I 100 Miglior Film del Decennio 2000-2009 (Settima Parte)

Top 100 winner

di Emanuele D’Aniello

Con un pizzico di follia abbiamo iniziato una incredibile cavalcata per scoprire i 100 miglior film del decennio appena passato, probabilmente una delle classifiche più difficile da fare. Ricordando come questo elenco sia il più imparziale possibile, e come la differenze tra i vari titoli sia davvero minima, perchè parliamo del meglio tra centinaia di migliaia di pellicole realizzate negli ultimi dieci anni, continuiamo a scalare le posizioni rivisitando incredibili opere cinematografiche, ma prima c’è il doveroso promemoria:

Posizioni 100-91

posizioni 90-81

posizioni 80-71

posizioni 70-61

posizioni 60-51

posizioni 50-41

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40.  REQUIEM FOR A DREAM  (di Darren Aronofsky, USA 2000)

Tre storie, quattro personaggi, una comune esistenza disperata. L’ossessione che fa diventare schiavi, della droga come della televisione. Le conseguenze più tragiche ma al tempo stesso ineluttabili, per le scelte compiute e mai combattute. Il più incubo a cui è arrivata la società moderna è tutto in questo dilaniante film, difficile da vedere e da digerire. Il giovane Darren Aronofsky spinge all’estremo l’utilizzo della macchina da presa, rendendo come raramente accade la regia un corpo unico con la sceneggiatura e con le visioni dei protagonisti: scene brevi, primi piani audaci, continuo utilizzo della tecnica time-lapse, un montaggio più che frenetico. Un’esperienza visiva e poi emotiva come poche se ne vedono al cinema.

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39.  ELEPHANT  (di Gus Van Sant, USA 2003)

Ci sono film la cui visione fa davvero male, e l’opera di Gus Van Sant premiata con la Palma d’Oro a Cannes nel 2003 è sicuramente uno di questi, perchè pensare che quello che si vede è realmente accaduto e anche più volte, senza alcune ragione, è troppo per qualsiasi persona. Liberamente ispirata alla strage nella scuola di Columbine di quattro anni prima, in cui due studenti senza apparenti motivi uccisero dodici ragazzi e un insegnanti, oltre a ferirne molto altri, prima di uccidersi, il film di Van Sant è un’opera tanto semplice quanto complessa. La narrazione si svolge in un solo giorno, mostrandoci diverse situazioni sotto i punti di vista di vari personaggi, mai presentati o analizzati fino in fondo. Il regista semplicemente li segue in momenti banali o inutili, con uno stile quasi voyeuristico, con macchina a mano in lunghi piani sequenza, spesso girando alle loro spalle, in modo che lo spettatore si senta un osservatore completo ma indifferente. Così, quando il massacro arriva, vediamo solo un terribile vuoto esistenziale. I personaggi, come nella loro vita dalle persone che li circondano quotidianamente, sono stati trattati dallo spettatore con indifferenza e sufficienza, nessuna si è interessato a loro, la gente (e di riflesso il pubblico) ha intuito l’esistenza di alcuni problema, ma non li ha approfonditi, lasciando questi ragazzi al loro destino. Resta alla fine soltanto la banalità del male.

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38.  ZODIAC  (di David Fincher, USA 2007)

Pochi autori al mondo sanno costruire un thriller, quelli veri, quelli basati sull’atmosfera e sulla tensione, come David Fincher, qui al suo meglio grazie ad una storia che sembra nata per lui, ma purtroppo tragicamente vera. La caccia al killer dello Zodiaco, che terrorizzò per più di un decennio gli Stati Uniti commettendo i suoi efferati omicidi dal 1968 nell’area di San Francisco, e che tuttora rimane un caso aperto senza un colpevole ufficiale, diventa terreno fertile per Fincher per mostrare come le azioni di una persona possano rovinare le vite di coloro coinvolti indirettamente. La storia si concentra sulle persone che hanno cercato di scovare il killer, raffigurando un gruppo di uomini deboli e ossessionati, grazie anche ad un cast formidabile. Oltre all’atmosfera cupissima e alla tensione strisciante la forza del film è quella di essere un vero puzzle, di incartarsi su stesso e girare a vuoto, ma tutto per scelta stilistica chiara, facendo vivere allo spettatore lo stesso senso di incertezza e costante frustrazione provato da quelle persone per non aver mai trovato il vero serial killer.

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37.  L’ASSASSINO DI JESSE JAMES PER MANO DEL CODARDO ROBERT FORD  (di Andrew Dominik, USA 2007)

L’episodio fa parte della storia, il titolo anticipa tranquillamente il momento clou del film, eppure dopo oltre due ore di pellicola, quando quell’attimo arriva, è comunque un lampo che stringe il cuore. La storia dell’ultimo anno di vita dell’ormai leggendario bandito Jesse James è il film che probabilmente pià di tutti, per stile, ritmo, visione e complessità, si avvicina alle opere di un mostro come Terrence Malick, a cui sicuramente il regista Andrew Dominik si è ispirato. Il periodo storico è qui spogliato da ogni enfasi, lontanissima dall’epopea western, la banda e le gesta di Jesse James sono attentamente demitizzate. Quello che vediamo è una finissima introspezione psicologica dei personaggi, un duello continuo fatto di sguardi e tempi dilatati tra maestro e allievo, uno studio sull’ammirazione che diventa disprezzo che, vedendo i tanti casi delittuosi del secolo scorso di personalità pubbliche per mano di presunti fans, rimane attuale e universale.  Il tutto immerso in una atmosfera unica grazie alla fotografia del geniale Roger Deakins, senza mezzi termini qui alla prova più alta della carriera, una delle migliori direzioni della fotografia nella storia del cinema.

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36.  DOGVILLE  (di Lars Von Trier, Danimarca/USA 2003)

Tutto girato in interni, con uno scenografia fatta di linee bianche e gli attori che mimano l’apertura delle porte, questo film che coniuga cinema e teatro al livello più astratto possibile è l’ennesima provocazione che diventa arte di Lars Von Trier. Tre ore di durata per svelare ed esplorare tutta l’ipocrisia e la cattiveria della società americana, facendo passando l’ennesimo tour de force emotivo e fisico alla sua protagonista, interpretata qui in maniera fantastica da Nicole Kidman.

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35.  CIDADE DE DEUS  (di Fernando Meirelles, Brasile 2002)

Buscapè e Dadinho hanno due sogni così incredibilmente distanti: il primo vuole diventare un fotografo, il secondo il più temuto criminale di Rio de Janeiro. Il problema è che entrambi riusciranno a realizzare i loro desideri. Il film brasiliano di Fernando Meirelles, che percorre tre decenni di vita nelle favelas di Rio de Janeiro, è un crime movie eccitante e adrenalinico dalla regia sicura e dal montaggio frenetico, ma al tempo stesso è un film doloroso dal forte impatto emotivo, una storia di denuncia sociale e politica sulle condizioni e le aspettative di vita nei quartieri più poveri. Una gemma all’interno della filmografia sudamericana che è riuscita a lasciare un segno anche fuori dai propri confini.

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34.  THE DEPARTED  (di Martin Scorsese, USA 2006)

Infernal Affairs uscito ad Honk Hong qualche anno prima era già un ottimo film, ma Scorsese con questo remake riesce a superarlo e a superarsi. È il ritorno alle origini per il regista newyorkese, una storia metropolitana di violenza e tradimenti dagli echi quasi shakespeariani, un intrigante gioco di resistenza e immedesimazione di due uomini sotto copertura, chi nella mafia chi nella polizia, e quella cupola d’oro di una chiesa a ricordarci costantemente che se vogliamo rimanere vivi è meglio scegliere un’altra strada. Il tema del tradimento, della perdita dell’identità, e soprattutto delle scelte che si fanno durante la vita, rende questo gangster movie un’opera più complessa di quanto possa sembrare. Nel film c’è tutto il cinema di Scorsese, e grazie anche ad un cast in stato di grazia ottiene i suoi primi strameritati Oscar della carriera.

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33.  INTO THE WILD  (di Sean Penn, USA 2007)

La storia vera di Chris McCandless, o per i più Alexander Supertramp, è un racconto dal forte impatto emotivo, in cui moltissimi giovani possono riconoscersi, che felicemente si sposa con un adattamento cinematografico. Sean Penn decide di mettersi dietro la macchina da presa e raccontare questa storia, servendosi della straordinaria prova fisica del giovane Emile Hirsch e delle struggenti musiche di Eddie Vedder dei Pearl Jam, dando nuovo significato al sottogenere che racconta la fuga. Tanti hanno film hanno raccontato la fuga dalla società, dalla famiglia, dalle responsabilità, dalle grandi metropoli, ma questo film come pochissimi altri è riuscito a sviscerare una serie infinita di sentimenti e immergersi completamente nella natura. Il grande punto di forza del film è soprattutto quello di raccontare la fuga senza mitizzarla, allontanandosi da ogni intento didascalico: grazie anche alle molte persone incontrare nel suo percorso Chris capisce, purtroppo solo alla fine e a sue spese, che “la felicità è reale solo quando è condivisa”. Noi non dimentichiamolo mai.

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32.  I TENENBAUM  (di Wes Anderson, USA 2001)

Ah, la famiglia. Sentimenti, rapporti, delusioni, promesse non mantenute, aspettative disattese, legami e isterismo. Tutto questo c’è in una famiglia normale, figuriamoci nella stravagante famiglia Tenenbaum, una nidiata di bambini prodigio che si sono fermati di fronte alle difficoltà della vita, immaturi ed eccentrici, forse mai quanto papà Royal, infantile ed inaffidabile ma dal cuore d’oro. Wes Anderson nel suo capolavoro, quello che racchiude il suo cinema e il suo stile particolarissimo, ci presenta un folta schiera di personaggi indimenticabili, melanconici e stralunati, ma soprattutto unici. Colori accesi, scenografie pop, costumi vintage, la splendida musica degli anni 60 e 70, tutto curato in maniera maniacale, in cui risaltano interpretazioni splendide, su tutte quelle di un Gene Hackman mai così divertente e su di giri. Alla fine è una storia di sentimenti, e alla fine tutti vorranno far parte della stranissima e problematica famiglia Tenenbaum.

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31.  TRA LE NUVOLE  (di Jason Reitman, USA 2009)

Jason Reitman è uno degli autori emergenti più validi, soprattutto per la sua abilità di mostrare in maniera spietata e reale la nostra contemporaneità. C’era riuscito col suo esordio Thank You for Smoking, lo aveva fatto ancora con Juno, e con questo terzo lungometraggio firma il suo capolavoro. Il film è un acuto ritratto della società attuale, non per forza solo americana, così disattenta a creare legami e incapace di relazionarsi col prossimo, per di più sullo sfondo della crisi economica e lavorativa degli ultimi anni, l’epitome più grande della disumanizzazione a cui siamo arrivati. Il protagonista è un uomo che si rifugge qualsiasi legame affettivo, qualsiasi stabilità geografica, e per lavora licenzia le persone come fosse una macchina. Grande merito va anche a George Clooney finora alla miglior prova della carriera, una performance in cui recupera tutto il suo fascino e il suo innato carisma, ma lo fa per compiere un grande paradosso recitativo, usando queste doti non più come armi di sicurezza e seduzione, ma come velo per coprire la fragilità e debolezza del suo personaggio. Il film raffigura come meglio non potrebbe lo spirito del proprio tempo.

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Qui si chiude la settima parte di questa lunghissima scalata per scoprire i migliori film del decennio appena trascorso. La prossima settimana vedremo le posizioni dal numero 30 al numero 21.

3 pensieri su “I 100 Miglior Film del Decennio 2000-2009 (Settima Parte)

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