quantomeno dei grandi film d’animazione del passato, che nei prossimi anni prenderà sempre più piede considerando la mole di film in lavorazione, questo Cenerentola è finora il migliore, e non è poco. 

Nel raggiungere tale traguardo, ad essere sinceri, il film non ha compiuto nemmeno un così grande sforzo, perchè la forza della storia stranota ha fatto quasi tutto. Kenneth Branagh regista negli ultimi anni ha abbandonato l’amore per Shakespeare – perlomeno al cinema, poichè a teatro continua a proporre opere del Bardo – avvicinandosi ai generi, sperimentando e mettendo alla prova il proprio talento: col cinefumetto del primo Thor i risultati erano stai appena sufficienti, con lo spy action Jack Ryan: l’iniziazione era andata ancora peggio, ma ora col fantasy, se proprio vogliamo rinchiudere Cenerentola in questa categoria, va decisamente meglio. Branagh infatti riesce a ricreare un mondo, un’atmosfera, con toni leggeri ma mai semplicistici. Ovviamente non c’è accenno ad alcuna complessità, ma l’occhio che ha riportato in vita l’Hamlet è sempre lo stesso.

Come detto, Cenerentola è un fin che si regge sulle proprie gambe. E’ classico e tradizionale, non cerca mai di essere innovativo a tutti i costi, ammette con sincerità che la protagonista è un personaggio tutto sommato passivo, e non se ne vergogna mai. Per alcuni forse potrà essere un passo indietro, ma sia chiaro, non è certo Cenerentola il film con cui osare. Il film non a caso decide di rivolgersi non alla fiaba classica di Perrault, ma direttamente all’amatissimo film d’animazione degli anni ’60: a parte poche variazioni, è in tutto e per tutto la copia di quel film, inclusi i personaggi animali animati. E’ proprio questa l’arma vincente: catapultare gli spettatori alla propria infanzia senza farli sentire stupidi, giocare con la nostalgia e il fascino della fantasia senza diventare ridondanti o sdolcinati.

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