I 10 migliori film del 2011

di Emanuele D’Aniello

Mancava la Top Ten del 2011, un anno che è stato per il mondo del cinema molto interessante: forse avaro di capolavori, ma ricco di un livello medio-alto davvero notevole. Come sempre sono arrivati film importanti da tutto il mondo, di vario genere e realizzati da registi esperti e volti nuovi. Per fare un esempio, un anno fa in pochissimi conoscevano il nome di Nicolas Refn, ora è invece difficile toglierselo dalla testa.

Ovviamente è una classifica personale, ma che cerca di essere il più obiettiva e imparziale possibile. Ecco a voi i migliori film dell’anno appena passato.

TOP TEN 2010

 

MENZIONI SPECIALI

LA FUGA DI MARTHA (di Sean Durkin, USA)

Il cinema indipendente americano negli ultimi ha avuto una crescita esponenziale, creando quasi un sotto-genere quando indaga quell’America di provincia oscura e a tratti inquietante. Il debuttante Sean Durkin mostra la facilità con cui ragazzi normali possono essere affascinati e deviati da quelle comunità/famiglia che troppo spesso si trasformano in vere sette, e le difficoltà di rapportarsi al mondo reale, fatto di materialismo e ipocrisia, dopo aver vissuto un’esperienza a dir poco traumatica. Un’altra esordiente, la protagonista Elizabeth Olsen, regge sulle sue spalle con una prova sontuosa un film complesso e per certi versi da brividi.

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C’ERA UNA VOLTA IN ANATOLIA  (di Nuri Ceylan, Turchia)

Il cinema europeo d’autore raramente è apprezzato in maniera unanime, ma continua a sfornare prodotti che una volta digeriti fanno riflettere più di qualsiasi altra forma d’arte si possa trovare. Una indagine poliziesca è in realtà un’indagine nell’animo umano, che il regista Nuri Ceylan esplora con i suoi tempi volutamente dilatati, i dialoghi quasi casuali ed una resta estetica magnifica, confezionata in una fotografia notturna di rara bellezza.

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SUPER 8 (di JJ Abrams, USA)

Nell’anno della nostalgia e del passato cinefilo che ritorna prepotentemente, il film che ne parla con più passione e sincerità, utilizzando gli schermi classici del genere e le citazioni per creare qualcosa di nuovo e personale, è indubbiamente quello scritto e diretto da JJ Abrams che apertamente richiama alla mente i primi film di fantascienza di Steven Spielberg, opere in grado di influenzare e ispirare tutta la generazione di cineasti cresciuta nei primi anni 80. Il lavoro di ricostruzione dell’ambiente è meticoloso, l’amore per il cinema traspare da ogni inquadratura, e in più riesce a raccontare una storia che intrattiene e strappa pure qualche lacrima.

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MISS BALA  (di Gerardo Naranjo, Messico)

Inedito in Europa, ancora non uscito nelle sale americane, questo film messicano ha scosso per tutto l’autunno il circuito dei festival internazionali, candidandosi a nuovo caso cinematografico. Parzialmente ispirato a fatti reali, è la storia di una normalissima ragazza che aspira a diventare reginetta di bellezza nel concorso di Miss Messico, ma una notte rimane casualmente coinvolta nelle azioni di un pericoloso cartello mafioso: catturata dai narcotrafficanti, in cambio della corona e la salvezza della sua famiglia diventerà un corriere della droga. Una autentica discesa negli Inferi, un racconto che nulla lascia all’immaginazione, fa realmente male vedere una ragazza che dal sogno di una vita passare a vivere in un incubo. Girato con stile quasi documentaristico, riprendendo spessissimo i personaggi di spalle come se lo spettatore li seguisse continuamente, questo film messicano è una delle opere più dolorose e forti degli ultimi anni.

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MARGIN CALL (di JC Chandor, USA)

Negli ultimi anni, come era lecito aspettarsi, i film che trattato e indagano le cause dietro la terribile crisi economica esplosa negli Stati Uniti nel 2008, e che ancora non è sparita ma anzi si è allargata a tutti gli stati, sono aumentati, e tra questi sicuramente l’opera d’esordio di JC Chandor ha fatto parlare di se. Con lo schema e il ritmo del thriller, e una tensione da mozzare il fiato, il film racconta il momento iniziale e la presa di coscienza della situazione, narrando i fatti in tempo reale nello spazio di 24 ore. Con un notevolissimo cast e una sceneggiatura di ferro, Margin Call rischia seriamente di creare il nuovo genere del thriller economico.

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LA GUERRA E’ DICHIARATA (di Valerie Donzelli, Francia)

Il cinema spesso ha affrontato situazioni terribili come la malattia, ma raramente lo ha fatto con tanta sincerità e vitalità. Quella messa in scena nel film della Donzelli è una guerra dichiarata al dolore, alla sofferenze, all’istinto di arrendersi. Il film è ricco di energia, voglia di sperare e vivere, con una positività invidiabile e contagiosa. Se pensiamo che gli attori protagonisti, coppia nella vita reale, hanno davvero vissuto la tragica esperienza del film, si rimane davvero senza fiato. Il cinismo e soprattutto la melensaggine forzata sono fortunatamente da un’altra parte.

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THE ARTIST  (di Michel Hazanavicius, Francia)

Ancora oggi, dopo mesi in cui si parla solo di questo film, dopo i tantissimi premi che sta vincendo praticamente ovunque, pensare che nel 2011 possa essere realizzato un film muto in bianco e nero, con lo stile e i movimenti della vecchia Hollywood, fa un certo effetto. Direttamente dalla Francia arriva questa magia che non è solo un omaggio, ma soprattutto una grande storia dotata di vitalità e personalità propria, ricca di inventiva, grandi interpretazioni e tanta tanta passione. Intrattenere il pubblico di oggi, abituato a film rumorosi e effetti speciali stratosferici, con lo stile del passato è di per se già un successo, riuscire poi a farlo con una storia e con una visione personale è un trionfo.

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MIDNIGHT IN PARIS (di Woody Allen, USA)

Il maggiore incasso nella filmografia di Woody Allen, il film che ha segnato il suo ritorno in zona Oscar, il successo che ha fatto gridare molti all’inizio di una nuova carriera per il grande autore newyorkese. La trasferta francese di Woody Allen funziona sotto tutti i punti di vista, un film pieno di grazia ed eleganza, delicatezza e fascino, divertente e fantasioso, in grado di affrontare e guardare al passato senza retorica o troppa nostalgia, capendo che dopotutto “il passato altro non è che il triste presente di qualcun altro”.

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TOP TEN

10. YOUNG ADULT  (di Jason Reitman, USA)

Jason Reitman e Diablo Cody insieme fanno faville, non ci sono più dubbi. Tenendo da parte la tenerezza e l’ingenuità di Juno, i due sfornano ora una commedia nera, amara, acida, che a prescindere dall’aggettivo scelto, sotto l’apparente patina divertente, è uno dei ritratti esistenziali più agghiaccianti degli ultimi anni nel cinema americano. Charlize Theron è fantastica con un ruolo negativo come non se ne vedono spesso per le attrici: una cattiva ragazza, una adolescente troppo cresciuta, un personaggio che ci piace meno alla fine del film di quanto non ci piacesse addirittura all’inizio, rimanendo uguale per tutti i 95 minuti del film, incapace di imparare dai propri errori.

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9.  LA TALPA (di Tomas Alfredson, Gran Bretagna)

Adattare per il cinema uno dei romanzi più complessi e tecnici del maestro di spy story John le Carrè è difficile, renderlo qualcosa di completamente diverso è da applausi. Il regista svedese Tomas Alfredson sceglie di concentrarsi sugli uomini e non sulla caccia alla spia, raccontando una storia di amicizie tradite, sentimenti repressi, sofferenze personali e sensazioni dissimulate. Lo fa ricreando nei minimi dettagli la Londra degli anni 70, talmente bene che tra scenografie e costumi sembra di percepire l’odore del fumo e la pesantezza dei cappotti. Con un’atmosfera simile il genere di spionaggio non potrà mai più essere lo stesso.

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8.  BEGINNERS (di Mike Mills, USA)

Aver fatto uscire questa gemma direttamente in dvd è un’onta che non perdonerò mai alla distribuzione italiana. Poco dopo la morte per cancro della madre, il padre di Oliver (Ewan Mcgregor) gli confessa di essere gay e di esserlo sempre stato per tutta la durata del suo matrimonio, e poco dopo  anche lui si ammala di cancro ai polmoni. Dopo la sua scomparsa, Oliver conosce un affascinante attrice francese (la splendida Melanie Laurent) e inizia una nuova vita. Racconto autobiografico del regista e sceneggiatore Mike Mills, il film mette in parallelo il rapporto tra Oliver e il padre negli ultimi mesi di vita di quest’ultimo e l’inizio di una storia d’amore tra Oliver e Anna, con tutti trucchi scenici e di scrittura del grande cinema indipendente. Un film meravigliosamente malinconico ma soprattutto vero, sincero, spontaneo, avvolto in un’atmosfera unica e intima, capace di strappare sorrisi e lacrime, in grado di passare dalla tristezza alla scoperta della felicità. Una perla che pochi hanno visto, ma vale la pena essere recuperata.

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7.  E ORA PARLIAMO DI KEVIN (di Lynne Ramsay, Gran Bretagna)

Duole quasi dirlo, ma quando una persona stermina una famiglia e compie una strage immotivata, non c’è nulla di demoniaco nelle motivazioni, ma sempre qualcosa di troppo umano. Il film di Lynne Ramsay nel raccontare una delle storie più devastanti possibili non sceglie l’approccio classico e melodrammatico, ma con modernità e un virtuosismo scenico incredibile indaga il prima e il dopo un evento che definire tragico è quasi effimero. Il volto irregolare di Tilla Swinton è la perfetta base di partenza per dare forma al dramma, agli interrogativi, all’imperscrutabile. Tanti film hanno raccontato le difficoltà in una famiglia che troppo spesso finiscono nella tragedia, mai nessuno lo aveva fatto in modo così viscerale e soprattutto reale.

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6.  MONEYBALL – L’ARTE DI VINCERE (di Bennett Miller, USA)

Una storia sportiva che si fa racconto sociologico e politico, un viaggio nel baseball che diventa  indagine nella crisi economica che ha colpito l’America negli ultimi anni. E soprattutto un bellissimo character study su un personaggio particolare, romantico, solitario, che non guarda le partire perchè crede di portare sfortuna alla propria squadra. Un grande film nel senso più vero e antropologico del termine, uno spaccato sociale realizzato e narrato in maniera impeccabile.

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5.  MELANCHOLIA (di Lars Von Trier, Danimarca)

Raccontare uno stato d’animo con un film è una cosa, far vedere e far vivere quello stato d’animo con un film è ancora più complesso. Solo un regista discusso e provocatorio come Lars Von Trier poteva esplorare la depressione, e addirittura rappresentare la fine del mondo come una cosa positiva, un vero e proprio happy ending. Contrapponendo i sentimenti di due sorelle di fronte ad un evento apocalittico, Von Trier ci mostra come solo chi soffre può cogliere la gioia e la bellezza dei momenti negativi, perchè lo dice chiaramente, la Terra è brutto posto popolato da gente cattiva e quando morirà nessuno ne sentirà la mancanza. Tutto questo riassumendo in due ore la sua tecnica e tutti gli stili cinematografici che conosce, con eleganza e pieno controllo del mezzo scenico. Una struggente materializzazione del dolore.

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4.  UNA SEPARAZIONE (di Asghar Farhadi, Iran)

Fare cinema in Iran non facile al giorno d’oggi, ma con i pochi mezzi a disposizione e una grande abilità di scrittura Asghar Farhadi ha messo in piedi un’opera che ormai è sulla bocca di tutti da più di un anno, quando nel gennaio 2011 trionfò al Festival di Berlino facendo incetta di premi. La forza del film è indubbiamente la sua universalità, la possibilità che concede a qualsiasi spettatore del pianeta di immedesimarsi con i personaggi: si parla del quotidiano, delle difficoltà di ogni giorno, di divorzi e matrimoni, dei problemi che una famiglia trova quando va incontro a scelte che spezzano il nucleo fondante. Un film neorealista che fonde ad altissimo livello regia, scrittura e recitazione, esplorando la vita di tutti i giorni.

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3.  SHAME (di Steve McQueen, Gran Bretagna)

Tre anni fa il viscerale Hunger aveva sconvolto il mondo del cinema come pochi film sono stati in grado di fare, ora il regista Steve McQueen e l’attore Michael Fassbender tornano a collaborare con un film se possibile ancora più forte, doloroso e travolgente. Brandon è un malato di sesso, non può farne a meno, intrattiene senza sosta rapporti occasionali, a pagamento, guarda tutto il giorno il porno su internet, una dipendenza che lo conduce in una spirale autodistruttiva e gli rende impossibile ogni relazione sentimentale sana: quando la problematica sorella viene a fargli visita, Brandon dovrà confrontarsi anche con il suo passato. Senza mezze misure, Shame è un vero e proprio pugno nello stomaco, una mazzata che può diventare metafora di chissà quante situazioni negative, col sesso più anti-erotico mai visto al cinema, doloroso e mortifero. Lo stile di Steve McQueen e le sue lunghissime riprese accompagnano lo spettatore nella condizione del protagonista, un Michael Fassbender semplicemente clamoroso. Una visione sicuramente non facile, in grado di scuotere le corde più profonde dell’animo umano.

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2.  DRIVE (di Nicolas Winding Refn, USA)

Boom. Come un fulmine a ciel sereno, assolutamente dal nulla, arriva il film cult dei prossimi decenni. Chi ha assistito alla prima proiezione al Festival di Cannes, senza ovviamente sapere nulla a priori, racconta ancora di come il film abbia squassato tutto, e mai dimenticherà quel giorno. Esprimere a parole la bellezza di quest’opera è difficilissimo, perchè come ripetuto più volte Drive è prima di tutto sensazioni, emozioni, silenzi, un film che va respirato invece di esser visto. Una favola moderna, un western metropolitano in cui le azioni e gli sguardi contano più delle sue (pochissime) parole: la giaccia con lo scorpione, le luci di una Los Angeles notturna mai così ipnotica, la musica electro-pop anni 80, i titoli di testa color rosa, l’ormai immortale scena dell’ascensore, e così via. Drive entra nella vostra testa e non ne esce più.

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1.  THE TREE OF LIFE (di Terrence Malick, USA)

Abbiamo aspettato quasi tre anni dalla fine delle riprese per vedere l’uscita di questo film, ma col senno di poi possiamo dire tranquillamente che ne è valsa la pena. La storia di una famiglia texana degli anni 50 viaggia in parallelo con la nascita dell’Universo e della Terra, affrontando in poco di più di due ore tutti i sentimenti possibili, racchiudendo con delicatezza e forza il senso della vita come nessun altro aveva mai fatto. Solo un vero artista con la A maiuscola come Terrence Malick poteva realizzare un’opera simile, in cui le immagini diventano pura poesia e il cinema si fonde con la natura che rappresenta, creando alcune tra le sequenze più affascinanti e spettacolari mai viste sul grande schermo. Se al termine della visione siete scossi con i brividi non vi preoccupate, avete appena vissuto un’esperienza piuttosto che aver visto un film.

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Insomma, scorrendo questo titoli direi che non ci possiamo lamentare del 2011 cinematografico. Ora col nuovo anno, con tante attesissime uscite, l’abbuffata fortunatamente continua.

 

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