I 100 Miglior Film del Decennio 2000-2009 (Ottava Parte)

Top 100 winner

di Emanuele D’Aniello

Terzultimo appuntamento con questa incredibile cavalcata per scoprire i 100 miglior film del decennio appena passato, probabilmente una delle classifiche più difficile da fare. Ricordando come questo elenco sia il più imparziale possibile, e come la differenze tra i vari titoli sia davvero minima, perchè parliamo del meglio tra centinaia di migliaia di pellicole realizzate negli ultimi dieci anni, continuiamo a scalare le posizioni rivisitando incredibili opere cinematografiche, ma prima c’è il doveroso promemoria:

Posizioni 100-91

posizioni 90-81

posizioni 80-71

posizioni 70-61

posizioni 60-51

posizioni 50-41

posizioni 40-31

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30.  THE HURT LOCKER  (di Kathryn Bigelow, USA 2009)

Un tempo i film d’azione, o gli scenari bellici, erano solo per uomini, ma Kathryn Bigelow ci ha insegnato che non è così, anche una donna può dirigere un rigoroso film di guerra. Non ci sono battaglie, non ci sono estenuanti sparatorie o blitz militari, solo la vita del soldato che dà un momento all’altro può finire in peggio. E nonostante questo, per molti di loro lo scenario di guerra è una droga, disinnescare una mina può essere adrenalina pura, un momento che la vita quotidiana non può darti. Il film rivelazione del 2009 è uno dei migliori trattati psicologici sulla vita del soldato, e ci ricorda come per alcuni andare in guerra non è una costrizione, ma una scelta ben precisa. La storia è tutta incentrata sul ritmo, quella narrativo e quello per spegnere una bomba, e con i soldati in quelle scomodissime tute anche i cuori degli spettatori batteranno a mille.

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29.  IL PIANISTA  (di Roman Polanski, Francia/Polonia 2002)

Roman Polanski per anni ha evitato di girare un film sull’Olocausto (rifiutando anche la regia di Schinderl’s List) perchè sentiva la materia troppo personale. Gli anni passano, si diventa più maturi e consapevoli, pronto ad affrontare i propri incubi, e così Polanski nel 2002 mette in piedi un progetto profondamente intimo: la storia delle persecuzioni nel ghetto ebraico di Varsavia è soprattutto la sua storia e quella della sua famiglia. Tra gli orrori e le angherie di quello che accade, la vera storia di Władysław Szpilman si erge ad esempio universale per quello passato in quei giorni, la stratosferica prova fisica di Adrien Brody, ma più così bravo ed efficace, diventa al tempo stesso il ritratto dell’incubo perpetrato dai nazisti e un immortale inno alla sopravvivenza.

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28.  LONTANO DAL PARADISO  (di Todd Haynes, USA 2002)

Gli Stati Uniti rimangono ancora oggi per molti il baluardo della libertà e dei diritti, ma per diventarlo hanno dovuto mettere così tanti scheletri nell’armadio da dover rinforzare le ante: il maccartismo, la segregazione razziale, il ruolo inferiore dato alla donna, il tabù dell’omosessualità. In poche hanno lottato per anni con la diversità, e gli anni 50, l’epoca dell’estremo conformismo sociale, ne sono la più grande manifestazione. Il regista Todd Haynes ci racconta la triste vicenda della famiglia Whitaker, una famiglia come tante dell’epoca, socialmente rispettata, benestante, lui è un capo d’azienda e lei amorevole casalinga. Ma è solo apparenza: lui è in realtà bisessuali, e adesca giovani uomini nei bar, lei sconvolta dalla rivelazione cerca conforto solo a parole dal oro giardiniere di colore. Pur rimanendo una semplice amicizia platonica, inizia a subire il bieco ostracismo dell’intera comunità. Haynes realizza un’opera perfetta nel clamoroso equilibrio qualitativo tra sostanza e forma: la vicenda è forte, purtroppo attuale, in grado di mettere a disagio lo spettatore; la trasposizione dell’epoca è strepitosa, nei comportamenti dei personaggi e nella ricostruzione di set e costumi, nell’uso di colori vivaci e autunnali quando serve, nell’utilizzare una fotografia luminosa che richiama magicamente i film degli anni 50.

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27.  LITTLE CHILDREN  (di Todd Field, USA 2006)

In questa nostra classifica abbiamo menzionato diversi film tristemente inediti in Italia, a dimostrare la miopia dei distributori cinematografici italiani, e questo capolavoro di Todd Field non fa purtroppo eccezione. E’ la storia di quattro persone, tutte personalità infelici che cercano di mantenere la facciata richiesta dal conformismo della società, e di come le loro vite si intrecciano svelando quello che in realtà sono (e in molti siamo): solo bambini adulti, infantili, viziati, irragionevoli, incapaci di crescere e affrontare la vita. Con la forma di un vero romanzo (la voce fuori campo che narra la storia in maniera così impostata e formale ha quella funzione) Field ci descrive personaggi sull’orlo del precipizio e al tempo stesso così umanamente fragili, senza mai diventare retorico o didascalico. Si può anche rimanere bambini, ma spesso è la vita stessa a svegliarci.

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26.  VOLVER  (di Pedro Almodovar, Spagna 2006)

Volver, ovvero tornare. Il senso del film è tutto qui, il passato che non ci lascia mai, sia esso positivo o negativo. A tornare sono le persone, i sentimenti, ma anche gli incubi che si credevano allontanati, e perchè no pure i fantasmi. Pedro Almodovar, raggiunta la maturità artistica e nella vita, pur tenendo in se tutto lo spirito trasgressivo e vivace del proprio cinema, ci offre un ritratto familiare di estrema sensibilità e umanità, in cui l’anticonformismo per una volta è nelle relazioni interpersonali, e non un modo di apparire. Tenendo al centro sempre le donne, le sue donne, quell’universo femminile che solo lui sa come tratteggiare nei minimi dettagli, ci racconta una storia personale, struggente, nostalgica, ma al tempo stesso ricolma di gioia, ricordi belli, attimi vissuti con le persone care, in cui anche i colori, gli odori, i sapori fanno tornare in mente la felicità di un tempo. Tornare, molto spesso, può fare bene.

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25.  DANCER IN THE DARK  (di Lars Von Trier, Danimarca 2000)

Raramente si può trovare o immaginare una storia struggente e tragica come questa, così sconvolgente che anche a settimane, mesi, anni di distanza il solo pensiero del finale riesce a fare male. Non è esagerato dire che solo Lars Von Trier poteva creare un film simile. Selma è la persona più buona che incontrerete mai nel corso della vostra vita: simpatica, solare, disponibile, amorevole, tiene buoni rapporti con tutti, e nonostante una cecità progressiva che mina la sua vita lavora quasi tutto il giorno per ottenere i soldi per operare il figlio, che ha la sua stessa malattia. Quando un amico le ruba tutti i risparmi di una vita, la situazione precipita ed entra in una spirale di tragicità inarrestabile, tutto quello che può andare male va male. Attimo dopo attimo, scena dopo scena, la donna più buona subisce a ripetizione le più terribili cattiverie e sfortune al mondo. L’agghiacciante finale è l’epilogo naturale di questa angosciante vicenda. In tutto questo Von Trier gioca, la sua arte provocatoria sguazza, va avanti con la macchina a mano e l’abbandona quando serve, realizza numeri musicali e coreografie di incredibile gioia per poi gettarci un secondo dopo nelle ombre più cupe possibili. Questo anti-musical di Von Trier è una delle opere più forti e disperate nella storie del cinema.

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24.  SYNECDOCHE, NEW YORK  (di Charlie Kaufman, USA 2008)

Charlie Kaufman è il classico personaggio al cui arte è al confine costante tra genio e follia. Passando dalla sceneggiatura alla regia, Kaufman rimane sul quel confine labilissimo e ci costruisce un film difficilmente descrivibile. Il suo esordio alla regia è un’opera omnia di emozioni e sentimenti altamente complessa e ricca di spunti, in cui in modo del tutto pirandelliano riesce a racchiudere tutta la vita di un uomo. Traboccante di richiami metacinematografici, come ogni opera di Kaufman, il film parla di qualsiasi cosa vi possa passare per la testa, soprattutto quei problemi essenziali, cioè la vita, la morte, e l’impossibilità di raggiungere la perfezione, che sia artista o relazionale. Philip Seymour Hoffman col suo talento titanico è il perfetto volto e corpo delle antitesi di cui si nutre il cinema kaufmaniano. Un film che merita più visioni, ed ogni volta vi lascerà a bocca aperta con una stretta al cuore.

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23.  LE VITE DEGLI ALTRI  (di Florian H. von Donnersmarck, Germania 2006)

Quando un film ambientato negli anni ottanta nella Germania Est, quando ancora c’era il Muro e la Germania era divisa in due stati, riesce ad essere per noi così moderno, attuale e universale, vuol dire che l’opera ha colto nel segno e inquadra lo spirito del tempo. Protagonista è un uomo, un agente della Stasi, la polizia del regime comunista, che passa le giornate ad intercettare e ascoltare le conversazioni di una coppia di attori teatrali, accusati di cospirare contro la patria. E l’assenza di tecnologia permette al film di essere ancora più forte, raffigurando un uomo costantemente solo, chiuso tra quattro mura, quelle pareti che simboleggiano l’oppressione della propria ideologia, costretto non solo ad ascoltare, ma praticamente ad entrare nelle vite degli altri. Viviamo in un mondo in cui la privacy è più apparenti che reale, con l’esplosione dei social network, delle intercettazioni, di leggi internazionali che per motivi di anti-terrorismo limitano le liberà personali, e addirittura di programmi tv che entrano nella quotidianità delle persone, spiandole per gioco. Questo film tedesco ci ricorda quanto entrare nelle vite degli altri possa essere doloroso e travolgente per chi ascolta e per chi è ascoltato.

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22.  GRAN TORINO  (di Clint Eastwood, USA 2008)

Il personaggio di Walter Kovalski è la quintessenza delle figure interpretate e portate al cinema da Clint Eastwood, le racchiude tutte e nello struggente finale del film completa autenticamente un ciclo. Un film piccolo, privato e personale, che riesce ad essere universale parlando di un tema così delicato ed eterno come quella della tolleranza, vista attraverso gli occhi di un intollerante, il non plus ultra del vecchio americano tipo che ha visto davanti a se scorrere tutta la complessità di un secolo difficile come il novecento. Nel contatto col diverso Walter apre finalmente il proprio cuore, come non riesce a fare nemmeno più con i familiari, perchè ritrova negli stranieri quei valori e quei principi fondamentali ormai abbandonati dalla civiltà occidentali, persi e sottovalutati dalla sua stessa gente. Eastwood sintetizza tutto in quella che forse è la performance della carriera, raffigurando la summa dei suoi personaggi: un vecchio scontroso, diffidente, che letteralmente ringhia di fronte a ciò che non gli piace, ma in realtà ha ben altro dietro una scorza così dura. A 80 anni suonati il vecchio Clint riesce ancora a sorprendere e commuovere con una poetica d’altri tempi.

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21.  THE WRESTLER  (di Darren Aronofsky, USA 2008)

Raramente nella storia del cinema tra attore e personaggio c’è stata una così perfetta sintonia e fusione. La vita di Randy The Ram Robinson è la vita di Mickey Rourke, e viceversa. Un lottatore (e un attore) che ha avuto il proprio grande momento di gloria, è sprofondato e tenta di risalire, senza mai abbondare il palcoscenico o il ring, l’unico mondo in cui è capito, apprezzato, e soprattutto si sente vivo. Perfetta metafora con il wrestling, un mondo di finzione in cui di vero c’è il sentimento e la passione, un universo particolarissimo che vede protagonisti figure, spesso emarginate dalla vita, che sottopagate e senza vere cure mediche accettano di farsi maciullare fisicamente solo per l’adrenalina e il grido del pubblico. Il wrestling è come la vita: quasi tutto è finto, ma passione e dolore sono sempre autentici.

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Qui si chiude l’ottava parte di questa lunghissima scalata per scoprire i migliori film del decennio appena trascorso. La prossima settimana sempre più in alto, vedremo le posizioni dal numero 20 al numero 11: siamo ormai vicinissimi a scoprire la testa della classifica.

2 pensieri su “I 100 Miglior Film del Decennio 2000-2009 (Ottava Parte)

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