Still Alice – recensione

alice

Still Alice di Richard Glatzer e Richard Westmoreland, con Julianne Moore, Alec Baldwin, Kristen Stewart, Kate Bosworth   USA 2014

di Emanuele D’Aniello

E’ inutile negarlo, lo abbiamo detto tante volte: esistono film che, a prescindere da ciò che raccontano e dal valore artistico, si reggono essenzialmente sulle spalle del protagonista. Quando un film è totalmente incentrato su un personaggio, l’interpretazione dell’attore è fondamentale, la riuscita è decisiva per il successo del film. Detto ciò, se chiami Julianne Moore ad interpretare un ruolo già di per se struggente, sai di poter sbancare il jackpot. Che poi Still Alice sia anche un buon film è tutto di guadagnato.

E ovviamente definirlo un buon film non vuole essere riduttivo, anzi. Guardando oltre l’interpretazione titanica di Julianne Moore, per quanto sia difficile farlo, capiamo che la storia raccontata è importante e universalmente toccante. Still Alice è un film che indubbiamente in altri mani sarebbe sprofondato troppo facilmente nella retorica, nella ricerca della compassione a tutti i costi, nel melenso più semplicistico. Invece il contributo degli autori Richard Glatzer e Wash Westmoreland è fortunato nella sfortuna. Si, questa è la frase giusta: quando i produttori del film hanno proposto alla coppia di registi di adattare per il grande schermo il romanzo di Lisa Genova, a Glatzer era stato diagnosticato proprio da pochi giorni una stadio iniziale di Alzheimer. Chiamatela coincidenza, destino beffardo, congiunture astrali, resta il fatto che questo incredibile caso ha permesso al film di avere un ritratto onesto, delicato e intimo della malattia, per nulla strumentale. Quello che passa la nostra protagonista nel film è quello che purtroppo passerà anche uno dei due registi, e il solo pensiero non può non toccarci nel profondo.

Still Alice infatti non è un film sulla malattia, ma il racconto della lotta di una donna per rimanere se stessa. La nostra Alice è, purtroppo, pienamente consapevole di ciò che le sta accadendo, vive la deriva della propria memoria giorno per giorno e più che combattere con una malattia che non può sconfiggere, combatte per contenere la propria frustrazione. Lo abbiamo detto, l’apporto di Julianne Moore è fondamentale: con un ruolo in cui sarebbe stato semplice lasciar andare a pianti e isterismi, colpisce la sua recitazione misurata, equilibrata, calibrata per sottigliezze, come la gestualità delle mani e l’impercettibile cambio d’espressione scena dopo scena.

Pur mostrandoci le reazioni dei familiari della protagonista, il film non perde mai di vista il proprio focus puntato su Alice. Tramite semplici trucchi registici come la messa a fuoco sbiadita, o l’alterazione della profondità di campo, il film è realizzato dalla prospettiva di Alice, vediamo e soprattutto viviamo la sua soggettiva discesa verso il nulla, capiamo ciò che prova e soffriamo con lei. Scegliendo di non mostrare le fasi finali della malattia, decisione molto intelligente, il film mantiene la dimensione intima della tragedia, e alle urla strazianti di dolore preferisce il ricordo di una donna che ha vissuto con dignità fino alla fine. Non c’è consolazione, ma il realismo non è necessariamente deprimente: Westmoreland e Glatzer, soprattutto quest’ultimo, ci ricordano che si può affrontare con delicatezza l’ineluttabilità di un evento terribile. Il cinema fortunatamente è anche questo.

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