Foxcatcher – recensione

foxcatcher

di Valerio Carta

Nell’ultimo periodo abbiamo visto due film americani eclettici, trasformisti, degni dei migliori Jared Leto ed Eddie Redmayne. Whiplash di Damien Chazell, ambientato in un conservatorio newyorkese, evidenziava una violenta tensione tra maestro ed allievo con il ritmo del film sportivo. Foxcatcher di Bennett Miller esplora il settore dello sport a stelle e strisce, con i suoi alti e bassi, con i tempi del thriller psicologico. Tratto da una storia vera e dal romanzo autobiografico di uno dei protagonisti della vicenda, distribuito insieme alla pellicola, in un’industria – cinema – che fornisce ai propri clienti – pubblico – tutti i mezzi che occorrono per scegliere, tra i tanti, un film da vedere, Foxcatcher fornisce poche premesse rispetto a quello che lascia allo spettatore. Un film in evidenza ma al tempo stesso nascosto, come il male dentro i personaggi, che cresce e li consuma. 

La storia del rapporto morboso tra il miliardario John du Pont, fondatore e allenatore del team di lotta libera Foxcatcher, e i fratelli Mark e Dave Schultz, medaglie d’oro alle Olimpiadi di Los Angeles del 1984, un periodo dominato dalle tensioni della guerra fredda. Solo quattro anni prima gli atleti americani si riifutarono di gareggiare a Mosca, in California i sovietici restituirono l’affronto. È palese che Foxcatcher sia, come afferma il sottotitolo italiano, una storia americana: non mero patriottismo, ma volontà da parte di Miller – affascinato dalle indagini sociologiche sin dai tempi di Truman Capote e L’arte di vincere – di esaminare simboli radicati nel paese di zio Sam, in questo caso lo sport e gli eroi, atleti vincenti idealizzati dalla massa. La bandiera a stelle e strisce è il quarto personaggio principale, in evidenza in alcune scene chiave.

Sulle interpretazioni giova il lavoro effettuato dai truccatori Bill Corso e Dennis Liddiard, candidati per un Oscar assegnato ai colleghi di Grand Budapest Hotel. Channing Tatum e Mark Ruffalo interpretano Dave e Mark Schultz, quest’ultimo un atleta tanto forte fisicamente quanto fragile interiormente – si è laureato, ma la borsa di studio l’ha ottenuta per meriti sportivi piuttosto che intellettuali – e un fratello fedele, con una buona famiglia al seguito. Steve Carrel, nei panni di du Pont, ruba la scena e fornisce la chiave della lettura psicanalitica della vicenda, l’ambiguità. Un rapporto conflittuale tra madre, che considera la lotta uno sport volgare, con il tono snob tipico della upper class – e figlio, genera una tensione sessuale invisibile, che du Pont rivolge verso gli individui dello stesso sesso. Il miliardario interiorizza la sua realtà e generalizza Mark: dipendente dal giudizio della madre, richiama Dave per fornirgli una guida. Dipendente dalla cocaina, gliela offre. Tenta di crearsi un proprio doppio vincente, unico modo per sfuggire dai tentacoli della madre, ma trascina Mark nell’abisso insieme a sé. Il rapporto con Dave viene irrimediabilmente distrutto e, nel finale, Miller riesce a rendere una scena anticlimatica funzionale ai toni assunti nell’ultima parte della pellicola, in cui viene rappresentata un’intervista realmente esistente e reperibile su YouTube.

È il primo film dal 2008 a non essere stato candidato per miglior film nonostante una candidatura alla regia. Gli appassionati di wrestling saranno curiosi di sapere che dallo stesso team Foxcatcher uscì Kurt Angle, poi medaglia d’oro alle Olimpiadi di Atlanta 1996.

Un pensiero su “Foxcatcher – recensione

  1. Film gigantesco. Steve Carell monumentale. Bennett Miller in stato di grazia! Se vuoi un parere più approfondito su quello che penso fai un salto sul mio blog 😉 ho appena scritto una recensione!

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