The Rise of Dario Argento

ARGENTO DARIO

di Valerio Carta

Dario Argento non è da definire propriamente un uomo, ma una macchina che corre a 300 all’ora nelle strade di un cinema e di un genere il cui limite di velocità è fissato a 70 km/h. La nazione è l’Italia, celeberrima ai più per aver portato al cinema l’immagine del personaggio che va in banca e non della rapina in banca; il genere è tale, ovvero il genere, tutti quei film strutturati in modo tale da suscitare nel pubblico determinate emozioni. Ci si dimentica talvolta che l’Italia ne è maestra e che la maggior parte dei registi statunitensi di genere divenuti celebri a cavallo tra gli anni ’80 e ’90 conoscano e citino il nostro cinema più di molti – troppi – italiani. Negli anni ’70 i cinefili di tutto il mondo intravedevano nella scuola italiana il cinema cult per eccellenza, mentre gli Stati Uniti – con l’avvento della generazione della Nuova Hollywood – attraversavano un periodo ricco di produzioni moralmente sensibili. E oggi, per sciagurato destino, gli italiani che lo hanno reso celebre scoprono i film dei loro precursori tramite le produzioni dei vari Quentin TarantinoRobert Rodriguez, Eli RothTim BurtonDavid Lynch.

Dario Argento in questo povero contesto non rende come dovrebbe: è stato, ma siamo sicuri lo possa essere ancora, tra i migliori di tutti quando intorno a lui la ricchezza di produzioni era proficua, perché proponeva uno dei sottogeneri che apparteneva solo a lui: l’horror alla Dario Argento avente canoni specifici. Quando la fertilità del cinema italiano di genere è scemata, travolta dai nuovi gusti del grande pubblico o dai nuovi sottogeneri tra cui figura la commedia alla Carlo Vanzina, Dario Argento ha finito di produrre il suo tipo di cinema cavalcando il nome scritto sul suo documento, celeberrimo anche negli States, tanto da essere presentato come uno dei registi di spicco, e unico del bel paese, dell’ambizioso progetto Masters of Horror (2004), serie televisiva composta da mini-film horror girati da grandi artisti del passato (tra i quali John LandisJohn CarpenterJoe DanteTobe Hooper). Dario Argento prima di essere un grande regista è un immenso cinefilo. Si capisce guardando i suoi film piuttosto che leggendo la sua biografia: padre produttore, finanziatore della maggior parte dei film del figlio. Si potrebbe pensare che Dario Argento sia stato solamente fortunato: effettivamente non si può negare che la Dea Bendata sia stata magnanima con lui, ma ci sono pochi dubbi circa le sue reali virtù, artistiche e umane. Si nota infatti la sua enorme sensibilità che sviluppa un’immediata empatia con il suo pubblico in ogni intervista che rilascia – Youtube aiuta nella condivisione – e tradisce in modo naturale le sue emozioni per il cinema, passione così forte da poter essere definita amore vero e proprio. Non è un caso che abbia sviluppato amicizie nel corso degli anni con registi di culto statunitensi – come non citare John Carpenter.

La sua produzione artistica ha ufficialmente inizio con la firma posta sulla sceneggiatura di un grande classico del cinema internazionale, C’era una volta il West(1968) di Sergio Leone. Ma è quando si è spostato dalla macchina da scrivere, non abbandonandola, alla macchina da presa che ha prodotto i suoi capolavori. Il suo esordio avviene con la cosiddetta Trilogia degli Animali – L’uccello dalle piume di cristalloIl gatto a nove code 4 mosche di velluto grigio, girati a cavallo tra il 1970 e il 1971 – film che presentano elementi stilistici rinnovati rispetto al Giallo all’italiana che con Mario Bava aveva toccato l’apice della fama (La ragazza che sapeva troppo1963 Sei donne per l’assassino, 1964) e inizia il filone del Thriller all’italiana, nel quale si videro cimentarsi registi di tutto rispetto quali Umberto Lenzi(Sette orchidee macchiate di rosso1971Gatti rossi in un labirinto di vetro1975), Sergio Martino(La coda dello scorpione1971) e Lucio Fulci (Una lucertola con la pelle di donna, 1971). Il modello presentato da Dario Argento è caratterizzato da una profonda attenzione verso i momenti cruciali della pellicola e del genere a cui questa si riferisce: gli omicidi sono cruenti e dettagliati, ma non superando il limite del buongusto non riescono ad essere definiti trash. Le soggettive si traducono nell’innalzamento dell’attenzione verso la scena e il montaggio alternato mostra quel che succede ma soprattutto quello che sta per succedere, alimentando una forma di costante tensione e la ricerca fisica del dolore. Lo stacco dal piano lungo al primo piano raggiunge una forma di emozione che i predecessori di Argento non avevano osato travalicare: è una tecnica che oggi si definisce anni ’70 e rivisitata nei prodotti odierni è riconosciuta come un’omaggio al decennio d’oro del thriller. Lo schema narrativo è simile: un assassino compie una serie di misteriosi omicidi e un personaggio che non ha nulla a che fare con il mondo della legge è tenuto a rincorrerlo. Lo schema è quello di un giallo deduttivo, ma è volutamente grezzo tanto da esser posto in quel sottile limbo tra thriller e horror.

Dopo aver perfezionato uno stile già in voga, con Profondo Rosso (1975) Dario Argento completa il suo lavoro rifacendosi, stavolta, al suo stesso stile. Spesso acclamato come il suo miglior film, è sicuramente il suo film più importante. Nei 127 minuti che lo compongono nessun secondo è lasciato al caso, coadiuvato da altri grandi artisti italiani come Franco Fraticelli al montaggio (oltre all’opera omnia di Dario Argento si segnalano strette collaborazioni con Lina WertmullerLuigi Kuveiller alla fotografia (che aveva lavorato con Elio Petri, Lucio Fulci, Marco BellocchioMario Monicelli) e i Goblin a comporre quella colonna sonora che negli anni è stata imitata da compositori provenienti da tutti gli angoli del mondo, senza mai ottenere l’effetto originale. Profondo Rosso è un gioiello di cui si dovrebbe parlare nei nostri televisori, nelle nostre radio e nei nostri giornali molto più spesso di quanto non si faccia in realtà attualmente, perché pochissime scuole cinematografiche europee vantano un capolavoro del genere. Il film può essere analizzato sia come un horror sia come un thriller, e di per se questa è già un’analisi, essendo il raggiungimento, e non mantenimento, di uno status quo. L’attenzione per i dettagli è talmente maniacale da essere paragonata al modus operandi di Sergio Leone, celebre per la cura verso le sue pellicole e alla cui porta Dario Argento aveva bussato tempo addietro. Scegliendo un attore straniero per interpretare il protagonista, David Hemmings (Blow-Up), Argento inizia una prolifica collaborazione con attori di scuola non italiana, meno caratteristi, girando i dialoghi in lingua inglese e solo in un secondo momento facendoli doppiare in italiano. A distanza di trent’anni si nota come questo film funzioni poiché vicino ai canoni del genere, ma al tempo stesso lontano dai canoni classici. Per poter produrre qualcosa di veramente originale c’è la necessità di conoscere perfettamente l’arte che si sta servendo, così tanto da poter eludere le regole a favore di una maggior riuscita del prodotto finale. Argento con Profondo Rosso dimostra non solo di essere un grande regista, ma anche di avere una profonda conoscenza cinematografica. Nei film americani di genere degli anni ’50 che presumibilmente guardava da bambino, lo stile era sì grezzo e ancora da perfezionare, ma il limite nel rapporto tra il regista e lo spettatore veniva travalicato dalla mancanza di moralità (si pensi al thriller La morte corre sul fiume di Charles Laughton, 1955, o Cape Fear, di J. Lee Thompson, 1962). Nel thrilling argentiano il limite viene superato dalla violenza e dal rapporto fisico che lega i personaggi, non al punto da diventare esagerato ma acquistando una maggiore empatia con il tipo di pubblico che al cinema vuole spaventarsi, non vuole vedere esagerazioni.

Profondo Rosso è tanto importante storicamente, scandendo la divisione tra il periodo thriller e horror di Argento, quanto Suspiria (1977) lo è dal punto di vista della regia. Thriller e Horror sembrano due generi vicini solo quando si parla di un maestro come Dario Argento che li conosce e li sa sfruttare a piacimento proprio e del pubblico, ma in realtà sono ben delineati e molto differenti. Con Suspiria, horror vero e proprio, la sottile linea sfuma ma è comunque vero che anche l’horror alla Dario Argento è un genere a se stante. Primo della trilogia delle tre madri (Inferno1980La Terza Madre2007 gli altri capitoli) è un film appartenente al sottogenere dell’horror gotico, non a caso è ambientato all’interno di un’accademia di danza isolata nella Foresta Nera. Se il materiale tenebroso delle fiabe che talvolta elude il filtro invisibile per i bambini vi spaventa, Suspiria è il film che fa per voi o no, a seconda di quello che cercate al cinema. Il film infatti è un brillante collage al quale collaborano i diversi campi artistici della regia, fotografia, sceneggiatura e musica allo scopo di inserire tutti quegli elementi delle fiabe per bambini che spaventano gli adulti. Anche qui la cura dei dettagli è tendenzialmente ossessiva e si distingue in fase di scenografia – curata da Giuseppe Bassan – in cui le maniglie delle porte sono poste in alto, per simulare la difficoltà dei bambini nel raggiungerle e nella fotografia curata da Luciano Tovoli che rovescia letteralmente colori sgargianti sui volti degli attori, per dare un effetto fantastico alla pellicola (nel film Dick Tracy di Warren Beatty1990, di tutt’altri toni stilistici e di genere opposto, l’effetto è simile ed è voluto poiché tratto da un fumetto). La musica dei Goblin è un ticchettio costante, suono simile a quello prodotto da un carillon e si incastra perfettamente con i toni del film. Se la trilogia degli animali era un’insieme di tutto quello che Dario Argento aveva imparato studiando cinema e Profondo Rosso una correzione di tutti gli errori commessi nelle prime esperienze, Suspiria è un prodotto completo, maturo, che cavalca l’apice del successo commerciale di Dario Argento in Italia e soprattutto all’estero. Con il successivo Inferno, Argento prosegue con le tematiche affrontate in Suspiria, ma non ottiene effetti sperati sul grande pubblico e sulla critica. Suspiria era la novità, Inferno fu visto come un semplice sequel – sbagliando, poiché in una trilogia non ci sono sequel ma capitoli. Argento diventa così un regista di culto dopo aver toccato il grande successo, e Inferno apprezzato dagli stretti appassionati delle sue opere.

Dei film usciti dopo il 1990 abbiamo deciso di non parlare, e manteniamo la promessa, al contrario il titolo sarebbe dovuto essere The Rise and Fall of Dario Argento. Meritano comunque una citazione di rilievo Tenebre(1982) con il quale Dario Argento torna al primo stile affrontato nel cinema, quel thrilling tanto caro ai suoi appassionati e ispirato a una storia vera che Argento ebbe con uno stalker, e soprattutto Phenomena (1985), film di assoluto interesse dal punto di vista onirico per le esperienze che la protagonista del film subisce all’interno del film. Così come il poliziottesco, anche il thrilling e l’horror alla Dario Argento hanno avuto difficoltà a rapportarsi con il pubblico odierno, e la diffusione delle nuove tecnologie nel mondo reale ancora non hanno trovato un posto di rilievo nel cinema, così da far tristemente apparire Dario Argento un novellino ne Il Cartaio (2004). Tuttavia, mentre la sua vena si è probabilmente esaurita, non è stato così per la passione che alcuni appassionati nutrono verso i suoi film. Ancora sono in voga tra i ragazzi le maratone con film di Dario Argento, che riescono ad apparire spaventosi anche a trent’anni di distanza, o i pellegrinaggi nel suo negozio a Roma, divenuto una tappa obbligatoria per gli appassionati dei film di genere italiani. Ad inizio anni ’90, quando fu aperto, a volte compariva direttamente lui, in carne ed ossa – più ossa che carne – dietro il bancone, a dispensare consigli su film e libri appartenenti al genere horror, giallo e thriller. Ma attenti a tirare giù col prezzo, meglio non farlo arrabbiare.

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