I 70 Migliori Film degli Anni ’70 (Sesta Parte)

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di Emanuele D’Aniello

Abbiamo iniziato una folle cavalcata per scoprire gli 70 miglior film degli anni ’70, probabilmente una delle classifiche più difficile da fare. Ricordando come questo elenco sia il più imparziale possibile, e come la differenze tra i vari titoli sia davvero minima, perchè parliamo del meglio tra centinaia di migliaia di pellicole realizzate, continuiamo a scalare le posizioni rivisitando incredibili opere cinematografiche

posizioni 70-61

posizioni 60-51

posizioni 50-41

posizioni 40-31

posizioni 30-21

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20.  AGUIRRE FURORE DI DIO  (di Werner Herzog, Germania 1972)

Raramente nella storia del cinema il rapporto tra regista e attore è stato tanto tormentato e al tempo stesso fecondo, quasi diventando un vero e proprio rapporto di amore e odio, come quello tra Werner Herzog e Klaus Kinski. La loro particolarissima e spesso furibonda relazione artistica si rivede con magnificenza inAguirre, storia di uomini assetati di potere e successo che sconfina nell’ossessione e nella vera follia, quasi un testamento cinematografico dell’ambizione megalomane di Herzog e della recitazione viscerale, ai limiti del maniacale, di Kinski. Un film che non racconta un qualcosa, ma lo assorbe, diventando un unico tessuto col paesaggio, col tono grottesco, con gli scenari mostruosi, con le visioni oniriche, con i personaggi al limite oltre la sanità mentale. Aguirre è la storia di incubo, ma il cinema di Herzog e Kinski è stato un grande sogno.

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19.  LO SPECCHIO  (di Andrej Tarkovskij, Unione Sovietica 1975)

Un uomo che ricorda e fa un bilancio della vita passata, riflettendo sull’infanzia e rievocando le esperienze familiari. Una premessa non certo originale, ma è il tocco di Tarkovskij a cambiare completamente prospettiva, donando alla storia quella visione unica e poetica. Un racconto frammentato come un sogno, che ha davvero la forma del poema visivo, sensoriale, emotivo, in cui sono le immagini a parlare, alternando continuamente passato e presente, realtà e fantasia. Complesso ed affascinante, Lo Specchioè sicuramente l’opera di Tarkovskij più umana e profonda, la più personale e per questo toccante, malinconica ma eccitante per la radicalità della confezione scenica e narrativa, che ha influenzato direttamente decine di registi, a cominciare da Terrence Malick.

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18.  SUSSURRI E GRIDA  (di Ingmar Bergman, Svezia 1972)

Film che come dirà lo stesso Bergman non poteva che essere a colori, poiché il rosso è l’interno dell’anima. Un’opera quindi dai colori che presentano i vari stati emotivi con una fotografia eccezionale firmata Sven Nykvist che vincerà anche il premio Oscar proprio per questo lavoro. Tre sorelle si ritrovano nella loro casa di campagna: una di loro Agnese è infatti in fin di vita a causa del cancro e viene accudita da Anna, una materna e premurosa domestica. Questa malattia e la morte poi mette in evidenza i contrasti esistenti e mostra i mondi interiori e nascosti di tutti i protagonisti, ognuno con i suoi segreti e con i sui dubbi e piccole e grandi debolezze. Quattro figure femminili che si intrecciano in una narrazione che spazia dall’onirico ai flashback, per arrivare al macabro e al violento e che mostra caratteri che si incontrano e scontrano incessantemente. Tematiche come  il perdono, l’amore, la fede, la morte, la superficialità, la speranza e l’incomunicabilità convivono in un quadro perfetto nella sua tela straziante fatta di sussurri e di grida.

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17.  IL FASCINO DISCRETO DELLA BORGHESIA  (di Luis Bunuel, Francia/Spagna 1972)

Molti lo conoscono per i grandi poemi surreali in bianco e nero dei primi anni ’30, quelli ideati e realizzati con Salvador Dalì, diventati più icone che film, ma Luis Bunuel il meglio di se lo ha dato sul finire della carriera, quando la sua corrosiva critica alla borghesia, anzi a qualsiasi classe sociale senza risparmiare nessuno (polizia, chiesa, ricchi), si è mischiata alla commedia, rubandone i toni per creare una satira surreale e onirica tuttora insuperata. Un pranzo continuamente interrotto, tre coppie benestanti che non riescono mai a mangiare perchè fermati da qualcosa o qualcuno: potrebbe essere la premessa per un film comico, invece Bunuel radicalizza tutto realizzando così il suo film più divertente, riuscito ed efficace.

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16.  IL CACCIATORE  (di Michael Cimino, USA 1978)

Film simbolo del cinema americano sul Vietnam, il capolavoro di Cimino è un triste e fortissimo ritratto di una nazione al tempo stesso carnefice e vittima, di una società distrutta dall’esperienza della guerra, della difficile integrazione dei soldati al ritorno, la raffigurazione più spietata della perdita dell’innocenza dell’America. Film al centro spesso di roventi polemiche, soprattutto per accuse di razzismo verso gli asiatici, in realtà molto fu dovuto alla decisione di mostrare le scene di tortura senza filtri, uno dei primissimi film a farlo quando la guerra era fresca nella mente di tutti. Le fantastiche interpretazione dell’intero cast sono il suggello di un film immortale.

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15.  CHINATOWN  (di Roman Polanski, USA 1974)

E’ curioso notare che negli anni ’70, un’epoca avarissima di noir, Roman Polanski alla regia e Robert Towne firmano uno dei migliori noir di sempre. Figlio innegabilmente dei romanzi di Chandler e dei film ad esso ispirati, Chinatown è un’opera perfetta e impeccabile nella forma e nella ricostruzione sia d’epoca sia dell’atmosfera, con un intreccio coinvolgente e solidissimo, personaggi privi di sbavature, dall’investigatore alla femme fatale al cattivo, con attori in stato di grazia ed un finale amaro semplicemente sublime.

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14.  SOLARIS  (di Andrej Tarkovskij, Unione Sovietica 1972)

Se gli anni ’60 e l’America hanno avuto 2001: Odissea nello Spazio, gli anni ’70 e l’Unione Sovietica rispondono con Solaris. La Guerra Fredda al cinema non è mai stata così bella. Il capolavoro fantascientifico di Tarkovskij è un viaggio esistenziale e metafisico nella coscienza e nell’identità. Il grande regista russo esplora la mente umana col suo ritmo lento e la narrazione quasi ipnotica, lasciando da parte i grandi effetti speciali per concentrarsi su immagini bellissime incastonate nell’ambiguità della persona, nel mistero, nel dolore della realtà quotidiana che si mischia alla fantasia.

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13.  L’ESORCISTA  (di William Friedkin, USA 1973)

Esiste un film più citato e imitato di L’Esorcista, opera che da sola riesce a rappresentare un intero genere? Per molti, anche oggi, è il film più spaventoso di sempre, non tanto per gli effetti scenici che ormai possono essere superati, quanto per l’atmosfera inquietante e quel senso di disagio misto a disgusto che colpisce gli spettatori. Il film di Friedkin funziona perchè non è solo un cult dell’horror, ma un film costruito sulla drammaticità del momento, sui personaggi e sulle relazioni, con dei caratteri sviluppati per cui si tifa e si tiene veramente. E quando partono quelle note, i brividi lungo la schiena sono immediati.

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12.  IL BRACCIO VIOLENTO DELLA LEGGE  (di William Friedkin, USA 1971)

Il 1971 è l’anno che segna il grande ritorno del genere poliziesco (è appunto l’anno anche di Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo) rappresentato al meglio dal successo del film di William Friedkin. Il film è al tempo stesso adrenalinico ed incredibilmente pessimista, costruito su un montaggio ritmato che esplode nei tantissimi inseguimenti, che siano pedinamenti o folli corse in auto. Una New York squallida, caotica, decadente è lo scenario perfetto per le indagini di Jimmy Doyle, un mastodontico Gene Hackman, personaggio sontuoso che racchiude al meglio l’inutilità dell’ossessione, come testimonia il bellissimo e desolante finale. La dimostrazione che anche le opere di genere possono essere grande cinema

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11.  QUINTO POTERE  (di Sidney Lumet, USA 1976)

Un film diventa immortale quando rimane attuale e contemporaneo in qualsiasi contesto, nazione o anno, lasciando sempre il medesimo incredibile impatto. Network, questo il titolo originale, nato dalla brillante mente dello sceneggiatore Paddy Chayefsky, rientra assolutamente in questa categoria, e anzi è quasi più efficace ora che all’epoca della sua uscita, con quel suo tono profetico e inquietante. Il film non condanna soltanto la televisione, dominata solo dalla logica degli ascolti e dei soldi a discapito della qualità e addirittura della vita umana, ma anche gli spettatori, pronti a creare idoli e distruggerli un attimo. Con interpretazione superlative, e scene indimenticabili, il capolavoro di Lumet rappresenta uno degli sguardi più acuti e amari sulla società del novecento mai realizzati.

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