L’ascesa, il declino e la rinascita del Noir

noir

di Valerio Carta

È opinione comune che il noir appartenga a un preciso modo di fare cinema scomparso con il passare del tempo. Oggi il noir non viene più proposto nella sua forma classica, considerata aulica, ma molti schemi comuni si ripresentano ancora, nascosti nelle intricate trame di alcuni film che possono apparentemente sembrare semplici thriller. Il punto di vista oggettivo su cui esaminare il noir è ancora materia di dibattito tra i critici cinematografici: solitamente il noir viene visto come un sottofilone del genere poliziesco e non come un genere a sé stante. Malgrado questa credenza, vi sono profonde differenze.

Il noir, sviluppatosi negli Stati Uniti all’inizio degli anni ’40, deve le proprie origini all’hard boiled, un genere letterario molto in voga negli anni ’30. L’hard boiled è un certo tipo di giallo, in cui il protagonista è solitamente un detective privato dall’animo duro e dai comportamenti ambigui, con un concetto tutto suo di giustizia e con numerosi scheletri nell’armadio, tabagista e alcolizzato per adeguarsi ad un sistema corrotto e inefficace. Il noir è la naturale evoluzione di questo genere. In primo luogo, per i personaggi. Essi qui possono essere non solo persone che regolano la giustizia ma anche i criminali stessi, oppure uomini con una storia criminale alle spalle, o ancora persone ordinarie che commetteranno crimini nel corso della narrazione. Solitamente i protagonisti sono fumatori accaniti e questo non è un semplice dettaglio ma un lato della caratterizzazione, poiché le sigarette rappresentano una volontà di autodistruzione. Questi sono posti in un ambiente claustrofobico dal quale è difficile trovare una via di uscita, ma invece di combatterlo vi si mimetizzano. Ambientazioni tipiche in questo senso sono le intricate strade delle grandi metropoli, che danno la sensazione di trovarsi nel bel mezzo di un labirinto all’interno del quale è facile perdersi nelle tentazioni di night clubs, bische o bar malfamati.

Caratteristica tecnica del noir è il montaggio non lineare, che mostra lo svolgimento della trama attraverso flashback o flashforward utili a disorientare lo spettatore sino al risvolto finale. Il Grande Sonno (1939) di Howard Hawks ne è un chiaro esempio, avendo questo film lo scopo di smarrire completamente lo spettatore in un’ambiente angosciante. Mentre il fine comune del giallo e del poliziesco è quello di rivelare il nome del colpevole di un delitto, nel noir sono inseriti più frequentemente furti, corruzioni e rapine. Gli omicidi, così come i suicidi, se inseriti sono commessi spesso per motivi passionali. Talvolta, non c’è nemmeno un colpevole, ma un antagonista: difatti, un film noir non si propone di sbrogliare i fili di un gomitolo, ma più propriamente di ingarbugliarli per farne uno. Lo spettatore non deve avere solo curiosità per come andrà a finire, ma in ogni momento della pellicola è portato a riflettere sugli aspetti più oscuri della società. A tal proposito si inserisce la figura della Femme Fatale, generalmente una donna di bell’aspetto che seduce il protagonista portandolo ad affrontare situazioni compromettenti. Spesso questa sospetta che il marito la tradisca, oppure che egli sia in affari pericolosi, e contatta un detective privato per indagare sulla questione. Una femme fatale non è necessariamente una donna cattiva, ma quando si presenta inizialmente la sua figura è avvolta in un alone di mistero. È solito ricordare il classico cliché relativo all’inizio di un noir, in cui un detective, tornando nel suo studio, viene informato dai suoi collaboratori o dalla sua segretaria che una donna lo sta aspettando nel suo ufficio: una volta entrato, la sua ospite lo persuade indirettamente, mettendo in mostra le proprie gambe coperte da calze di seta nere e fumando una sigaretta dietro l’altra con fare elegante. Capolavori del noir come Chinatown (1974) di Roman Polanski o Il Mistero del Falco di John Huston (1941) iniziano in questo modo. Altra caratteristica da sottolineare è la tecnica visiva, le cui linee guida sono fondamentalmente le stesse, poi ogni regista naturalmente adotta delle cure diverse a seconda del proprio stile. In primo luogo, forti contrasti di luci chiare e scure. Nelle pellicole in bianco e nero – da molti considerato essenziale per produrre un film noir – si possono trovare scene in cui le ombre di due personaggi in una posizione statica sono nere e creano un contrasto con lo sfondo bianco; lo scopo è creare una netta divisione tra personaggio e ambiente. Inoltre le inquadrature sono spesso distorte, oblique, dal basso, dall’alto o grandangoli, per disorientare lo spettatore o per incentivare il mistero sul personaggio o l’oggetto inquadrato.

Oggi il noir non è morto, ma è stato costretto ad evolversi per soddisfare una nuova generazione di spettatori. In origine i film noir erano perlopiù tratti da libri e dominavano l’industria cinematografica mondiale partendo da Hollywood negli anni ’40. In quel periodo il clima di devastazione recato dalla Seconda Guerra Mondiale si rifletteva anche sul cinema, che proponeva film con storie volutamente avvolte in un pessimismo pressante. Alla fine degli anni ’50 iniziò un declino dei film noir, che fecero spazio a nuovi generi come la fantascienza – che ebbe un notevole boom non appena iniziò la corsa allo spazio nell’epoca della guerra fredda – che si discosta completamente dal noir per le ambientazioni, per i personaggi e per i toni. Molti associano questo periodo alla morte del noir. Tuttavia, bisogna considerare diversi fattori. Il primo è che alla lunga il noir risulta piuttosto monotono – da non fraintendere con noioso – e ha delle regole precise. Alcuni nuovi registi hanno bisogno di cercare qualcosa di innovativo per elevarsi all’interno dell’industria cinematografica. Anche il bianco e nero, talvolta necessario nel noir, è in disuso a causa del progresso tecnologico dell’uomo, nonostante da molti sia ancora considerato adatto ad un pubblico di nicchia.Tuttavia, ogni artista nel creare la propria opera è spinto dalle sue esperienze e influenze. Oggi la maggior parte dei registi più navigati sono persone che negli anni ’60 e ’70, quando l’ascesa dei film noir era ancora presente nella mente degli spettatori, erano bambini o ragazzi. È proprio a questa categoria di persone che si deve la creazione di un nuovo filone del noir: il cosiddetto neo-noir.

Il neo-noir si differenzia dal noir principalmente per l’approccio. I lavori di Joel ed Ethan Cohen sono esempi chiari. Sebbene i due registi possiedano uno stile molto ironico, che si allontana dal pessimismo cronico delle vecchie pellicole, film come Barton Fink (1991) e Fargo(1996) hanno delle tinte noir benché non siano stati presentati come tali. Ma è con L’uomo che non c’era (2001) che i fratelli Cohen hanno dato una dimostrazione pratica della loro conoscenza riguardo il genere. Prima di tutto, in questo film viene raccontata la storia di un banale barbiere, uomo di poche parole, che commette un crimine per guadagnare qualche soldo. I toni sono sempre cupi e portano a inquadrare questa pellicola, girata in bianco e nero, come un noir classico. Anche il personaggio colpevole di un crimine che viene accusato per un altro crimine che non ha commesso è una situazione tipica del noir.Un altro film neo-noir degno di nota uscito nel XXI secolo è Memento (2000), di Cristopher Nolan, che racconta la storia di vendetta di un uomo che soffre di un disturbo della memoria a breve termine. Probabilmente, se fosse stato girato negli anni ’50, in bianco e nero e con i dovuti accorgimenti, oggi sarebbe considerato come uno dei più grandi noir di tutti i tempi. Le caratteristiche del genere sono lampanti: inquadrature distorte, montaggio non lineare – giustificato ai fini della trama – e soprattutto uno dei più classici schemi del genere, un protagonista ambiguo verso il quale lo spettatore è portato a simpatizzare, che nel finale si scopre essere tutto fuorché un eroe.Anche il regista Brian Anderson ha dimostrato una certa maestria nel trasportare il noir ai giorni nostri. Ne L’uomo senza Sonno (2004), un irriconoscibile Christian Bale, che per questo film è stato costretto a dimagrire di quasi 30 kg, interpreta un operaio che soffre d’insonnia da un anno. Molto particolare la fotografia: le luci sono deboli, in attinenza con la vita triste e vuota del protagonista. Non è un bianco e nero ordinario, ma rende l’atmosfera decisamente cupa. Altri punti in comune con il noir classico si riscontrano nei flashback e nei ricordi del personaggio. Essendo egli un uomo particolarmente turbato, non appare chiara la linea di demarcazione tra la realtà e la sua immaginazione.Anche nella filmografia di un maestro del cinema contemporaneo come David Cronenberg possiamo trovare un film con tinte noir: La promessa dell’Assassino (2007).L’ambiente della mafia russa di Londra, fredda e violenta, e la storia parallela in cui una giovane ostetrica di origine russe indaga sulla morte di una ragazza che ha dato alla luce un bambino possono essere considerati elementi del noir: la persona perbene che si trasforma in un detective e si inoltra in ambienti poco consoni a lei. La scena finale lascia dei dubbi riguardo la vera natura del protagonista maschile, Viggo Mortensen, e mostra egli che fuma una sigaretta mentre legge il diario della ragazza russa, con un triste sottofondo musicale e la telecamera che progressivamente si allontana dalla scena. Ricorda molto il noir. Infine arriviamo ai giorni nostri. Nel 2010 è uscito nelle sale Il Cigno Nero di Darren Aronofsky, regista che sin dall’inizio della sua carriera ha diretto film controversi (Il teorema del delirio – 1998, Requiem For a Dream – 2002). La storia è incentrata su un duello psicologico tra due ballerine di danza classica, Nina (Natalie Portman) e Lily (Mila Kunis) che vogliono ottenere una parte nello spettacolo newyorkese de Il Lago dei Cigni. Se Nina è la protagonista ed è il personaggio verso il quale lo spettatore riversa le maggiori attenzioni, possiamo rivedere in Lily la classica Femme Fatale, nonostante Aronofsky abbia invertito in questo caso i canoni e invece di un rapporto tra uomo e donna ne viene mostrato uno tra due donne. Il film è certamente molto angosciante e contiene inquadrature distorte, tra cui una magnifica che vede coinvolti degli specchi, i più comuni elementi per disorientare una persona sia nel cinema sia nel mondo reale. Di base è un thriller psicologico, ciononostante si può notare come in questa pellicola la mente della protagonista sia dominata da ansie ed insicurezze derivate dalla sua presenza fisica in un mondo in cui vige un continuo senso di competizione, oppressione e smarrimento. È un viaggio certamente oscuro, che ricorda per certi versi il classico del noir Viale del Tramonto (1950).

Abbiamo visto come il noir oggi non si ripresenti più nella sua forma classica, ma sia ugualmente ben lontano dal perire. Si può dire che abbia agito su noi spettatori nel suo stile più classico, ovvero confondendoci le idee e presentandosi in forme non spesso chiare.A volte non sentiamo nemmeno più il bisogno di addentrarci nella psiche di un personaggio o di inoltrarci in una società viziosa. I film che vengono proposti al grande pubblico sono quelli che permettono agli spettatori di evadere in mondi lontani, futuristici o alieni, in cui gli eroi sono robot giganti o esseri invincibili. La figura del detective alienato dalla realtà, tabagista e alcolista non funziona più come un tempo. È la normale evoluzione della società reale. Nonostante tutto, Verbal Kint – Kevin Spacey all’interno de I Soliti Sospetti si chiede come si possa uccidere il diavolo. Noi ci chiediamo come si possa uccidere il noir.

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