I 100 Miglior Film del Decennio 2000-2009 (Quarta Parte)

Top 100 winner

di Emanuele D’Aniello

Con un pizzico di follia abbiamo iniziato una incredibile cavalcata per scoprire i 100 miglior film del decennio appena passato, probabilmente una delle classifiche più difficile da fare. Ricordando come questo elenco sia il più imparziale possibile, e come la differenze tra i vari titoli sia davvero minima, perchè parliamo del meglio tra centinaia di migliaia di pellicole realizzate negli ultimi dieci anni, continuiamo a scalare le posizioni rivisitando incredibili opere cinematografiche, ma prima c’è il doveroso promemoria:

posizioni 100-91

posizioni 90-81

posizioni 80-71

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70.  BRONSON  (di Nicolas Winding Refn, Gran Bretagna 2008)

La storia vera del criminale Michael Peterson, in arte Charles Bronson ispirandosi al celebre attore, continuamente ossessionato dall’idea di diventare famoso, e l’unico modo che trova per raggiungere il suo scopo è darsi alla criminalità. Una volta arrestato, continua nel suo vortice di violenza anche in carcere massacrando e sequestrando secondini e altri detenuti. Il protagonista non sa fare altro nella vita, il suo unico talento è quello di massacrare le persone ed essere violento, e ci riesce come nessun altro. Quindi (è la controversa domanda di fondo del film) perchè negare a qualcuno la possibilità di esprimere la propria arte, anche se è quella criminale? Bronson ci viene presentato come un’artista, parla davanti ad un teatro raccontando la sua storia, gioca continuamente e recita anche in carcere. Si potrebbero usare tanti aggettivi per questo film, ma uno rende magicamente l’idea: folgorante. È un film forte, dal grande impatto visivo grazie ad un montaggio frenetico estetizzante, con coreografie di lotta incredibili. Il giovane regista danese Refn (che finalmente col recentissimo Drive è sulla bocca di tutti) sfoga la sua visione unica, originale e innovativa, fa continuamente scelte registiche e stilistiche audaci, sceglie paradossalmente il grottesco e il surreale per raccontare una storia reale e crudissima. In più abbiamo l’interpretazione fenomenale di Tom Hardy, che ancora prima di essere lanciato definitivamente da Christopher Nolan (conInception prima e con The Dark Knight Rises nel futuro prossimo) sprigiona tutta la sua caustica ed irrefrenabile energia.

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69.  LE CONSEGUENZE DELL’AMORE  (di Paolo Sorrentino, Italia 2004)

Titta Di Girolamo come lavoro ricicla i soldi della mafia, e lo fa da anni segregato in Svizzera. E’ un uomo serio, noioso, estremamente riservato, vittima della propria metodicità e costante routine, totalmente apatico e avverso ad ogni contatto umano. L’unico “svago” che si concede è l’uso di eroina, una sola volta a settimana. Questo è l’immortale personaggio che Paolo Sorrentino ci regala alla sua seconda regia, il film che lo consacra definitivamente nel novero dei grandi nomi del nostro cinema. Una pellicola realizzata come nessun altro mai aveva fatto in Italia, figlia di una visione e di una creatività originale e contemporanea, stilisticamente raffinata e innovativa: il montaggio e soprattutto la splendida fotografia di Luca Bigazzi creano una forma da film americano di alto livello. Il film è metodico quanto il suo protagonista, ma mantiene altissima la tensione e ipnotizza lo spettatore, il regista partenopeo con la macchina da presa sa come riempire i silenzi e i momenti calmi. Un grande regista ha però sempre bisogno di un grande attore, e Sorrentino trova in Toni Servillo la sua carta vincente: l’attore regala una prova di immensa dignità e intensità, avvolge il personaggio in una fittissima aria di mistero, per questo è ancora più impressionate ed emotivamente sconvolgente seguire il lento sgretolarsi delle sue convinzioni e del suo cinismo, una maschera imperturbabile che cade di fronte all’amore per una donna.

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68.  IL SEGRETO DEI SUOI OCCHI  (di Juan Josè Campanella, Argentina 2009)

L’Oscar al Film Straniero nel 2010 è stato inizialmente uno dei più sorprendenti, ma una volta visto il film sicuramente uno dei più meritati. Tramite continui flashback vediamo Benjamin Esposito, assistente al Pubblico Ministero, indagare sull’omicidio di Liliana Morales, brutalmente stuprata e poi uccisa. L’indagine legale si scontra col desiderio di vendetta del marito della vittima, ma oltre 20 anni dopo l’omicidio, l’assassino ancora non si è trovato. Forse. Il film argentino è molto più di un semplice thriller, è soprattutto una storia sentimentale, un fortissimo racconto morale su cosa è giusto e sbagliato, che balla sul sottile confine in cui le parti di vittima e carnefice si confondono e sovrappongono. Il vero male è l’ossessione che inquina una vita intera irreparabilmente. Il regista Campanella sorprende, girando con mano sicura un materiale rischioso, scegliendo scelte stilistiche di alta qualità: il lungo e stupendo piano sequenza nella scena nello stadio di calcio andrebbe preso e studiato nelle scuole di cinema.

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67.  GOODBYE LENIN  (di Wolfgang Becker, Germania 2003)

Nel 1989 a Berlino Est, poco prima che il famigerato Muro venga abbattuto, una madre di famiglia e convinta comunista ha un incidente e cade in coma. Per sua fortuna si risveglia otto mesi dopo, ma ovviamente tutto intorno a lei è cambiato, il regime non esiste più. I figli allora, per evitarle uno shock insostenibile, provano a ricostruire i ricordi del regime socialista, con risultati a volte tragicomici. Vedendo il film per poco non viene da dire “si stava meglio quando si stava peggio” e non si può biasimare nessuno. Il regista non vuole certo esaltare gli aspetti di un regime dittatoriale e liberticida come quello comunista della Germania dell’Est, anzi bada attentamente a non cadere in quella trappola, ma ci ricorda come la frenesia e follia del mondo moderno, in particolare delle società occidentale, sia opprimente. Si ride e si piange e si ricorda con tanta nostalgia il tempo passato, ma in fondo il film ci ricorda come, pur pieno di difetti, è preferibile vivere nella follia moderna. L’unico deterrente forse è l’amore di una famiglia.

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66.  IL DIVO  (di Paolo Sorrentino, Italia 2008)

Biografia spettacolarizzata di Giulio Andreotti, uno dei personaggi più importanti nella storia della Repubblica italiana, interpretato da un irriconoscibile e grandioso Tony Servillo, il film è una ventata d’aria fresca nel panorama italiano recente, che solo la visione moderna di Paolo Sorrentino poteva regalarci. Veloce, dinamico, incredibilmente innovativo nelle scelte stilistiche e di sceneggiatura, ricco di personaggi stupefacenti e, paradossalmente, sopra le righe nella loro normalità. Sembra strano, ma non è un film politico o di impegno civile, bensì un film sul potere e sulla degenerazione dello stesso, che si serve della figura (qui più simbolo e personaggio reale) che più di tutte ha incarnato il potere nel nostro paese per oltre quarant’anni. Sorrentino realizza la sua regia più virtuosa e la sua sceneggiatura più complessa finora, dimostrando che anche in Italia si può creare un’opera graffiante e scomoda con freschezza e originalità.

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65.  LADY VENDETTA  (di Park Chan-Wook, Corea del Sud 2005)

La Trilogia della Vendetta del regista Park Chan-wook ha fatto scoprire al mondo il cinema coreano e confermato che il cinema asiatico è una continua fucina di talenti, alcuni veri e propri artisti. A differenza dei precedenti due capitoli (ogni film è comunque una storia indipendente dagli altri) qui protagonista è una donna, ma soprattutto per la prima volta la vendetta è concepita come un atto di redenzione, un azione per raggiungere la catarsi interiore. Crescendo scena dopo scena, in un climax quasi asfissiante, si arriva al finale con un misto di sentimenti positivi e negativi, comunque talmente forti da non lasciare indifferenti. Inutile dire che la componente tecnica è semplicemente eccelsa, l’uso dei colori, delle scenografie, delle tonalità (si noti bene come il film inizi coloratissimo, vivace, per poi scendere lentamente verso ambienti e esterni sempre più grigi, scuri, notturni) è magistrale e interamente funzionale alla storia e alle sensazioni narrate. Non si poteva trovare film migliore per chiudere una fenomenale trilogia.

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64.  MILLION DOLLAR BABY  (di Clint Eastwood, USA 2004)

Clint Eastwood per decenni ci ha abituato, come regista e attore, ad una precisa visione. Ma come il buon vino il nostro Clint invecchiando migliora, e soprattutto si evolve, cresce continuamente, sfida le convenzioni e quello che si credeva su di lui. Mai avremo pensato che il pistolero per antonomasia potesse parlare con così tanta grazia, semplicità, emotività di temi forti e universali come l’eutanasia, la paura, l’amore paterno, l’energia della vita, anche servendosi dell’intensissima performance di Hilary Swank. Il pugilato da sempre, in particolar modo nel cinema americano, è una delle più grandi metafore per mostrare la forza interiore degli emarginati e degli sconfitti nella vita quotidiana, e qui Eastwood con abilità inusitata ne stravolge i canoni e rilegge l’intero genere sportivo a modo suo. Quel modo che sa regalare tante e così diverse emozioni.

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63.  HOTEL RWANDA  (di Terry George, Gran Bretagna 2004)

Uno dei più grandi e gravi crimini della storia è stato il genocidio in Ruanda all’inizio negli novanta, ma lo è stato anche l’incredibile silenzio dei media mondiali sulla vicenda, così come l’immobilismo della comunità internazionale. Resta il fatto che per quasi tre mesi nel 1994 in Ruanda la minoranza Hutu al potere uccise 1 milione di connazionali etnia Tutsi, più gli oppositori politici e gli Hutu moderatori. A volte le grandi tragedie della storia arrivano agli occhi della grande massa solo grazie al cinema, e questo è uno di quei casi. Lo struggente film di Terry George ci racconta la storia dello “Schindler africano” l’uomo d’affari Paul Rusesabagina, che nascose nel suo albergo, circondato dai militari, circa 1200 persone, salvandole dal sicuro massacro.  Il film, dal ritmo asciutto e della tensione altissima, riesce a toccare il cuore delle persone senza servirsi di momenti melensi o retorici, solo mostrando la crudezza di un massacro insensato e la forza d’animo di alcuni veri eroi. L’interpretazione monumentale di Don Cheadle, ben attento a non disegnare il proprio personaggio come un santo, dà volto ad una barbarie inumana.

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62.  IL PROFETA  (di Jacques Audiard, Francia 2009)

Il genere carcerario è uno dei pilastri del cinema da tantissimi anni, è stato sfruttato in tutte le salse e ci ha sempre regalato grandi e commoventi storie. Il regista francese Jacques Audiard decide di spogliare la sua storia da ogni emotività, raccontandoci la versione più cupa e dura, e per questo probabilmente più realistica, della vita in un carcere mai vista al cinema. La prigione per i deboli è un inferno, ma per i furbi è una nuova frontiera, diventa praticamente una nuova scuola, paradossalmente più utile di quella vera, e porta esperienze che segnano per sempre. Il film critica il sistema carcerario istituzionale ma al tempo stesso lo esalta come micromondo, mostrandoci tante sfaccettature, numerose relazioni inter-personali, e soprattutto un multi-culturalismo forzato più efficace di quanto avviene nel mondo vero con la normale tolleranza.

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61.  THE QUEEN  (di Stephen Frears, Gran Bretagna 2006)

Attraverso gli eventi che seguirono la tragica e prematura di Diana Spencer, ex moglie dell’erede al trono del Regno Unito e amata in tutto il mondo, il film di Stephen Frears riflette sull’esistenza dell’intera monarchia inglese nel mondo moderno e dipinge una meravigliosa metafora sul conflitto tra conservatori e progressisti, tra modernità e passato. La regina Elisabetta II non è solo un personaggio centrale in quei tristi giorni, non è sola la protagonista del film, ma è soprattutto una formidabile rappresentazione di un’intera epoca ormai passata, di un modo di fare e pensare stantio. Quando la regina non si capacita della reazione del suo popolo di fronte alla morte di una donna non più appartenente alla famiglia reale, quando in un primo tempo si rifiuta di concedere i funerali di stato ritenendo la cosa un fatto privato, non lo fa mai perchè è una persona fredda o crudele, ma semplicemente perchè non è al passo con i tempi, non sa più quello che la sua stessa gente vuole, ha perso il contatto con la realtà chiusa da anni dentro gli sfarzosi appartamenti reali. Il conflitto con Tony Blair, giovane e popolare, che rappresenta il progresso, e il conflitto con i tempi che avanzano, è incarnato nella stratosferica performance di Helen Mirren: raramente un attore ha aderito così tanto al personaggio interpretato.

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Qui si chiude la quarta parte di questa lunghissima scalata per scoprire i migliori film del decennio appena trascorso. La prossima settimana vedremo le posizioni dal numero 60 al numero 51.

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