Vizio di Forma – recensione

INHERENT VICE

Vizio di Forma di Paul Thomas Anderson, con Joaquin Phoenix, Josh Brolin, Owen Nilson. USA, 2014

di Valerio Carta 

Nella storia del cinema, il film che maggiormente si presta ad una seconda visione è Casablanca. La prima volta che ci immergiamo nel capolavoro di Michael Curtiz è impossibile apprezzare le sfumature nostalgiche del primo sguardo che Humphrey Bogart rivolge ad Ingrid Bergman nel suo locale in Marocco, memore della relazione vissuta a Parigi con la donna di cui è ancora perdutamente innamorato. Vizio di Forma esporta questo concetto valevole per una singola scena all’intero corso dell’opera. La prima volta che vediamo scorrere i titoli di coda dell’ultimo film di Paul Thomas Anderson, tratto da un romanzo del 2009 di Thomas Pynchon – scrittore di culto le cui opere sono state a lungo giudicate intraducibili sul grande schermo – trasposto praticamente riga per riga dal maniacale regista californiano, ignoriamo buona parte dei sentimenti dei personaggi, visibili dopo una seconda visione.

La domanda da porsi è se tale disorientamento sia funzionale al fine dell’esperienza che lo spettatore di Vizio di Forma deve vivere. Aguzzando la vista, la domanda contiene anche la risposta. A tal proposito, è opportuno ricordare il titolo originale. Inherent Vice, il “vizio intrinseco”, la chiave di volta di un’indagine, ma anche la definizione di un’immagine dalla difficile resa italiana: la tendenza dei materiali fisici a deteriorarsi, causata dall’instabilità dei propri componenti. L’esempio più comune è quello della carta. Come da titolo, il film è in continuo sviluppo verso lo sconvolgimento di una situazione di partenza comune al film noir di cui, sicuramente, anche Thomas Pynchon padroneggia le dinamiche: un protagonista travolto dagli eventi. Per apprezzarne uno che li domina, è bene rivolgersi ad altri generi.

Nella Los Angeles dei primi anni ’70, un investigatore privato, sbiadito ricordo dei figli dei fiori, Larry “Doc” Sportello – Joaquin Phoenix, in stato di grazia, come spesso accade negli ultimi anni – viene avvicinato dalla sua ex fidanzata, che gli chiede di evitare che l’uomo che lei adesso frequenta venga internato in un manicomio dalla moglie e dall’amante di questa. Nel corso della ricca storia, Sportello accetterà altri casi che si legano in un unico filo conduttore. Poco prima della metà dei 145 minuti che ci trattengono in sala, gli occhi rivolti verso lo schermo – in media con la durata degli altri film del suo regista – una cameriera consiglia a Doc e al suo avvocato, interpretato da Benicio Del Toro, di bere qualcosa di forte prima di consumare un pranzo che non rispecchierà i parametri della buona cucina. Rubiamo tale suggerimento elevandolo a metafora dell’intero registro stilistico assunto da Vizio di Forma: per godersi a pieno questa visione, è bene sedersi in sala “ubriachi” di cinema americano. È il film che segna il prepotente ritorno dell’opinione comune che accosta lo stile di P.T. Anderson a quello di Robert Altman, quasi dimenticata dalle ultime opere del primo, dominate da un protagonista carismatico – Ubriaco d’amore, Il petroliere, The Master. Boogie Nights e Magnolia sono stati sicuramente i film più vicini a quello stile autoriale, fondato sulla coralità dei grandi interpreti, assunto da Altman in commedie brillanti degli anni ’70 quali M*A*S*H e Nashville.

A questo punto, Vizio di forma è il nuovo Il Lungo Addio?

Come Elliott Gould nei panni di Marlowe, anche Joaquin Phoenix affronta un contesto più grande di lui, dai contorni stilizzati, imprigionato nel cinema di genere. Lo spettatore assume il suo punto di vista nel corso dell’intera narrazione. Il suo sguardo è parallelo al nostro. Ma un elemento principale della caratterizzazione di Sportello è la tossicodipendenza, una nebbia ritratta in alcune, suggestive, scene. Ci vuole qualcosa che ci estranei dalla situazione. È lo stile di questo film. Il Lungo Addio è un tipico film degli anni ’70, che omaggia i film degli anni ’40. Chinatown di Roman Polanski è un film degli anni ’40 girato negli anni ’70. Vizio di forma è un film contemporaneo in tutto e per tutto. Non si limita a riprodurre determinate situazioni, ma le arricchisce con elementi che non vedevamo al cinema da tanto tempo, con una gestione esemplare della fotografia, che ricorda le tonalità del cinema d’epoca. La componente psichedelica del film ci conduce nel territorio del sogno e, soprattutto, dello straniamento, comune alla società americana ritratta. Un’America nostalgica e colpita dagli scandali della presidenza Nixon, presente in una sequenza.

Arriviamo all’altro paragone, più marcato: Il grande Lebowski, di Joel ed Ethan Cohen. Come i due fratelli, come Quentin Tarantino e Wes Anderson, P.T. Anderson è un regista che ama arricchire il cast con nomi di spicco. Sorprende, in questo senso, l’esclusione di Vizio di Forma da qualsiasi discorso relativo agli Oscar appena passati. Josh Brolin, Owen Nilson, Reese Whiterspoon, Benicio del Toro sono solo alcuni dei nomi che possono ora vantare di inserire nel proprio CV una collaborazione con P.T. Anderson. In un cinema americano sempre più frenetico, riflesso della società, opere come Vizio di Forma ci ricordano il lavoro che gli autori svolgono per spiccare rispetto agli esecutori. Capace di coniugare un preciso stile della commedia brillante a quello del film noir, P.T. Anderson ha diretto un film dallo stile simile a quelli che ha girato all’inizio della sua carriera. Imparata la lezione dei capolavori degli ultimi anni, lo ha spinto all’eccellenza.

Vizio di Forma è un film di Paul Thomas Anderson, più che un film tratto da “Vizio di Forma” di Thomas Pynchon. Considerato il materiale di partenza, è già questa una vittoria per entrambi gli autori.

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