The Imitation Game – recensione

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The Imitation Game di Morten Tyldum, con Benedict Cumberbatch, Keira Knightley, Matthew Goode, Chales Dance, Rory Kinnear   Gran Bretagna 2014

di Emanuele D’Aniello

Alcuni film sembrano fatti con lo stampino, concepiti e realizzati in catena di montaggio. Prendete ad esempio le caratteristiche del classico biopic storico inglese, e provate a scrivere un copione. Ambientazione? Seconda Guerra Mondiale. Protagonista? Ovviamente maschio, bianco, importante per il corso della storia ma non famoso a tutti. Sviluppo narrativo? Personaggio con problemi personali da superare. Soluzione? Vittoria sui problemi fino ad ispirare lo spettatore. Forma? Confezione standard da miniserie tv inglese, impeccabile ma il meno scintillante possibile. Il vostro manuale di istruzioni è servito. Poi, fortunatamente, arrivano quei film che pur seguendo esattamente alla lettera quanto detto finora, lo fanno talmente bene, in modo talmente perfetto, con magari un paio di elementi che raggiungono l’eccellenza, da elevarsi al di sopra delle convenzioni. Lo avete capito già capito, The Imitation Game è uno di questi.

Pare strano a dirsi, ma non è facile realizzare un buon film con tutti i clichè sul tavolo, ancora meno facile è tirar fuori un ottimo film. Se poi il protagonista è uno scienziato i problemi si moltiplicano: le storie di scienziati sono generalmente molto poco cinematografiche, perchè si perdono tra spiegazioni, numeri e scoperte che lavorano più alla testa che al cuore, e raramente si può coinvolgere lo spettatore se si racconta qualcosa che non capisce. Perchè allora The Imitation Game è un film così riuscito? I cardini sono i soliti: scrittura e recitazione. In film come questi la regia è meramente di servizio, e il norvegese Morten Tyldum fa il compitino, peraltro ottimo, nel mettersi a disposizione di una scenografia perfetta, costumi impeccabili e una fotografia adeguata. Tyldum evita qualsiasi presa di posizione autoriale e pensa più a confezionare, aiutando ancora di più gli elementi finora detti.

Scrittura e recitazione quindi, cuori pulsanti del film che si aiutano a vicenda. La sceneggiatura di Graham Moore come detto non evita di inserire i clichè nel racconto, ma ha l’intelligenza di usare qualcosa di convenzionale nel modo meno convenzionale possibile. La struttura divisa in tre archi temporali, scandita da flashback e flash forward, dà ampio respiro alla narrazione e permette di conoscere ogni dettaglio del protagonista, soprattutto è gestita con acume, non risulta mai stancante o confusa, grazie anche ad un montaggio che scandisce il ritmo dei passaggi temporali senza una sola sbavatura. E poi c’è appunto Benedict Cumberbatch, già un idolo per i fans delle serie tv, negli ultimi anni divenuto sempre più noto grazie alla partecipazioni in molti film popolari, e ora finalmente alla definitiva consacrazione come protagonista. L’attore inglese è chiamato ad una prova difficilissima: un solitario, ai limiti dell’asocialità, più intelligente di tutti coloro con cui si relaziona, in costante lotta con la propria omosessualità che deve tenere nascosta. Alcuni direbbero che ricorda lo Sherlock Holmes da lui interpretato in tv, altri che si tratta di uno Sheldon Cooper, per rimanere in ambito televisivo, più serio e problematico, ma in realtà il Turing di Cumberbatch è un personaggio unico e difficilissimo, perchè tutti i problemi e sentimenti devono essere interiorizzati e mai visibili. L’attore è perfetto, per questo nelle poche scene in cui è chiamato a tirar fuori i sentimenti è semplicemente straziante. Guardate i sorrisi accennati, guardate il tremore dei gesti, guardate la postura, e capite che si è di fronte a recitazione di altissimo livello.

Il Turing della sceneggiatura di Moore è un personaggio fantastico, complesso e molto sfaccettato, e ogni azione e reazione è motivata psicologicamente da quanto si vede nel film nei vari passaggi temporali. Nulla è lasciato al caso, e si evita sempre l’agiografia. Il film comunica tutto il dolore e la speranza di Turing nei confronti di una macchina, e questa è probabilmente la più grande vittoria del film. E alla fin fine, è proprio questo che rende The Imitation Game un film riuscito: Alan Turing. La sua storia è incredibile nei successi e nella tragicità, una grande storia interessante sotto ogni punti di vista che meritava di essere raccontata. Turing è un uomo che ha sconfitto i nazisti, ma ha perso contro la società. La quantità di emozioni che il personaggio prova durante il film indubbiamente ispira lo spettatore, ma ugualmente lo ammonisce ricordando che la società di cui facciamo parte spesso distrugge ciò che non capisce e vede come diverso, pur se la vittima è migliore di noi. Un messaggio da non sottovalutare, che eleva la sostanza nel mezzo di una forma così impeccabile. The Imitation Game merita di esser visto anche solo per non far cadere nell’oblio un messaggio così significativo.

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