12 Anni Schiavo – recensione

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12 Anni Schiavo (12 Years a Slave) di Steve McQueen, con Chiwetel Ejiofor, Michael Fassbender, Lupita Nyong’o, Sarah Paulson, Benedict Cumberbatch, Paul Dano, Paul Giamatti, Brad Pitt   USA 2013

di Emanuele D’Aniello

Nel cinema moderno una delle cose che più disorienta, rispetto ai canoni del passato, sono i generi. Ormai quasi tutti i film sono inclassificabili, i confini tra dramma e commedia sono addirittura scomparsi con l’avvento del dramedy, e indicare un film con le categorie tradizionali spesso inganna lo spettatore. Magari si consiglia un film che sembra un thriller e poi thriller non è. Ora vi starete giustamente chiedendo il motivo di questa noiosa e apparentemente inutile premessa alla recensione di un film come 12 Anni Schiavo, ma il motivo è presto detto: se si volesse dare un genere a questo film, quello non sarebbe il dramma, ma l’horror. Davvero non si esagera nell’affermare che 12 Anni Schiavo è a tutti gli effetti un film horror.

Chi conosce il cinema rigoroso e potente di Steve McQueen, un autore che non lascia nulla all’immaginazione, sa benissimo di cosa si sta parlando. I suoi precedenti filmHunger e Shame sono probabilmente vicini al capolavoro, ma dopo che sono stati visti sfido chiunque, anche tra quelli che li hanno adorati, a trovare uno che dice “li rivedrò con piacere molto presto”. I suoi film non si digeriscono facilmente. E arrivato al suo terzo film, McQueen raggiunge l’apice formale e emotivo. Pur colpendo al cuore,Shame rimaneva una storia personale, e Hunger rimaneva la storia di una nazione, ma con 12 Anni Schiavo è tutto diverso, perchè il film e quello che mostra colpisce l’essenza stessa dell’essere umano esattamente dove l’umanità finisce. L’opera di McQueen è sicuramente difficile: non si propone tanto di raccontare la schiavitù, ma piuttosto mostrarla e farla vivere. Probabilmente, e forse fortunatamente, al cinema l’orrore non si può vivere, ma questo film riesce a mostrare come mai nessuno aveva fatto la schiavitù e l’abisso della corruzione umana. Molti in tal senso, in America, hanno paragonato questo film a Schindler’s List, ma se la pellicola di Spielberg lavorava di più sulle emozioni servendosi di filtri narrativi, qui McQueen quei filtri li rifiuti uno ad uno, e punta alla testa, al cuore e soprattutto alla pancia dello spettatore.

Due scene su tutte (ma sarebbero tanti i momenti da ricordare, ancor di più i dettagli e i piccoli gesti) possiamo utilizzare come esempio per chiarire il ragionamento. Per prima, la scena dell’impiccagione: il nostro protagonista per punizione viene appeso su un albero al collo dal suo padrone, e lì lasciato per ore. Con una camera fissa di hanekiana memoria, l’inquadratura non stacca mai dal soggetto per diversi minuti, mentre dietro di lui il tempo cambia, sorge il sole, cala il sole, le persone escono, giocano, lavorano, compresi altri schiavi, senza che nessuno non solo dica qualcosa, non solo muova le dita, ma nemmeno faccia caso ad una persona sul punto di morire. E ripeto, altri schiavi compresi. Solo questa scena, solo questi minuti bastano per spazzare via tutto il restante cinema sulla schiavitù. In questa scena c’è tutta l’essenza del film, del cinema di McQueen e della schiavitù stessa, mostrando il punto in cui il male non solo provoca dolore, ma entra nella testa delle persone e li terrorizza a tal punto che diventa impossibile combatterlo. La seconda scena estremamente significativa è la fustigazione della schiava Patsey: ora la regia non è distaccata e distante come prima, ma è dentro l’azione con un piano sequenza che ci porta al fianco dei personaggi. Noi spettatori siamo dentro il momento, viviamo letteralmente quello che accade, sentiamo e soffriamo ad ogni frustata, ad ogni urlo, ad ogni lacrima, e l’inquadratura non stacca mai. Arrivato a questo punto l’orrore del film non si vede più, ma si percepisce.

Proprio toccando così da vicino l’orrore, è quasi necessario uno scarto emotivo. 12 Anni Schiavo, pur essendo il più duro, è anche il film più toccante e paradossalmente ricolmo di speranza del regista. Perchè il protagonista Solomon Northup non abbandona la propria intrinseca umanità, la voglia di combattere, la voglia di vivere. Oltre la rappresentazione dell’orrore, forse la più grande conquista del film è la rappresentazione di cosa vuol dire essere schiavo attraverso le indicibili esperienza di un uomo nato libero. Il film costringe continuamente lo spettatore ad interrogarsi e confrontarsi sulla natura umana al di fuori di ogni sovrastruttura mentale. Northup non nasce sconfitto e non vive da sconfitto, non nasce schiavo e non vive da schiavo, la sua è una irrefrenabile lotta per vivere e non banalmente sopravvivere. Curiosamente, tanti sono stati i film che nell’ultimo anno hanno raccontato la sopravvivenza e la lotta dell’uomo per conquistarla (Gravity, All is Lost, Captain Phillips) ma nessuno ha raggiunto la forza emotiva di 12 Anni Schiavo. Grosso merito va indubbiamente anche e soprattutto al trio di protagonisti. Chiwetel Ejiofor sforna la prova della carriera, il suo Northup è un uomo ferito ma sempre orgoglioso, forte nel dolore e nelle difficoltà, e riesce a comunicare ogni stato d’animo attraverso gli occhi. Michael Fassbender andrebbe elogiato solo per aver accettato un ruolo simile, l’incarnazione del male senza senso e senza redenzione, la bravura di un attore nell’abbandonare ogni sentimento positivo per interpretare il Diavolo in persona in chissà quante settimane di riprese. E infine l’esordiente Lupita Nyong’o è l’autentico fulcro emotivo del film, un personaggio e una interpretazione destinati a spezzare il cuore di ogni spettatore, una prova intensissima che ad ogni espressione e ad ogni parola rilascia una quantità di dolore interiore difficilmente immaginabile.

La forma impeccabile del film, dalla regia alla fotografia, dalla musica al sonoro (il rumore delle catene e delle frustate non abbandona gli spettatori nemmeno al termine della visione), è solo l’ennesima prova di un film incredibile, destinato a colpire e segnare. La consacrazione di un grande autore, e la conferma che il cinema può toccare ogni corda emotiva, anche le più impensabili che ogni tanto è bene scuotere.

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