I 20 Migliori Film Palma d’Oro a Cannes (Prima Parte)

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di Emanuele D’Aniello

Dal 15 al 26 maggio si svolgerà la nuova edizione del Festival di Cannes, sempre più anno dopo anno il festival cinematografico più importante e prestigioso al mondo. Nonostante il mese, è davvero da qui che inizia la nuova stagione del cinema, una lunghissima corsa verso i premi e la gloria, qui si vedono i film e addirittura si fanno i film, considerando il mercato parallelo dei produttori. La qualità media dei film che passano a Cannes è sempre elevatissima, ricca di capolavori ogni edizione, con opere provenienti da tutto il mondo. Noi per dimostrare la bellezza de Festival di Cannes vi presentiamo la nostra personale Top 20 dei migliori film che hanno vinto la Palma d’Oro, il massimo riconoscimento del festival francese. E tra questi titoli troverete davvero il meglio della storia del cinema mondiale.

20.  4 MESI, 3 SETTIMANE E 2 GIORNI  (di Cristian Mungiu, Romania 2007)

Due amiche e studentesse universitarie alloggiano insieme in una piccola stanza di un dormitorio, dividono tutto, non possono permettersi di più. Quando una delle due rimane incita, sanno che la gravidanza non può continuare, non possono permettersi di allevare un bambino. L’unica soluzione è l’aborto, ma c’è un problema: siamo negli anni ottanta in Romania, nel pieno del regime comunista di Ceausescu, e l’aborto è illegale. Nonostante la gravidanza molto avanzata (come ricorda il titolo) decidono di ricorrere lo stesso alla pratica, contattando un uomo per operare in clandestinità. La meritatissima Palma d’Oro a Cannes nel 2007 ci ha fatto scoprire un piccolo ma incredibile film, portando all’attenzione del mondo anche il cinema romeno. L’opera di Cristian Mungiu ci fa vivere un contesto nerissimo, politico e sociale, a cui si aggiunge il dramma umano di un aborto costretto dalle condizioni di vita. I lunghi primi piani e i silenzi così assordanti accompagnano lo spettatore in un vortice da cui non si può uscire. La lunga inquadratura del piccolissimo feto ormai privo di vita è agghiacciante ma densa di significati, forse l’immagine più forte degli ultimi anni, e ci ricorda che straordinario strumento può essere il cinema.

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19.  IL PIANISTA  (di Roman Polanski, Francia/Polonia 2002)

Roman Polanski per anni ha evitato di girare un film sull’Olocausto (rifiutando anche la regia di Schinderl’s List) perchè sentiva la materia troppo personale. Gli anni passano, si diventa più maturi e consapevoli, pronto ad affrontare i propri incubi, e così Polanski nel 2002 mette in piedi un progetto profondamente intimo: la storia delle persecuzioni nel ghetto ebraico di Varsavia è soprattutto la sua storia e quella della sua famiglia. Tra gli orrori e le angherie di quello che accade, la vera storia di Władysław Szpilman si erge ad esempio universale per quello passato in quei giorni, la stratosferica prova fisica di Adrien Brody, ma più così bravo ed efficace, diventa al tempo stesso il ritratto dell’incubo perpetrato dai nazisti e un immortale inno alla sopravvivenza.

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18.  IL GATTOPARDO  (di Luchino Visconti, Italia 1963)

Portare al cinema uno dei romanzi italiani più famosi ed importanti di sempre non è cosa facile, replicarne lo spirito e la forza è una impresa davvero titanica. Un regista come Luchino Visconti però può tutto, come superare ogni ostacolo e realizzare un film immenso, sontuoso, dirompente, un grande affresco di un mondo, di un pensiero, di una società. La ricca messa in scena, rappresentata al suo meglio nell’immortale scena del ballo, è forse il capolavoro registico di Visconti, capace poi di guidare un cast eccezionale e rubare dal libro una profonda tematica politica.

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17.  BLOW-UP  (di Michelangelo Antonioni, Gran Bretagna/Italia 1966)

Cosa è reale e cosa è finto? Ma soprattutto, esiste questa differenza o è tutto nella percezione soggettiva? L’interrogativo di fondo del celeberrimo film di Antonioni, che racchiude la propria poetica e conduce a vette metafisiche/filosofiche il suo cinema dell’incomunicabilità, è una domanda che ancora oggi affascina in un film sempre moderno e sempre ricco di spunti ad ogni visione. In particolar modo è bellissima la rappresentazione della Swinging London degli anni ’60, un film che anche nell’uso dei colori segna il passaggio tra due epoche.

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16.  IL TERZO UOMO  (di Carol Reed, Gran Bretagna 1949)

Capolavoro indimenticabile del cinema britannico, un noir che ruba le atmosfere dalla letteratura americana ma, spostandosi nell’Europa del dopoguerra, in particolar modo in una Vienna divisa in 4, guadagna in angoscia e desolazione. Il magio bianco e nero del film ammanta una storia sempre affascinante, che esplode quando appare Orson Welles sullo schermo: la sua introduzione, una delle più famose nella storia del cinema, i suoi dialoghi, citatissimo quello dell’Italia rinascimentale, la sua recitazione,tutto dà un tono semplicemente irripetibile. Il bellissimo inseguimento finale nelle fogne della città è solo la perla di un grande film che racconta mistero, storia d’amore e thriller politico.

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15.  LA CONVERSAZIONE  (di Francis Ford Coppola, USA 1974)

Uno dei grandi capolavori sottovalutati del cinema americano, è un film che precorso e predetto i tempi (lo scandalo Watergate) e resta ancora attuale e tremendamente moderno (l’uso eccessivo delle intercettazioni). Una grande storia che si fa anche storia personale, raccontando i dilemmi di un uomo carnefice e poi vittima, interpretato da un fantastico Gene Hackman.

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14.  BARTON FINK  (di Joel Coen & Ethan Coen, USA 1991)

Il film che ha imposto i fratelli Coen sulla scena internazionale, grazie ad una meritatissima Palma d’Oro a Cannes, nasce in realtà dal più classico “blocco dello scrittore” e dimostra come ogni singola idea, in testa a chi ha vero talento, possa rivelarsi l’idea vincente. La fantastica prova di John Turturro, con una pettinatura indimenticabile, è un sogno ad occhi aperti che diventa incubo, una commedia grottesca in puro stile Coen che pian piano si trasforma in un noir dai risvolti surreali, senza mai mollare la graffiante satira sull’industria cinema e sulle sue contraddizioni. I simbolismi e i significati nascosti, con connotazioni addirittura politiche e religiose, rendono il film un cult ancora oggi da vedere e rivedere.

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13.  ALL THAT JAZZ  (di Bob Fosse, USA 1979)

L’ musicale di Bob Fosse è un capolavoro di inventiva, originalità, energia, un testamento vibrante di carriera, amori, dolori, sogni, desideri, rimpianti, errori e successi, tutto sotto l’ombra avvolgente della morte. Fortemente autobiografico, l’ultimo grande successo di Fosse conquista chi ama il musical, con i suoi numeri coreografici incredibili e la colonna sonora travolgente, e trascina anche gli spettatori normali, rapiti da un storia affascinante e molto umana, raccontata con grande ritmo e candore, guidata alla prova sensazionale di Roy Schneider.

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12.  DANCER IN THE DARK  (di Lars Von Trier, Danimarca 2000)

Raramente si può trovare o immaginare una storia struggente e tragica come questa, così sconvolgente che anche a settimane, mesi, anni di distanza il solo pensiero del finale riesce a fare male. Non è esagerato dire che solo Lars Von Trier poteva creare un film simile. Selma è la persona più buona che incontrerete mai nel corso della vostra vita: simpatica, solare, disponibile, amorevole, tiene buoni rapporti con tutti, e nonostante una cecità progressiva che mina la sua vita lavora quasi tutto il giorno per ottenere i soldi per operare il figlio, che ha la sua stessa malattia. Quando un amico le ruba tutti i risparmi di una vita, la situazione precipita ed entra in una spirale di tragicità inarrestabile, tutto quello che può andare male va male. Attimo dopo attimo, scena dopo scena, la donna più buona subisce a ripetizione le più terribili cattiverie e sfortune al mondo. L’agghiacciante finale è l’epilogo naturale di questa angosciante vicenda. In tutto questo Von Trier gioca, la sua arte provocatoria sguazza, va avanti con la macchina a mano e l’abbandona quando serve, realizza numeri musicali e coreografie di incredibile gioia per poi gettarci un secondo dopo nelle ombre più cupe possibili. Questo anti-musical di Von Trier è una delle opere più forti e disperate nella storie del cinema.

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11.  IL NASTRO BIANCO  (di Michael Haneke, Germania 2009)

Ammantando il film con una delle fotografie in bianco e nero più eleganti e riuscite degli ultimi anni, l’opera di Michael Haneke conferma il talento e la poetica del regista: nessuno come lui sa essere così sconvolgente e agghiacciante psicologicamente. La violenza è quasi sempre centrale nei suoi lavori, ma qui, scegliendo di non mostrarla mai, tenendola sempre fuori scena, riesce sempre a lasciare con un brivido gli spettatori. Il film, meritatissima Palma d’Oro al Festival di Cannes, è ambientato in un villaggio tedesco alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, una tranquilla comunità in cui iniziano a verificarsi misteriosi atti di violenza. Haneke costruisce un intero film sull’attesa, in modo che la verità, quando è scoperta, diventi ancora più raggelante. Soprattutto assistiamo a quella che forse è la migliore indagine sociologica mai vista al cinema sull’affermazione del Nazismo in Germania, un’indagine in cui le relazioni interpersonali e i metodi autoritari portano già in nuce quando accadrà negli anni seguenti.

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La prossima settimana la seconda e ultima parte!

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