Prometheus – recensione

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Prometheus di Ridley Scott, con Noomi Rapace, Michael Fassbender, Charlize Theron, Idris Elba, Guy Pearce.   USA 2012

di Emanuele D’Aniello

Abbiamo dovuto attendere 33 anni prima di veder tornare Ridley Scott al mondo che lui ha creato e lo ha lanciato. Noi italiani abbiamo aspettato anche 5 mesi in più, perché come spesso accade, purtroppo, la distribuzione nostrana se può evitare di far uscire un film/evento durante i mesi estivi lo fa, come se convincere la gente ad andare al cinema in estate equivalesse a diffondere la peste. Scherzi a parte, alla fine fortunatamente Prometheus è sbarcato nei cinema e non ha deluso nessuno: nel bene o nel male, questo film farà parlare e discutere davvero tanto.

Quando nel 1979 uscì nei cinema Alien, nessuno poteva prevederne l’impatto. Solo un paio di anni prima Guerre Stellari aveva rivoluzionato il genere della fantascienza, costruendo una grande avventura per ogni genere di età e pubblico, e nello stesso periodo Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo aveva inaugurato il filone del “buon alieno”. Ridley Scott sconvolse nuovamente il genere, prendendone in prestito le premesse per girare in realtà un horror a tutti gli effetti, un film claustrofobico e terrificante girato tutto all’interno di un’astronave, senza vie di fuga, e creando uno dei migliori personaggi femminili di sempre, la Ellen Ripley di Sigourney Weaver. Per il regista inglese la storia era chiusa, ma poi sono arrivati i sequel (ma si salva solo il secondo, il notevole Aliens di James Cameron, che anche in quel caso prendeva solo in prestito il contesto sci-fi per girare in realtà un vero action) e dimenticabili spin-off. Ora trenta anni dopo la fantascienza cinematografica è completamente cambiata, rinnovata, un genere quasi saturo da film proveniente da tutto il mondo con ogni tipo di budget e mille storie, ma non è cambiata la capacità visiva di Ridley Scott. Dopo una decina di minuti di Prometheus, si capisce che questo è il suo genere, che Scott è fatto per la fantascienza, che per anni ha lavorato giustamente ad altre cose ed esplorato tanti generi, ma quando hai nel curriculum Alien e Blade Runner, e anche l’aspetto tecnico/formale di Prometheus è assolutamente impeccabile, il tuo nome è di diritto tra i più grandi registi di sci-fi mai nati. Il film è una autentica goduria visiva, un fantastico viaggio nella spazio profondo su pianeti magnifici nella loro solitudine, con lo studio della profondità di campo e la creazione di un’atmosfera molto evocativa, ed una goduria intellettuale, con le enormi questioni esistenziali e domande filosofiche che pone, con la classica curiosità di scoprire l’ignoto che si trasforma in paura dell’ignoto stesso. E l’intelligenza di Scott sta nel creare un prequel di Alien che però a tutti gli effetti è un film totalmente autonomo (tanto da lasciare le porte apertissime ad un sequel), il cui scopo non è collegarsi alla storia di Alien, ma narrare un nuovo racconto. È una gioia per i fans del primo vero film (le scenografie dell’astronave, le scoperte scientifiche, la presenza di una protagonista femminile, l’apparizione dello Space Jockey, e l’omaggio a QUELLA scena a cui tutti pensano quando si parla di Alien) ma al tempo stesso può esser visto e apprezzato anche da chi non conosce nemmeno un frammento dell’opera del 1979.

I problemi del film, tanti ed evidenti, non sono legati all’incompetenza, ma all’esatto opposto: la voglia di strafare, di raccontare troppo, di mettere continuamente carne sul fuoco, non riuscendo poi a contenere o dare sbocco alla propria ambizione. Prendiamo il prologo del film: non sappiamo dove siamo (sulla Terra? Su un altro pianeta?) ne quando si svolge il momento, ma vediamo un gigante pallido, senza lineamenti chiari, che beve un misterioso liquidi nero, e subito dopo si disintegra letteralmente precipitando in una cascata, e dai suoi resti si genera un abbozzo di DNA. Con quel gesto, per farla breve, nasce la vita. Un sacrificio volontario? Più tardi i giganti riappariranno, ma non saranno più così amichevoli. Ci sarebbe da parlare per ore già solo dopo questa iniziale: largo al creazionismo e tanti saluti all’evoluzionismo darwiniano, largo alle teorie sulla vita terrestre creata da sconosciute ed antichissime razze aliene e tanti saluti alle nostre religioni, via ai discorsi su teologia ed escatologia, e chi più ne ha più ne metta.Comunque, pur in un’opera di fantascienza, la fede di qualsiasi tipo prevale sulla scienza. Il film è infarcito da domande e pensieri interessantissimi a cui non riesce a dare risposta, non per lasciare libera interpretazione agli spettatori (dato che Scott le sue spiegazioni le ha già date, ed alla fine si son rivelate pure le più scontate) ma perché non riesce a venirne a capo. Un film di due ore non basta se poi devi naturalmente raccontare anche una storia che intrattenga gli spettatori, costruire azione e proporre momenti che facciano sobbalzare dalla sedia. Ovviamente bisogna soprattutto costruire personaggi interessanti, e qui c’è il più grande difetto del film: i personaggi sono nettamente in secondo piano, oltretutto non sviluppati e caratterizzati, se non nei modi più banali e semplicistici, e così lo spettatore non riesce mai ad identificarsi in loro. Prometheus è tutto costruito sui misteri e sulle discussioni, non sui gesti e le motivazioni dei protagonisti. Pensiamo che il migliore personaggio del film, paradossalmente, è l’unico non umano (ma sarà davvero l’unico? Seguite attentamente un altro personaggio, alta e bionda…) cioè l’androide David, un Michael Fassbender che ruba la scena a tutti e si conferma un attore fenomenale, magnetico e caldo nella sua freddezza robotica, abilissimo nel rubare le caratteristiche peculiari, su tutte la grande curiosità umana, di quel Lawrence d’Arabia che manda giù a memoria nell’astronave. La protagonista è l’unica con delle motivazioni ed un passato chiaro, e Noomi Rapace è anche brava, ma spesso agisce per reazione e non per propria iniziativa, e dell’indimenticabile guerriera Ripley c’è pochissimo. Colpevolizzare la sceneggiatura di Damon Lindelof è facile, non riesce a gestire il materiale a disposizione e dare equilibrio, quando invece nella sua esperienza televisiva con Lost aveva dimostrato che è possibile gestire i tanti misteri di una trama tenendo sempre al centro di tutto lo sviluppo e l’emotività dei personaggi.

Prometheus è un’opera immensamente coinvolgente, enormemente affascinante, che fa parlare prima, durante e dopo la visione. Ci troviamo di fronte ad un sci-fi pienamente adulto, in cui il ragionamento prevale sull’azione, con Scott che saggiamente non ripete se stesso (i punti di contatto con Alien sono principalmente formali, e determinati momenti sono perlopiù omaggi). La costruzione tecnica e il talento visionario che guidano la messa in scena sono indiscutibili, ma senza una sceneggiatura che possa realizzare le ambizioni del film non possiamo celebrare quello che poteva diventare il terzo capolavoro sci-fi del regista inglese. Abbiamo comunque il miglior film di Ridley Scott da almeno 10 anni a questa parte, se non di più, il che non è affatto poco.

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2 pensieri su “Prometheus – recensione

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