Wolverine: l’Immortale – recensione

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Wolverine: l’Immortale (The Wolverine) di James Mangold, con Hugh Jackman, Haruhiko Yamanouchi, Tao Okamoto, Rila Fukushima, Hiroyuki Sanada, Svetlana Khodchenkova    USA 2013

di Emanuele D’Aniello

Ormai sembra quasi ridondante dirlo e ricordarlo ad ogni occasione, ma per quanto concerne il panorama attuale dei film a grande budget, vale a dire i blockbuster d’intrattenimento che spopolano soprattutto in estate, il predominio appartiene chiaramente ai film di supereroi. Sono tanti e continui, di ogni provenienza, storie d’origini, sequel, spin-off, reboot. Le storie cambiano, gli approcci cambiano, gli attori cambiano, tutto a velocità incredibile, basta vedere quanto poco ci hanno messo a realizzare una nuova saga di Spider-Man. In questo marasma è assolutamente naturale che uno spettatore medio, normale, che non segue i siti specializzati e non legge le news, si ritrovi disorientato. Ma una costante che può aiutare c’è sempre: Hugh Jackman nei panni di Wolverine.

Raramente nella storia del cinema, in qualsiasi storia o film, abbiamo trovato un attore che si dedichi con tanta dedizione alla creazione artistica di un personaggio. Ormai non è più solo la somiglianza fisica come all’inizio a destare sorpresa, adesso a tutti gli effetti Hugh Jackman è davvero Wolverine. Il fatto che l’attore australiano riprenda artigli e basette anche dopo una nomination all’Oscar, anche dopo diversi film drammatici, anche potendo prendere assegni molto sostanziosi in altri modi, è un bel segnale per i fans del personaggio. E poi, la sua interpretazione è ancora maiuscola: mai svogliato, mai sopra le righe, anche dopo 7 film Hugh Jackman prende dannatamente sul serio il suo ruolo più iconico. Il problema, non di poco conto, semmai è un altro: l’attore è ancora una volta la cosa migliore del film, forse una delle pochissime cose da salvare. Già X-Men le Origini: Wolverine di quattro anni fa non è proprio un titolo da ricordare, ora nemmeno i sussulti autoriali di James Mangold riescono a risollevare le sorti di un personaggio che fatica quando si trova da solo. E’ come se Wolverine (naturalmente parlo del carattere cinematografico, non di quello dei fumetti) diventi attraente solo in presenza degli altri X-Men, quando le sue doti e la sua sbruffonaggine possono quindi risaltare in mezzo ad altri suoi simili. Non siamo in presenza di un film brutto come l’appena citato di quattro fa, ma di un film che non sa mai che pesci prendere, non sa mai cosa essere e cosa trasmettere, e alla fine opta per non rischiare e adagiarsi nel classico canone del blockbuster fatto con lo stampino.

Il primo atto del film, ma probabilmente anche due terzi buoni della pellicola, sono indubbiamente affascinanti, ben girati, ben raccontati, grazie all’ambientazione giapponese e ad una delicata esplorazione dell’anima travagliata del protagonista, intrisi di incubi, e rimpianti. Ma quando Mangold e i suoi sceneggiatori hanno l’occasione di calcare la mano, dando una svolta quasi drammatica alla storia, il coraggio svanisce, e ci ritroviamo di fronte un tentativo più che un film vero e proprio. Senza la spinta decisiva, Wolverine: L’Immortale rimane una storia tormentata ma non troppo, romantico ma non troppo, coinvolgente ma non troppo, con personaggi abbozzati, soprattutto le donne che quindi non rendono mai efficacia la parte romantica, con villain terribili (la Vipera è semplicemente ridicola), ed un atto finale che oscilla tra il banale e lo stupido. Perde di fascino perfino l’ambientazione, i rimandi eleganti a Ozu e Mizoguchi che Mangold prova a lanciare in molte scene diventano solo stereotipi, a cominciare dalla vita tradizione per finire col ritratto della Yakuza. Sembra mancare la voglia, come se nemmeno gli sceneggiatore credono a ciò che scrivono, quella voglia che invece come detto Jackman dimostra sempre in ogni scena, dando grande dignità alla sua performance e al suo personaggio.

E quindi ci troviamo alla fine sempre di fronte all’annosa questione: perchè criticare un film d’intrattenimento che svolge solo il suo compito? Cosa vi aspettate da un film di Wolverine? Un trabocchetto, più che una domanda. Ma bisogna ricordare che l’intrattenimento per essere tale deve essere fatto bene, e nel caso specifico il film presenta troppi sbalzi, che finiscono per rendere la prima metà, potenzialmente drammatica, soltanto noiosa, ed il finale rimane a prescindere eccessivamente standard. E poi, soprattutto i fans di questi film e di questi personaggi dovrebbero saperlo bene, Wolverine merita di meglio. Dopotutto quando la scena dopo i titoli di coda ottiene un maggior apprezzamento rispetto alle precedenti due ore di film, qualcosa vorrà pur dire.

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2 pensieri su “Wolverine: l’Immortale – recensione

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