I 90 Miglior Film degli Anni ’90 (Seconda Parte)

Top 100 winner

di Emanuele D’Aniello

La scorsa settimana abbiamo iniziato una folle cavalcata per scoprire i 100 miglior film degli anni 90, probabilmente una delle classifiche più difficile da fare. Ricordando come questo elenco sia il più imparziale possibile, e come la differenze tra i vari titoli sia davvero minima, perché parliamo del meglio tra centinaia di migliaia di pellicole realizzate, continuiamo a scalare le posizioni rivisitando incredibili opere cinematografiche.

posizioni 90-81

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80.  RICOMINCIO DA CAPO  (di Harold Ramis, USA 1993)

Quando ogni anno inesorabile arriva Il Giorno della Marmotta, non c’è essere umano che non pensi immediatamente a questo film. Il capolavoro di Harold Ramis, un autentico cult che ha dato vita a decine di figliastri con la stessa trama sviluppata in più generi (un uomo svi sveglia ed è costretto a rivivere sempre lo stesso giorno), è una delle commedie più bizzarre e originali mai viste, e passa alla storia grazie anche alla miglior performance comica di Bill Murray in carriera. Ricca di momenti divertenti, romantici e addirittura drammatici, è l’ultimo colpo di coda della tipica comicità americana degli anni 80 e un film alla Frank Capra che non passerà mai di moda.

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79.  PRIMA DELL’ALBA  (di Richard Linklater, USA 1995)

Le storie romantiche al cinema non tramonteranno mai, e quando riescono ad essere ancora originali ed interessanti ci vuole a passare alla storia. L’incontro casuale tra una studente francese e un giornalista americano a Vienna è l’occasione per passare 24 ore, prima dell’alba appunto, a confrontarsi ed innamorarsi, sapendo purtroppo che quel sentimento nella vita di tutti i giorni sarebbe stritolato e spento. Un sogno ad occhi aperto che funziona grazie a due personaggi veri, semplici, normalissimi, che danno vita a dialoghi mai banali, un fiume parole in cui tra gli spazi si inserisce un sentimento nascente e ineludibile. Il sequel del 2004 è la prova che questo piccolo film è riuscito a lasciare un piccolo segno nella storia del cinema.

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78.  HONG KONG EXPRESS  (di Wong Kar-Wai, Hong Kong 1994)

Pochissimi autori, forse nessuno, sanno rappresentare l’amore come fa ormai da anni Wong Kar-Wai al cinema. Nei suoi film non vediamo agire dei personaggi, ma dei veri e proprio stati d’animo che si incontrano e scontrano in una girandola di colori, luci, sapori, odori, musica e sensazioni. Questo è il cinema del maestro orientale, un cinema fatto di percezioni che escono fuori dallo schermo. Se la canzone California Dreamin’ non uscirà più dalla vostra testa, o sognate la notte l’immagine di una killer con una parrucca bionda, ora conoscete il nome del colpevole.

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77.  LA PRINCIPESSA MONONOKE  (di Hayao Miyazaki, Giappone 1997)

In ogni film di Hayao Miyazaki possiamo ritrovare senza dubbi i tratti distintivi della sua poetica, ma se c’è un’opera che va anche oltre quella è sicuramente il successo di critica e pubblico del 1987. Nel film ritroviamo l’amore per la magia, per i valori tradizionali, per i veri rapporti umani, per l’ambiente, le difficoltà che porta il progresso, la centralità di una figura femminile, ma Miyazaki si spinge a creare scenari fortissimi, situazioni autenticamente paurose che, pur lontano dai toni dark, sono ugualmente crude e orribili. Il Giappone antico è terreno fertile, una volta tanto, per mostrarci il Miyazaki più cupo e adulto.

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76.  π – IL TEOREMA DEL DELIRIO  (di Darren Aronofsky, USA 1998)

Le opere d’esordio stabiliscono fin da subito chi è un grande regista e chi un onesto mestierante. Il fulminante e cerebrale esordio di Darren Aronofsky non ha lasciato dubbio alcuno su quale categoria scegliere per lui. Film piccolo, in bianco e nero, ma già ricco delle sue fulminanti visioni e di tutti i suoi temi, a cominciare dal vero caposaldo della sua poetica: l’ossessione. Pur se ricco di immagini potenti, Aronofsky come sempre lavora sulla psiche della spettatore, i suoi film presumono sempre un pubblico attento, paziente e perspicace, altrimenti meglio evitarlo. Noi però ce lo teniamo stretto.

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75.  IL DOLCE DOMANI  (di Atom Egoyan, Canada 1997)

Film purtroppo tornato tristemente attuale per alcuni recenti fatti di cronaca, è la storia delle reazioni di un paese di fronte all’incidente dell’autobus scolastico locale in cui muoiono tutti i bambini, a parte il conducente ed una adolescente che rimane paralizzata. Un avvocato con seri problemi personali proverà a portare giustizia e sollievo ai familiari delle vittime, ma capisce che un paese senza più bambini è un paese morto dentro. Atom Egoyan affronta una storia tristissima e delicatissimi con grande lucidità, senza retorica o facili momenti strappalacrime, riuscendo a cogliere l’essenza di un dolore per poi mostrarlo attraverso un film. La bellezza e grandezza del cinema è anche questa.

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74.  MY NAME IS JOE  (di Ken Loach, Gran Bretagna 1998)

Pochissimi, anzi nessuno sa ritrarre l’essenza dei bassifondi e di personaggi emarginati come fa Ken Loach, il cantore della classe operaia inglese. Mischiando dramma, umorismo e persino thriller, cosa insolita per lui, il regista ci mostra la vera vita che si fa per strada, quando il mondo non ti sorride e ogni giorno deve cavartela per arrivare al domani. Il Joe di Peter Mullan (un fantastico attore spesso sottovalutato, che qui firma una prova intensissima e straziante) è un ex alcolizzato e ora disoccupato con cui chiunque può empatizzare, perchè parla e fa qualsiasi cosa, giusta o sbagliata che sia, solo e soltanto col cuore, e ci mostra come la vita chiede sempre il suo conto: una volta che si è scelto un percorso, si può lasciare ma è lui a non lasciarti mai.

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73.  AMERICA OGGI  (di Robert Altman, USA 1993)

Robert Altman per molti è sempre stato un autore impietoso, cinico, cattivo nel suo voler svelare a tutti i costi i difetti e le idiosincrasie della società americana. Eppure, Altman semplicemente non è mai stato ipocrita, e senza mai affondare il colpo a lui basta mostrare una serie di storie e una ampia galleria di personaggi per far capire allo spettatore che, forse, il suo punto di vista non è quello errato. Servendosi di 9 racconti di Raymond Carver il film in ben 3 ore di durata mostra una infinità di caratteristi e situazioni, nessuna delle quali edificante. Non è Altman ad essere impietoso, è la società ad essere corrotta.

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72.  IL CATTIVO TENENTE  (di Abel Ferrara, USA 1992)

Per tutta la carriera Abel Ferrara è stato bollato come un Martin Scorsese più estremo, provenendo dalle stesse radici e affrontando i medesimi temi, il peccato e la colpa. Ma il suo capolavoro dimostra che Ferrara è un regista tutto particolare: si estremo, si radicale, si visionario, si eccessivo, forse un po’manierista, ma sicuramente potente come pochi al mondo. E’ la parabola senza catarsi di un poliziotto corrotto che cerca gli stupratori di una suora, e si scontra col perdono della vittima verso i suoi assalitori, cercando di capirne i motivi. Un film molto forte, che a tratti può risultare anche fastidioso, ma da cui si esce sicuramente colpiti. E la straordinaria prova di Harvey Keitel è il gioiello finale.

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71.  IL SAPORE DELLA CILIEGIA  (di Abbas Kiarostami, Iran 1997)

Il cinema del maestro iraniano Kiarostami è fatto di tempi lunghi, riprese fisse, lunghe scene senza stacchi e senza parole che spesso riprendono personaggi alla guida. Quando però nei film di Kiarostami finalmente si parla, le parole lasciano il segno, scorrono inesorabili, nessuna sillaba viene sprecata o risulta banale. Ancora di più nella storia di un uomo che decide di suicidarsi, e cerca qualcuno che, dietro ricompenso, possa aiutarlo nel suo gesto: seppellirlo se avrà avuto il coraggio uccidersi, aiutarlo ad uscire dalla fossa se avrà cambiato idea. L’uomo incontra tre persona, e ognuna di esse si pone in maniera diversa di fronte al compito offerto. Il cinema di Kiarostami sa essere leggero ma rimane dentro, esattamente come il sapore di una ciliegia.

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