Big Eyes – recensione

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Big Eyes di Tim Burton, con Amy Adams, Christoph Waltz, Danny Huston, Krysten Ritter, Jason Schwartzman, Terence Stamp, Jon Polito   USA 2014

di Emanuele D’Aniello

Due anni fa, nella nostra recensione di Dark Shadows, ci siamo accorti e abbiamo discusso il maggior problema dei recenti film di Tim Burton, ovvero il fatto che uno dei registi inizialmente più anticonvenzionali in circolazione si sia via via standardizzato, spento, fino a far diventare i propri tratti distintivi troppo riconoscibili, trasformandoli in un marchio. Nel corso del tempo Tim Burton si è trasformato a tutti gli effetti in un brand. Burton è anche un autore molto intelligente, e sicuramente sarà stato il primo ad accorgersi di questo problema, non a caso, Big Eyes tra le altre cose parla proprio di questo.

Big Eyes è un biopic hollywoodiano piuttosto semplice e canonico, in cui la storia dei coniugi Keane è presentata in modo cronologico, senza salti temporali o particolari guizzi narrativi. Per quanto a Burton stesse a cuore questa vicenda – l’autore è amico e ammiratore di Margaret Keane da tempi non sospetti, fin dai primi anni ’90 – è indubbio che a lui interessasse soprattutto altro, ovvero il discorso sull’arte, sul rischio del plagio, sulla commercializzazione dell’opera intellettuale. Se, come abbiamo detto, Tim Burton è divenuto un marchio, vediamo che il cuore del film è tutto negli grandi occhi dei quadri dipinti che diventano poster e cartoline da vendere, quadri da appendere nel corridoio di un bagno. A Burton non interessa la relazione tra i personaggi, infatti lui è fin troppo monodimemsionale nella propria antipatia, e lei è un personaggio molto debole e poco caratterizzato, ma il problema dell’arte che muore per mano degli artisti stessi. Quando il critico di turno attacca Walter Keane accusandolo di realizzare opere dal gusto kitsch, alzi la mano chi non ha pensato che sul tavolo degli imputati si siamo messo Burton stesso.

Ma ovviamente c’è un problema all’origine: non si può trattare una tematica così interessante, e molto personale per il regista, con una struttura narrativa così lineare e scolastica. Big Eyes è probabilmente il film più “normale” realizzato dal regista negli ultimi anni, forse nell’intera carriera, e quando prova a farlo proprio cambiando lo stile, alzando l’istrionismo, evidenziando le idiosincrasie dei personaggi, sottolineando un particolare gusto cromatico e di messa in scena, il film deraglia. Big Eyes è un film troppo sopra le righe per essere un biopic standard, e fin troppo normale per essere un prodotto puramente burtoniano. Un contrasto che non può generare nulla di buono, a cominciare dall’overacting di Christoph Waltz quasi sempre fuori luogo. Tanto è vero che quando Burton prova a sostituire il proprio gusto barocco con uno stile dai colori pastello, come nella scena d’apertura che pare estrapolata di peso da Edward Mani di Forbice, finisce solo per essere una pallida citazione.

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