Viaggio nel cinema di John Carpenter (Seconda Parte)

VIAGGIO NEL CINEMA DI JOHN CARPENTER

2° PARTE: IL MAESTRO DELL’HORROR ANTI-CONVENZIONALE

di Valerio Carta

Nella cultura popolare dicasi Slasher movie quel sottogenere di film horror che attrae nelle sale cinematografiche milioni di spettatori, generalmente teenagers, per gustarsi l’orrore prodotto da misteriosi assassini armati di coltelli e/o asce che generano il panico tra gli abitanti di cittadine tranquille, sinestesia ma non troppo poiché spesso viene accompagnato da abbondanti dosi di popcorn.

In questa seconda e ultima parte del nostro viaggio all’interno del cinema di John Carpenter è d’obbligo affrontare il suo impegno nell’horror, il più ingente della sua carriera, introdotto da Halloween (1978), uno degli slasher movie più celebri di sempre in cui Carpenter detta le regole di quella che sarà l’evoluzione del genere esploso definitivamente negli anni ’80. Se infatti Sei donne per l’assassino di Mario Bava (1964) seppur meritevole di interesse per gli appassionati ora ci appare grezzo e il Non aprite quella porta di Tobe Hooper (1974) si perde troppo nella spirale di violenza in cui precipita, il serial-killer Michael Myers partorito dalla mente di Carpenter è capace di travolgere tutti i sensi dello spettatore. Questo, nativo di Haddonfield, Illinois, celebre per indossare la maschera del capitano Kirk (Star Trek), dopo essere stato rinchiuso da piccolo in un manicomio criminale per avere ucciso la sorella riesce ad evadere e torna nella sua città natale a venti anni di distanza dal suo primo omicidio, seminando il panico. Ogni elemento di Halloween è inserito allo scopo di terrorizzare, atto in cui Carpenter dimostra di eccellere: è un film che non rende se visto allo scopo di seguire una trama in grado di catturare anche le menti più pigre, ma è dedicato al puro intrattenimento, che qui consiste nell’essere spaventati. La regia accosta l’estro ai canoni del genere standardizzati dai grandi maestri del passato: i piani sequenza conditi da ammirevoli soggettive sono degni del miglior Hitchcock, ma è l’intuito del regista di New York per gli stacchi su primi piani e dettagli che rendono Halloween una pellicola che asserisce il suo intento orrorifico. Il tema musicale principale, firmato dallo stesso Carpenter al sintetizzatore, ricorda talmente da vicino quello di Profondo Rosso di Dario Argento (1975) da far sospettare il plagio – iperbole, ndr – di sicuro però chiarifica l’ispirazione che Carpenter ha subito dalle atmosfere “argentiane” che si trovano in quel sottile limbo tra horror e thriller.

È infatti oggetto di interesse notare come il cammino di Carpenter all’interno del suo stesso cinema alla ricerca di uno stile personale sia di per se il raggiungimento di uno stile definito. Guardare un film di Carpenter è un’esperienza che travalica il semplice intrattenimento, fino ad arrivare a stuzzicare gli angoli più remoti del giudizio critico che tutti noi possediamo in quanto spettatori, sulla vita e dunque sul cinema essendo quest’ultimo un riflesso di una condizione esistenziale. In questo Carpenter abbiamo visto nella prima parte come si serva di anti-eroi non convenzionali ed è curioso che nella sua produzione dedicata all’horror piuttosto che alla satira questo concetto sia completamente rovesciato. Ne La Cosa (1982) osserviamo un genere di narrazione atipico per il genere a cui si riferisce; è opportuno contestualizzare questo film in termini spaziali e temporali, sia come il remake de La cosa da un altro mondo di Christian Nyby (1951) e il primo – e praticamente unico – film di Carpenter con un budget importante a disposizione sia come un film di fantascienza degli anni ’80. Dimenticate completamente i grandi successi del decennio precedente determinati dalle sensibilissime opere di Tarkovskij (Solaris, 1972 e Stalker, 1979) e dalla spettacolarità di Lucas (Guerre Stellari, 1977). Con toni simili ad Alien di Ridley Scott (1979), La Cosamischia la fantascienza all’horror, con un gruppo di ricercatori di una base scientifica in Antartide che quando tutti i collegamenti col mondo esterno vengono interrotti subisce l’attacco di una creatura aliena che imita il DNA dell’uomo allo scopo di nascondersi e attaccare quando meno lo si aspetta. Per le caratteristiche della storia lo schema narrativo è simile a quello che in inglese si chiama il Whodunit, ovvero il giallo deduttivo, e i personaggi di questo film servono per una determinata critica sociale verso la diffidenza che tutti noi abbiamo verso il prossimo. La critica all’epoca non gradì questo film, complice anche il successo che E.T. di Steven Spielberg riscosse nel grande pubblico nel corso del medesimo anno, in cui gli alieni erano mostrati come esseri in grado di sviluppare una forte empatia con l’uomo fino a raggiungere un’amicizia, mentre La Cosavenne giudicato un film con una storia troppo debole. A Carpenter tuttavia serviva caratterizzare i personaggi con sufficienza allo scopo di inserire elementi di critica sociale: essi non spiccano per acume e la loro impulsività è gratuita, una terra di mezzo che per qualcuno può stonare all’interno della sua filmografia ma che presenta elementi visti molto raramente prima. Il tutto è accompagnato da una regia cupa, quasi claustrofobica, adattandosi alla scena della base scientifica con lente carrellate che ci mostrano zone di pericolo comparire e scomparire con la stessa velocità del contagio alieno. La Cosa è il primo film facente parte della cosiddetta “Trilogia dell’Apocalisse”, composta inoltre da Il Signore del Male(1987) e Il Seme della Follia (1995). Sono film in cui incombe il pensiero dell’Apocalisse, ne La Cosadeterminato dalla fuga dell’antagonista alieno principale dalla stazione in Antartide verso il mondo civilizzato, che distruggerebbe la popolazione mondiale così come la conosciamo noi.

Ne Il Signore del Male l’apocalisse è il punto cardine della storia. Nei sotterranei di una chiesa di Los Angeles viene rinvenuto un liquido verde contenuto in un cilindro che parte dal pavimento e arriva al soffitto. Questo è l’essenza del male e contamina corpo e spirito di coloro che ne vengono a contatto, in questo caso un gruppo di scienziati apprendisti. Nonostante l’utilizzo di attori feticci come Donald Pleasence (Halloween1997) e Victor Wong (Grosso guaio a Chinatown) non è un film che spicca. La sensazione di assistere a qualcosa di già visto è perpetua: il contagio era stato affrontato con merito già da David Cronenberg (Il demone sotto la pelleRabidScannersVideodromeLa Mosca) e dallo stesso Carpenter con La CosaIl Signore del Male sembra la versione debole de L’Esorcista di William Friedkin (1973). Nonostante la regia tenti di salvare il prodotto finale con l’utilizzo di una lente grandangolare che distorce le scene e una musica di fondo pulsante firmata dallo stesso Carpenter as usual, i personaggi non riescono a sviluppare una minima empatia tra di loro e col pubblico. È un film troppo basato sulla paura e meno sulla caratterizzazione dei personaggi, mentre invece al contrario avrebbe funzionato meglio. Di tutt’altra pasta il successivo titolo, inspiegabilmente tradotto in italiano Il seme della follia (in originale In the mouth of madness, lett. Nelle fauci della follia). Lo schema narrativo è l’opposto de La CosaIl Signore del Male: non è un gruppo di persone a combattere contro il male, ma un solo investigatore privato interpretato da uno dei più stupefacenti Sam Neill mai visti sul grande schermo. È uno dei migliori film in assoluto, se non il migliore, che prova ad affrontare il mondo dei miti di Cthulhu propriamente. L’opera di Lovecraft, notoriamente, è una delle più difficili da trasportare sul grande schermo, poiché quella distorsione delle paure primordiali tipiche dello scrittore di Providence che ci viene mostrata su carta non rende con l’ausilio delle immagini. Carpenter, intelligentemente, si aiuta con elementi investigativi degni di un decente film thriller: la ricerca di Sutter Cane, uno scrittore di libri trattanti materia occulta che provocano deliri di massa misteriosamente scomparso, commissionata dall’editore, non è mai banale. Non è un capolavoro, ma è un film molto solido. La scena finale è inoltre una delle migliori rappresentazioni di metacinema mai vista. È forse troppo corto per ciò che propone e ci sono dei buchi di sceneggiatura che non riescono ad essere giustificati dall’atmosfera di costante tensione che Carpenter crea, ma rimane uno dei suoi film più graditi dai suoi fans.

Sutter Cane non è che un personaggio basato sulla figura di Stephen King. Proprio dalla penna dello scrittore del Maine fuoriesce Christine, di cui Carpenter firma l’omonima trasposizione cinematografica (1983). Come spesso accade ai registi che escono dagli schemi imposti dalle grandi case di produzione, non sempre le major sono inclini a finanziarne le opere, così talvolta il ricavo monetario è un compito che spetta ai registi stessi. Christine si nota come un film fatto da Carpenter per finanziare i suoi lavori successivi. È un horror satirico nel pieno stile dei primi anni ’80 (per i toni utilizzati ricorda Un lupo mannaro americano a Londra di John Landis, 1981), divertente per il solo fatto che l’assassino sia un’automobile e questo mette in secondo piano i buchi di sceneggiatura. In un film di questo genere è fondamentale mantenere alta l’attenzione sulle dinamiche dei personaggi e soprattutto riuscire a non far svanire l’effetto determinato dalla plausibilità della vicenda, e Christine riesce ad essere divertente nella propria serietà e credibile nel proprio intento satirico, incentrato sul rapporto morboso che lega l’uomo alle macchine che talvolta sfocia in una vera e propria follia.

The Fog (1980), invece, è il suo film horror più standard. Carpenter stesso si lamentò della censura che diede a questo film un rated-R (al di sotto dei 17 anni è necessario essere accompagnati da un adulto), mentre secondo lui era stato concepito appositamente per risultare un PG (i minori di 10 anni devono essere accompagnati da un genitore).Il film è la storia della vendetta di un gruppo di fantasmi ai danni degli abitanti di una cittadina costiera californiana nel giorno del centenario della stessa, fondata con un inganno di sei cospiratori che uccisero i corpi umani di coloro che ora tornano per reclamare ciò che gli spetta. Se vi piace essere spaventati, The Fog vi accontenta, ma se vi piace anche il bel cinema non è un film che rispecchia le aspettative. Benché la regia sia forse insieme a quella di Halloween la migliore confezionata da Carpenter nella sua produzione di film horror, un gioiello in grado di generare una forte atmosfera e un ottimo prodotto per studiare l’utilizzo del montaggio parallelo in un film dell’orrore, la critica all’epoca lo affossò. Il giornalista Roger Ebert si lamentò della mancanza di regole chiare, non abbiamo infatti bene in mente cosa accada di preciso quando la nebbia avvolge una vittima e come questa possa sconfiggere ed essere sconfitta. In un film di genere può essere tutto affidato all’estro meno che la stipulazione di patti chiari tra regista e pubblico. Il film, rimontato da zero per un terzo in fase di post-produzione per andare incontro alle esigenze del pubblico dell’epoca, rimane un divertente gore movie, ma non soddisfò mai completamente Carpenter che produsse egli stesso il remake dall’omonimo titolo uscito nel 2005, dall’esito ancora peggiore. Non sempre i registi dalla produzione frenetica – ben 13 film diretti dal 1980 al 2000 – riescono nel proprio intento. Nonostante tutto, se anche Villaggio dei Dannati (1995), il peggiore in assoluto tra i film di John Carpenter è riuscito a sviluppare una cult-following, un merito il regista newyorkese lo ha: far parlare sempre di sé. I successiviVampires (1998) e Fantasmi da Marte (2001) – remake improprio del suo Distretto 13 – affrontano rispettivamente il mondo dei vampiri e degli zombie. Sono film pesantemente influenzati dai western americani degli anni ’50 e ’60, di cui Carpenter è notoriamente un grande appassionato. Risultano però troppo confusionari e troppo persi nella loro semplicità, che nel cinema – e lo stesso Carpenter lo dimostra – non è per forza un difetto, ma lo è quando sfocia nella superficialità come nel caso di questi due prodotti.

Perché, dunque, parlare di John Carpenter? Perché non è il maestro dell’horror in generale, ma lo è quando si parla di una parola tanto abusata quanto efficace: anti-convenzionale. Uscire fuori dagli schemi non per mero egocentrismo, ma perché quel genitivo sassone che precede i titoli del suo film è di per se un etichetta. Così, con John Carpenter’s The Thing, noi non andiamo a vedere La Cosa, né il remake de La cosa da un altro mondo, né un film di John Carpenter, ma La Cosa di John Carpenter. E sono questi processi spessissimo sottovalutati, un’empatia sviluppata con lo spettatore che pochissimi altri riescono ad ottenere. Nei suoi film abbiamo visto come siano elementi comuni l’emancipazione sociale, l’esasperato individualismo della società corrente, il male che si nasconde e attacca alle spalle. Ma più di tutti, è ricorrente l’immagine di una figura in controluce, sullo sfondo, che scappa e si nasconde alle spalle del protagonista, l’incarnazione della violenza nascosta del cinema.Nel cinema dicasi atipico tutto ciò che non rientra nello schema del linguaggio ordinario. John Carpenter è uno dei pochi registi per i quali basta guardare una scena di un suo film per ricondurre il pensiero a lui. Un film è fantasia, non è realtà. I film di Carpenter provocano un enorme senso di benessere per coloro che ricercano nel divertimento il motivo principale della visione di un film. Ricercatore del proprio cinema, lo immaginiamo nascondersi dai suoi stessi personaggi, un burattinaio che manovra i suoi personaggi tramite i fili del suo cinema.

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