Hungry Hearts – recensione

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Hungry Hearts di Saverio Costanzo, con Alba Rohrwacher, Adam Driver, Roberta Maxwell   Italia 2015

di Emanuele D’Aniello

Tra i tanti nuovi autori italiani, i più celebrati in Italia e all’estero sono sicuramente Paolo Sorrentino, Matteo Garrone, Luca Guadagnino, ma probabilmente il regista italiano dalla sensibilità europea (e non solo) più forte e distintiva è Saverio Costanzo. Arrivato al terzo film, le sue opere non riflettono mai esclusivamente la realtà sociale e cinematografica italiana – anzi, in alcuni casi, come nel film di cui stiamo per parlare, praticamente per nulla – e le sue influenze sono chiaramente tutte straniere. Hungry Hearts, nella concezione nello sviluppo, è infatti un film che in Italia non sarebbe mai venuto in mente a nessuno se non a Saverio Costanzo.

Ma poi cosa è veramente Hungry Hearts? Definirlo una storia d’amore depravata che sfocia nell’horror è indubbiamente corretto, ma al tempo stesso riduttivo. Analisi psicologica di due personaggi, indagine esistenziale di una coppia nel mondo moderno, ritratto delle paure per le trasformazioni biologiche contemporanee, Costanzo riesce a mescolare tutto questo in poco più di un’ora e mezza, lavorando moltissimo sull’atmosfera. E’ quasi pleonastico affermare che Costanzo abbia divorato e appreso ogni singolo fotogramma del cinema di Roman Polanski, andando a ricreare un cinema d’interni che trasforma una storia già terribile in un incubo claustrofobico. E in una vicenda così estrema, l’abilità principale di Costanzo è quella di avvicinarsi ma evitare proprio gli estremi: quando si rischia il melodramma il sentimento svanisce, quando si rischia la comicità involontaria il film di racchiude su se stesso, quando il puro horror pare dietro l’angolo rispunta l’umanità dei personaggi, e nel momento fondamentale in cui la protagonista potrebbe apparire come definitivamente pazza, ecco che invece che il film le restituisce una dimensione fortemente empatica, mostrando il suo punto di vista, sicuramente deviato e malato ma non semplicisticamente pazzo.

Detto così, Hungry Hearts sembra un film perfetto senza difetti. Ma Costanzo non ambisce alla perfezione, non gli interessa affatto, non cerca ne la forma ne la sostanza fine a se stessa. E’ sull’atmosfera e sulle sensazioni – non sui sentimenti – che il film lavora, corteggiando la testa, accarezzando il cuore, per poi sferrare il vero attacco allo stomaco dello spettatore. Molto è dovuto all’interpretazione dei due protagonisti, ed è quasi ovvio considerando che il film è praticamente solo e soltanto un duetto tra loro due. Adam Driver è assolutamente in parte, dando al personaggio una simpatia e ingenuità fondamentale, che permettono di rendere più straziante il suo dolore e uniformare il suo punto di vista con quello del pubblico. Alba Rohrwacher è praticamente la protagonista di Rosemary’s Baby al contrario, veicolo di tante ossessioni del mondo moderno che si trasforma via via in una strega: guardare le lenti deformate usate dal regista per inquadrarla da metà film, notate la postura che l’attrice assume, e l’incubo è sempre più concreto. Merito a lei per aver mantenuto l’umanità e la tristezza in un personaggio del tutto sgradevole.

Esplorando ossessioni che sembrano lontane e folli, ma sono molto contemporanee, Hungry Hearts è un film che lascia a disagio e riesce così a porre domande, non prendendo mai la parte di uno dei protagonisti ma, con un distacco poco consolatorio, trattando entrambi con sincera pietà. Sarebbe facile giudicare, ma i grandi autori sanno capire, analizzare e  guardare oltre i semplici steccati.

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