Viaggio nel cinema di John Carpenter (Prima Parte)

VIAGGIO NEL CINEMA DI JOHN CARPENTER

1° PARTE: GLI ANTI-EROI E L’IMPEGNO POLITICO

di Valerio Carta

“Il cinema non è per un élite, ma per le masse”, sosteneva Elio Petri, “io credo in un processo dialettico che debba cominciare tra le grandi masse, attraverso i film e ogni altro mezzo possibile”. Troppo spesso pubblico, critica, registi e sceneggiatori si dimenticano che il cinema è l’arte che si serve della narrativa per esaltare diverse percezioni sensoriali, ma anche che il cinema è un fenomeno culturale di elevatissima portata e come tale ha delle conseguenze sul pubblico. Nel cinema americano degli anni ’80 a tantissimi autori provenienti dalla scuola della Nuova Hollywood si affiancavano una moltitudine di produzioni dedite più che altro all’intrattenimento, ricche di effetti speciali e di gag esilaranti e sensazionalistiche, sintomi di un mondo che stava cambiando anche al di fuori del cinema. Erano film spesso distrutti dalla critica, che rimproverava ai registi uno scarso impegno culturale. John Carpenter è stato ed è uno di questi tanti registi. Egli, tuttavia, è stato sempre scevro dalle critiche, poiché è anche uno dei pochissimi ad essere contemporaneamente un autore di grandissimo rispetto, pur non avendo l’eccentricità di David Cronenberg o la vena surrealista di David Lynch.

La filmografia di Carpenter, che spazia dalla metà degli anni ’70 sino ad arrivare ai giorni nostri, è una delle più interessanti dell’intero panorama cinematografico; tutti i generi toccati dal regista newyorkese, con una predilezione per l’horror e la fantascienza, hanno un tono tipico della sua personalità. Ma soprattutto i suoi personaggi sono riusciti ad entrare nell’immaginario collettivo, poiché riflettono la personalità dell’autore come pochi altri. Distretto 13 (1976) è il suo secondo lungometraggio, un film appartenente al filone della shoxploitation, sottogenere cinematografico in cui la violenza è mostrata in forma sensazionalistica per dare risalto alle problematiche della società contemporanea. Complice la volontà di Carpenter di girare un remake non-standard del celebre western Un dollaro d’onore di Howard Hawks, Distretto 13 risulta un western, checché se ne dica.Nonostante non ci siano cowboys e cavalli, nonostante sia ambientato nei sobborghi della Los Angeles degli anni ’70, Carpenter dimostra di avere una conoscenza così ampia del genere tanto amato in giovinezza da poterne sovvertire i canoni a suo piacimento (ci riuscirà anche George Lucas l’anno seguente, non a Los Angeles bensì nello spazio, ma questa è un’altra storia). Distretto 13 narra l’assalto di un distretto di polizia prossimo alla smantellamento da parte di una banda di strada di ragazzi psicopatici. Sono molti i tocchi del pennello personale di Carpenter; la colonna sonora firmata da lui in persona con il sintetizzatore – passione per la musica ereditata dal padre musicista – la violenza senza volto e senza nome, ma soprattutto l’inserimento di un anti-eroe lontano dai canoni classici. In questo caso è Napoleon Wilson, interpretato splendidamente da Darwin Jonston, un carcerato che collabora con il tenente di polizia Ethan Bishop nella difesa del Distretto 13 al solo scopo di sopravvivere. Napoleon Wilson è un uomo silenzioso e quando parla lo fa solo per chiedere una sigaretta ai suoi interlocutori, fa parte dell’ultimo gradino della società, tematica che sarà sempre molto ricorrente in Carpenter come vedremo in seguito, eppure otterrà una grande stima nei suoi riguardi. Come Ethan Bishop, con il quale instaura una collaborazione “violenta” per far fronte all’assalto, è un personaggio che è stato costretto dalle esperienze della sua vita a trovarsi lì in quello specifico momento: Bishop da bambino venne mandato dal padre in una stazione di polizia perché disse una parolaccia, Wilson invece si suppone scappasse dalle stazioni di polizia proprio perché di parolacce ne diceva tante. Nell’essere inserito in un contesto di cui fa parte tanto quanto gli antagonisti della pellicola e nella forte contrapposizione tra bene e male, ma al tempo stesso poco marcata quando si fanno i conti finali, precede il personaggio più celebre di Carpenter, Jena Plissken di Fuga da New York e del sequel Fuga da Los Angeles.

È limitativo catalogare Fuga da New York sotto un unico genere. Quelli che più vi si avvicinano sono la distopia, la fantapolitica e l’azione. Nel 1997 la città di New York diventa un carcere di massima sicurezza per far fronte a un incremento dell’indice della criminalità del 400%. I collegamenti tra criminali reclusi a New York e mondo esterno vengono del tutto tagliati, salvo per l’approvvigionamento di cibarie e bevande. Una banda di terroristi dirotta l’aereo del presidente degli Stati Uniti d’America, ma questo riesce a salvarsi gettandosi da una capsula di salvataggio che finisce proprio dentro New York, tra le grinfie del Duca, uno spietato capo di un’organizzazione criminale che ha preso possesso della prigione. Il commissario della polizia – Lee van Cleef – ordina quindi a un pluri-pregiudicato, Jena Plissken (Kurt Russell), di andare a recuperare il presidente, poiché viene ritenuto l’unico in grado di cavarsela in situazioni di estremo pericolo, avendolo creato lui molte volte. Jena Plissken è l’evoluzione di Napoleone Wilson e benché sia l’anti-eroe più vicino ai canoni classici partorito dalla mente di Carpenter è al tempo stesso quello che ha ottenuto maggiori risposte dal pubblico. Sostanzialmente un Kurt Russell che sfoggia tutti i suoi muscoli, con una benda sull’occhio, un tatuaggio raffigurante un serpente – richiamo al suo soprannome in lingua originale, Snake Plissken – e con un ghigno che richiama la crudeltà estrema. Jena è perfetto per spiegare che cosa sia un anti-eroe a chi non conosce tale figura narrativa: lui è un cattivo e non esce mai dal suo ruolo per tutta la durata del film, eppure il pubblico è spinto a simpatizzare per lui. È costretto a liberare il presidente perché ha un collare con una bomba ad orologeria innescata al suo interno, ma si può pensare che se non l’avesse lui sarebbe tale e quale ai criminali che combatte nel film. La sua alternativa è la condanna a morte, ma è effettivamente mandato a morire in quel di New York. Non combatte per onore, per soldi o per fama, ma soltanto per la sua sopravvivenza, e riesce nell’impresa proprio perché, a differenza dei poliziotti, i nemici che combatte sono suoi simili. Nella tematica di Carpenter la contrapposizione tra bene e male è fortissima, ma Jena Plissken dimostra che per Carpenter le apparenze sono ingannevoli, e ciò che è creduto male in realtà può essere bene, e viceversa. I grandi poteri non perdono occasione per sfruttare i reietti a loro piacimento, ma non risultano i vincitori: in Fuga da New York l’unico vero vincitore è Jena Plissken.

Di opposto impatto il seguente anti-eroe di Carpenter, interpretato dallo stesso Kurt Russell: Jack Burton, protagonista di Grosso Guaio a Chinatown, che per Carpenter è stato un grosso guaio a Hollywood. Questa pellicola che mischia commedia, azione e fantasy rischiò infatti di segnare la fine della sua carriera a causa di grossi dissidi con la produzione. È uno dei rarissimi casi di Wuxiapian adattati per l’occidentale, un genere cinematografico molto diffuso in Cina che narra le eroiche imprese di cavalieri e spadaccini erranti (due esempi molto famosi e recenti sono La tigre e il dragone di Ang Lee e La foresta dei pugnali volanti di Zhang Yimou). Lo scopo è chiaramente parodistico, non solo verso il genere orientale a cui si riferisce ma anche verso le produzioni d’azione americane di cui abbiamo parlato ad inizio articolo. Non ci può essere Wuxiapian senza un eroe e qui questo è un camionista goffo, lento, impacciato, ubriacone, un anti-eroe solo per il fatto di essere l’assoluto contrario di un eroe. Jack Burton, mentre Napoleone Wilson e Jena Plissken erano due criminali in tutto e per tutto, non è una persona malvagia, ma appartiene a una bassissima estrazione sociale e si spinge nei sobborghi di Chinatown per recuperare il suo camion, perso (sì, perde un camion) durante una lotta tra bande. Scopre che il quartiere cinese è in realtà un ritrovo di maghi potentissimi che vogliono risvegliare uno spirito maligno e riesce a risolvere la situazione non per merito suo, ma alla fine anche lui è l’unico vincitore e può tornare al suo onesto (?) lavoro.

A volte, però, i personaggi di Carpenter un lavoro nemmeno ce l’hanno. Essi Vivono è paradossalmente il film più impegnato della fulgida carriera di John Carpenter. Arriva nel momento in cui il suo volto è stampato nei cartelli “Dead or Alive” a Hollywood e il suo nome è nella lista nera dei maggiori produttori. Solo la Universal crede in lui, ma gli dà a disposizione meno mezzi rispetto ai suoi precedenti film. Tuttavia, paragonato alle aspettative, il risultato di Essi Vivono è sensazionale. In questa pellicola che mischia fantascienza, fantapolitica e azione, il wrestler professionista Roddy “Rowdy” Piper interpreta John Nada, uno sbandato che lascia Denver per trasferirsi a Los Angeles in cerca di lavoro. È probabilmente il film d’azione più lento di sempre. John Nada, inserito in uno scacchiere perfetto tramite una sceneggiatura minimalista, scopre che dietro all’intera organizzazione politica terrestre ci sono gli alieni che possono essere individuati solo grazie a degli speciali occhiali da sole che trova in un vicolo abbandonato. Questi occhiali, in pratica, mostrano ciò che si cela realmente dietro alle cose, una sorta di raggi-infrarossi del reale. Così questo disoccupato cronico, questo sbandato di poche parole e pochi sorrisi, scopre che dietro i cartelloni pubblicitari delle bibite si cela la frase “Non pensare”, che una rivista contiene semplicemente messaggi come “ubbidisci”, “resta addormentato”, “compra”, e in un batter d’occhio, partendo da zero, è costretto a salvare il mondo. Mentre Jack Burton aveva la stessa funzione e lo stesso ruolo, ma era inserito nel contesto più stretto di Chinatown, John Nada ha più responsabilità e quindi è caratterizzato in modo più serio. Carpenter aveva sempre criticato il capitalismo nei film che abbiamo appena analizzato, ma in modo più sottile; con Essi Vivono va a fondo, ed è feroce. Tuttavia, anche questo è un film dedicato prima di tutto all’intrattenimento dello spettatore, con scene destinate sin dal principio a diventare cult. Tra queste, un combattimento in un parcheggio tra John Nada e il suo amico Frank è ritenuta da molti esperti la migliore scena di lotta mai vista sul grande schermo. Eppure, Carpenter ha rivelato che, diversamente da molti sceneggiatori che scrivono le proprie scene di lotta dettagliatamente, sulla sceneggiatura lui scrive solamente “They fight”, lasciando il compito di studiare il combattimento ad altri. John Nada è il suo personaggio più riuscito e non solo perché riesce ad ottenere dalla dote interpretativa di Roddy Piper uno dei suoi punti di forza, ma perché rappresenta tutto ciò che Carpenter realmente pensa sul mondo in forma personale, e lo trasporta così nel cinema.

Napoleone Wilson, Jena Plissken, Jack Burton, John Nada. In questi quattro personaggi c’è tutta la spinta della disperazione di una propria condizione sociale disagiata che diventa qualcosa di più attraverso il grande schermo. Crediamo che un film possa celare messaggi molto più grandi rispetto a puro intrattenimento, ma crediamo anche che il puro intrattenimento non debba essere bistrattato, e Carpenter riesce nell’impresa come pochissimi altri registi. La sua polemica è profonda, analizzate e sebbene a volte i suoi film possano essere visti come trash movies o b movies, in realtà sono quanto di più impegnato ci sia, perché partono da un processo interno ed intimo del regista e da un impegno dello stesso.Nel prossimo articolo analizzeremo il suo impegno con l’horror, genere che l’ha reso famoso al grande pubblico, capace di evolvere un genere a sé stante, lo slasher, e di farlo diventare un filone ricco di film molto importanti storicamente. Ma questi quattro personaggi rimangono quelli a cui il pubblico è più legato. Anti-eroi: anti-protagonisti.

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