La Trilogia della Vendetta

La “Trilogia della vendetta” di Park Chan-wook: quando il cinema sudcoreano ha scosso il mondo.

di Mario Cimmino

L’inizio del millennio ha segnato, nel mondo del cinema, il periodo d’oro delle produzioni sudcoreane. Cercati dai festival, applauditi dai critici e, in qualche caso, con buoni successi di pubblico, una schiera di registi provenienti dal piccolo paese a metà strada tra la Cina e il Giappone ha conquistato il palcoscenico internazionale. E, abbandonandoci per un attimo al determinismo spaziale, si può curiosamente notare come il cinema sudcoreano degli ultimi due decenni riproponga spesso questo “stare in mezzo” tra i due giganti asiatici. Molti registi sudcoreani hanno costruito i propri film sul ruolo della violenza come fattore di ordine sociale. La rappresentazione senza filtri del dolore, attraverso comportamenti e trame folli agli occhi dello spettatore, ricorda il compiacimento estetico di molti autori giapponesi contemporanei di culto, da Takashi Miike a Takeshi Kitano fino a Shinya Tsukamoto. Ma una propensione più marcata al melodramma e la ricerca ossessiva del lirismo ad ogni inquadratura avvicina l’estetica dei film sudcoreani all’eleganza di molti grandi registi cinesi di oggi come Zhang Yimou e Wong Kar-wai. L’abbraccio tra sentimento e sadismo, accompagnato dalla raffinatezza della messinscena, rimane una delle peculiarità del cinema coreano, sebbene gli ultimi 10 anni abbiano visto una proliferazione quasi senza controllo di film di ogni genere, indice della “globalizzazione” della produzione nazionale e, forse, di una fase di stallo creativo dopo i successi di inizio millennio.

Peraltro, come spesso succede, le mode esplodono per motivi del tutto casuali. La Corea del sud non ha certo iniziato a produrre capolavori dal 2000, se è vero che, come molti sostengono, il vero masterpiecedella cinematografia nazionale rimane quel The Housemaid di Kim Ki-young del lontanissimo 1960, del quale circola oggi anche nelle sale italiane il non eccezionale remake di Im Sang-soo. Nel mondo del marketing basta poco a creare il fenomeno. E nel 2004 questo “poco” prende la forma a Cannes del Gran premio speciale della Giuria – presieduta da Tarantino – a Old Boy di Park Chan-wook, accompagnato dalle celebri parole del regista americano che lo definisce “il film che avrei voluto girare”. L’ammirazione di uno dei registi più idolatrati dalle folle “libera” simbolicamente il cinema sudcoreano dagli stretti circuiti cinefili e festivalieri, portando appassionati e semplici consumatori a confrontarsi con un tipo di cinema nuovo e spiazzante ma al quale il contenuto altamente emotivo garantiva una certa accessibilità. Ovviamente i premi e gli apprezzamenti per Old Boy non sono l’unica spiegazione del boom. Qualche anno prima già Kim Ki-duk aveva regalato un trittico di film (L’isolaIndirizzo sconosciutoBad guy, tra il 2000 e il 2001) in grado di impressionare critica e spettatori grazie alla sua sintesi perversa di amore e violenza, vitalità dei sentimenti più autentici e spinta inesorabile all’auto-distruzione di fronte ad un mondo esterno ostile. Probabilmente, a conti fatti, saranno proprio i film di Kim Ki-duk e Park Chan-wook a passare alla storia come gli artefici dell’affermazione del cinema coreano e delle sue principali caratteristiche nell’immaginario collettivo.

E un posto speciale spetta sicuramente alla famosa “Trilogia della vendetta” di Park Chan-wook – Sympathy for Mr. Vengeance (2002), Old Boy (2003) e Sympathy for Lady Vengeance (2005) – che, trainata soprattutto dal successo internazionale del secondo film, è diventata rapidamente oggetto di culto. Le tre opere non sono consequenziali, i protagonisti e le storie cambiano e non sono legati tra loro. L’elemento unificante va dunque cercato nel tema – la vendetta suggerita dal titolo – ma sembra quasi un limite. Non di semplice vendetta si parla. Non staremo qui ad illustrarne la trama, anche perché – in particolare gli ultimi due – giocano molto sulla suspense. Al centro delle tre vicende troviamo personaggi che agiscono con ostinazione per regolare i conti con chi li ha danneggiati. Ma la classica interpretazione della vendetta come elemento eccezionale che interviene a riportare in equilibrio i rapporti tra chi è offeso e chi offende poco si presta a raffigurare la vera natura delle trilogia.

Non è la semplice vendetta il fulcro dei film, quanto la facilità con la quale il dolore altrui diventa indifferente e la violenza una fonte di piacere e di salvezza. L’abnegazione dei personaggi di Park Chan-wook nel completare i propri disegni è terribile non in quanto sproporzionata al torto subito, ma poiché mette sotto gli occhi senza alcun fronzolo il mostro in cui ci trasformano la colpa degli altri e il castigo. La vendetta sembra diventare, così, non il fine dell’azione ma lo strumento attraverso il quale l’uomo accetta la perversione e la bestialità di una parte di sé. Nella composizione delle scene più cruente Park Chan-wook è abilissimo nel sottolineare quest’aspetto. Così vediamo uno dei protagonisti di Sympathy for Mr. Vengeance – padre e uomo d’affari stravolto dalla scomparsa della figlia – mangiare tranquillamente mentre con l’elettroshock sta torturando una sospettata. Non saranno le urla della ragazza, né tanto meno il rivolo di urina che arriverà a lambirgli i piedi, a distrarlo dal cibo. L’immagine è di una potenza straordinaria. In questo ex “uomo normale” ancora in camicia che addenta compiaciuto degli spaghetti mentre tortura, c’è una verità allucinante: la compassione è solo una costruzione sociale; la vera natura dell’uomo, che emerge quando la violenza rompe gli schemi, è l’abiezione. L’aspetto sconcertante della trilogia di Park Chan-wook è l’idea che i meccanismi della vendetta non siano semplicemente eventi “straordinari” innescati volontariamente dall’uomo per regolare delle situazioni specifiche. La vendetta – in questa declinazione sadica e cruenta che ne fa il regista coreano – diventa una forza quasi divina, trascendente, che incarna l’ordine sul quale si regge la società e che si impone ai protagonisti non come scelta ma come pura necessità.

“Devo ucciderti perché non posso perdonarti”, fa dire Park Chan-wook ad uno dei suoi personaggi. In questa battuta tautologica, quasi una faciloneria, la violenza diventa un terribile obbligo morale, sovvertendo ogni retorica sulla grandezza e sull’umanità del perdono. La vendetta si trasforma così in uno dei meccanismi più evidenti e naturali grazie ai quali la violenza regola il mondo e permette agli uomini di continuare a vivere. Che la vendetta vincoli la volontà dell’uomo e non sia semplicemente un’opzione da scegliere con lucidità il regista ce lo suggerisce a più riprese. Il padre di Sympathy for Mr. Vengeanceandrà incontro ad una sorte terribile e impensabile una manciata di minuti dopo essersi macchiato di un comportamento spregevole. Non c’è alcun legame tra il torto fatto e quelli che saranno i suoi carnefici. E’ come se la realtà si auto-regolasse per vie che sfuggono alle decisioni del singolo.

Uno dei meriti principali della trilogia è quello di svincolare la sua verità sulla violenza come portatrice d’ordine dall’eccezionalità di una singola storia. In tutti e tre i film è praticamente impossibile mettere un inizio e una fine alla catena di vendette; non esiste alcuno manicheismo tra chi oltraggia e chi è stato oltraggiato. Le vicende sullo schermo sono il segmento di una retta dove tutto si mescola, la prevaricazione è ovunque e chiunque può essere visto nella doppia veste di vittima e carnefice. Dae-su – il protagonista di Old Boy – come prima cosa dopo essere stato imprigionato senza alcun motivo apparente, stila una lista di persone alle quali ha fatto del male. E’ convinto che il motivo della sua sofferenza attuale debba risiedere necessariamente nella sua condotta passata; l’assurdità degli eventi (essere rinchiuso per 15 anni in una stanza) diventa normale in quanto assume il significato dell’espiazione. Così tutti i personaggi della trilogia conoscono la propria aberrazione. Si abbandonano alla necessità della vendetta con la piena consapevolezza di poter cadere vittime di altri in preda a quello stesso impulso inevitabile.

Park Chan-Wook estetizza la violenza sotto la forma di un rito al quale si consacrano prima o poi tutti gli uomini. I modi fantasiosi e truculenti scelti dai protagonisti per vendicarsi non sono furbe concessioni allo shock facile. La sofferenza degli altri è un cerimoniale lungo e complesso perché soltanto attraverso questa trasformazione del castigo in rituale è possibile non solo appagare la rabbia quanto soprattutto accettare la propria mostruosità. Punendo l’altro l’uomo punisce anche se stesso, le proprie colpe e scopre la natura malvagia che lo accomuna alla vittima. Pur basandosi su una visione così cupa dell’agire umano, lo stile del regista sudcoreano è in grado comunque di mescolare linguaggi molto diversi, alternando grottesco e sentimentalismo con grande scioltezza. L’intera trilogia è piena di geniali trovate tragicomiche, dall’uomo che assiste all’autopsia della figlia tra suoni macabri di organi spostati e ossa segate al gruppo di adolescenti che si masturba scambiando delle urla di dolore per gemiti di piacere. La compattezza tematica non esclude alcune differenze tra i tre capitoli nello stile e nella struttura. La regia di Old BoySympathy for Lady Vengeance è sofisticata, piena di effetti come le improvvise zoomate che bloccano i protagonisti al culmine dell’azione, quasi ad esaltarne la sacralità. Da un punto di vista narrativo, Sympathy for Mr. Vengeance è il più semplice. L’assenza di grovigli emotivi e complicati approfondimenti psicologici lo rende il più raggelato dei tre; rispetto agli altri due, l’orrore e la brutalità ai quali assistiamo sembrano ancora più fatali e indispensabili, fuori da ogni scelta e capacità critica. Al contrario, la presenza di un racconto articolato e coinvolgente spiega in parte il maggiore successo di critica e di pubblico di Old Boy, un film nel quale Park Chan-wook riesce a diluire le proprie riflessioni in una trama complessa e ricca di colpi di scena. Ancora più elaborato nell’alternanza dei toni e ricercato nella resa formale, Sympathy for Lady Vengeance conclude la trilogia con una delle trovate più atroci della storia del cinema.

Un abbraccio nella neve chiude i due ultimi capitoli dell’opera di Park Chan-wook, in un finale che di lieto ha solo quel momento di tranquillità, guadagnato attraverso la sofferenza propria e altrui e minacciato dall’inevitabile dolore futuro. Dare un respiro epico e appassionato alla faticosa conquista di un istante di serenità, se non di felicità, attraverso l’inesorabile, quasi divino ricorso alla violenza, è il grande merito della trilogia di Park Chan-wook, che riesce anche nell’impresa di sintetizzare e portare ai massimi livelli tutti i pregi e le peculiarità – di forma e di contenuto – della grande stagione del cinema sudcoreano.

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