Oscar 2015: il commento

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di Emanuele D’Aniello

Lo scorso anno abbiamo iniziato questo medesimo articolo di commento evidenziando l’incertezza della notte degli Oscar 2014. Ad un anno di distanza, siamo felici di poterci ripetere. Lo abbiamo detto in più occasioni, se possibile la cavalcata degli Oscar 2015 è stata ancora più incerta, e sicuramente più bella di quella dello scorso anno. Non c’era il solo derby tra Boyhood e Birdman, ma la concreta possibilità che alla fine qualche sorpresa potesse materializzarsi, con le chance di American Sniper, The Grand Budapest Hotel, The Imitation Game solide fino alla fine.

Basta rileggere – e potete farlo tramite le pagine della nostra sezione Road to Oscar – i premi delle settimane precedenti e notare come i critici, l’industria e le cerimonie un po’ di mezzo abbiano optato strade spesso diverse ma sempre innovative.

Insomma, era chiaro già lo scorso anno con la vittoria di 12 Anni Schiavo e la contemporanea valanga di premi di Gravity, ma gli Oscar ormai abbracciano sempre di più l’originalità, la novità, il coraggio delle idee. Tanti accusano ancora gli Oscar di essere vecchi, un riflesso autocelebrativo dell’industria lontano dalla realtà del cinema, un gruppo di conservatori instancabili, ma noi diciamo, seppur a bassa voce, che le cose pian piano stanno cambiando.

Quest’anno gli 8 film nominati si potevano dividere in due gruppi ben distinti: il plotone dei film biografici – American Sniper, Selma, La Teoria del Tutto, The Imitation Game – che per quanto ben fatti sono ancora film molto convenzionali, possiamo dire “sicuri”; e poi il plotone dei film originale e innovativi – Birdman, Boyhood, Whiplash, The Grand Budapest Hotel – opere fresche e con una precisa visione alla base, che non solo comunicano qualcosa ma spingono anche la stessa arte cinematografica verso nuovi confini, ognuno a modo proprio.

E di questi due gruppi, il secondo è stato fortunatamente il vero trionfatore della notte degli Oscar. Un fattore che ha contribuito a creare questa nuova dinamica è l’esplosione ormai definitiva del cinema indipendente – mai come negli ultimi 3/4 anni gli Independent Spirit Awards hanno predetto i vincitori dell’Oscar – aiutata non solo dalla qualità delle pellicole e dalla crescente diffusione degli strumenti in ogni parte del globo, ma anche dal costante mutamento d’interesse dei grandi studios più verso i blockbuster ed i film dai grandi incassi che non verso i prodotti medi. Curiosamente, Birdman parla anche di questo. E in tale voragine si è inserita una compagnia indipendente come la Fox Searchlight, che ha prodotto siaBirdman sia 12 Anni Schiavo (e ha prodotto pure The Grand Budapest Hotel, quindi valanga di premi per loro) ed è alla seconda vittoria consecutiva. Mica male.

Ovviamente non tutte le problematiche sono state risolte. All’Academy funzionano ancora le etichette più resistenti, prendiamo quelle della recitazione. Eddie Redmayne e Julianne Moore rappresentavano forse le scelte più sicure – nel caso dell’attrice però c’è da essere davvero felici – perchè inscenare i personaggi realmente esistiti o inscenare la malattia, e con Redmayne entrambi, tira ancora tantissimo. C’è poi la voglia di regalare sempre qualche contentino, con tutti gli 8 film candidati che hanno vinto almeno un premio. Oppure i marchi che vincono a prescindere da tutto, prendiamo il caso della doppietta della Disney nell’animazione e corto animato, quando forse meritavano altre opere. Però sia chiaro, non possiamo lamentarci come si faceva un tempo il giorno dopo gli Oscar. Non c’è più Crash che supera sul filo di lana Brokeback Mountain, o Il Discorso del Re che batte The Social Network, fortunatamente. Abbiamo assistito ad una sfida tra Birdman e Boyhood, due film piccoli, praticamente sperimentali, fondati sulla qualità e sulla visione dell’autore. Non troppo tempo fa, addirittura a dicembre quasi nessuno ancora credeva che Birdman potesse vincere, una black comedy girata con un unico finto piano sequenza che alterna realtà a fantasia, addirittura dopo la proiezione a Venezia molti lo definirono troppo “strano” per i gusti dell’Academy; la scorsa estate chi poteva immaginare che un film come Boyhood potesse vincere, un esperimento girato in 12 anni che non mostra mai nessun grande traguardo ma si concentra sui piccoli momenti, e forse ha danneggiato le sue chance proprio la sovraespozione dei premi critici, una pressione che un piccolo film non poteva sostenere per mesi; e chi poteva mai immaginare che un film come The Grand Budapest Hotel, uscito addirittura un anno fa in America, una commedia pura realizzata oltretutto con lo stile così distintivo di Wes Anderson, mai piaciuto all’Academy, andasse a prendere addirittura 4 statuette? Oppure considerare le tre statuette di Whiplash, un film dagli incassi microscopici?

Questo ci sentiamo di dirlo già a voce più alta: mai come quest’anno agli Oscar ha vinto la qualità. Prendiamo anche le categorie tecniche, dal montaggio alla fotografia, dal sonoro agli effetti speciali, passando per la musica, costumi e scenografie: mai come quest’anno le scelte hanno messo tutti d’accordo senza contestazioni, col vincitore giusto al posto giusto. Non diciamo che queste categorie hanno premiato il valore oggettivo, essendo questo un attributo troppo nebuloso e paradossalmente smentibile, ma fare di meglio era quasi impossibile.

E venendo allo show televisivo vero e proprio? Beh, realizzare 3 ore e mezza di show in cui fondamentalmente celebrità si premiano a vicenda (e la maggior parte è composta da categorie che il grande pubblico non conosce) non è mai facile. Ma pur con tali premesse, lo show è stato altamente deludente e salvato proprio dai vincitori stessi. Neil Patrick Harris è simpatico, bravissimo, ha grande esperienza in conduzione televisive – ha condotto i Tony Awards e gli Emmy Awards – ma complice un materiale non buono e una certa emozione mai nascosta, non ha lasciato il segno. Ha iniziato bene, con un’apertura musicale sicuramente classica, ma realizzata molto bene e assolutamente nelle sue corde. Poi il calo, costante e pesante. Battute poche incisive, gag non riuscite – quella della valigetta è durata troppo a lungo e si è rivelata inutile – e l’unico momento davvero divertente, ovvero la parodia di Birdman in cui Harris è rimasto in mutande sul palco, gli era stata comunque bruciata dagli Independent Spirit Awards che l’avevano fatta molto simile 24 ore prima. Ellen DeGeneres lo scorso anno era andata molto meglio, adesso possiamo rimpiangerla, addirittura il suo stile sicuro rispetto a quello di Harris appare ora radicale. Ma la stessa produzione dello show è ormai da cambiare, con uno spazio eccessivo e insensato dato ai momenti musicali, culminati nell’esibizione di Lady Gaga: per quale motivo improvvisamente dobbiamo celebrare Tutti Insieme Appassionatamente proprio quando mancano solo i premi più importanti da consegnare?

Ma come detto, lo show è stato salvato dagli artisti stessi, dalle loro lacrime e dai loro discorsi. Sembra di essere tornati ad anni fa, quando anche il palco degli Oscar era un grosso megafono per lanciare messaggi sociali e politici. Prendiamo il discorso migliore della serata, quello del giovane sceneggiatore Graham Moore, toccante e sincero, con cui ha omaggiato Alan Turing e fatto luce sul suo tentativo di suicidio a 16 anni, chiudendo con la splendida frase “stay weird, stay different”. Oppure il discorso delle vincitrici del corto documentario, che hanno ricordato l’importanza della comunicazione nei casi di suicidio. La chiusura di Patricia Arquette, che ha parlato dell’eguaglianza dei sessi e della necessità di aumento salariale alle donne come i colleghi maschi. L’elegante discorso di Julianne Moore, che ha parlato con sincerità della malattia. La sincerità di Eddie Redmayne, che giustamente non ha fatto nulla per nascondere quanto tenesse a vincere. Le parole di JK Simmons che hanno esortato tutti coloro che hanno genitori in vita a chiamarli, non mandare messaggi o mail, ma chiamarli per dirgli quanto gli vogliamo bene. Common e John Legend che hanno ricordato le proteste sociali, facendo l’esempio di quanto successo recentemente a Hong Kong. E infine le parole di Inarritu, che ovviamente essendo salito ben tre volte sul palco ha avuto modo di provare e limare in diretta i suoi concetti, che ha parlato dei diritti degli immigrati e soprattutto dell’impossibilità di paragonare l’arte. E infine citiamo anche le esibizione dal vivo delle 5 canzoni nominate in gara, tutte a loro modo molto riuscite, con la commozione per “Glory” o il travolgente divertimento di “Everything is Awesome”.

In definitiva, ci salutiamo con una stagione dei premi esaltante e ricca di qualità, come forse non avremo nei prossimi anni. Speriamo che però, a prescindere da questo, l’Academy prosegua nella strada dell’apertura e del riconoscimento di opere che sanno lasciare il segno negli spettatori e nel cinema stesso.

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