Immagini di Parole

di Valerio Carta

Tra tutti i temi più controversi circa la produzione artistica dell’uomo, il rapporto tra cinema e letteratura è da sempre motivo di grande dibattito. Superficialmente, si può affermare che la “competizione” verta sui due diversi sistemi di comunicazione, parola e immagine, da cui derivano due forme di linguaggio che colpiscono il destinatario del messaggio rispettivamente indirettamente e direttamente. Dalle parole alle immagini si sviluppano diverse strutture narrative per colpire l’emotività di una persona, tuttavia è opportuno specificare che un film non è solo un insieme di immagini in movimento, bensì lo sviluppo di diverse tecniche cinematografiche, a cui si affiancano l’intuito, l’istinto ma soprattutto l’occhio umano. La tecnica cinematografica discende da altre forme d’arte, musica, fotografia, teatro e, irrimediabilmente, letteratura.

Ci sono, per esempio, persone che detestano la voce narrante in un film, perché desiderano vedere. O altre che non amano un dialogo troppo continuo in un romanzo. C’è molta sacra soggettività in questo tipo di giudizi, ma è opportuno specificare le linee guida di ogni film. Il film è, prima di tutto, un’idea, che deve essere necessariamente redatta in forma scritta attraverso una sceneggiatura, che possiede delle regole da cui non si può trascendere. Una sceneggiatura è un’opera letteraria. Paradossale? No, perché può essere sì originale, ovvero un parto della fantasia dello sceneggiatore, ma ci sono sempre state tantissime sceneggiature tratte da romanzi – per questo articolo prenderemo in considerazione solo questo tipo di opera letteraria. Tra queste, si ricorda un caso molto atipico e interessante, per certi versi paradossale: il film che da molti è considerato il trionfo dell’arte audio-visiva, 2001 Odissea nello Spazio (1968) di Stanley Kubrick, fu inizialmente ispirato al racconto “The Sentinel” di Arthur C. Clarke (1948). Vent’anni dopo, lo stesso Clarke collaborò in prima persona insieme a Kubrick parallelamente nella stesura del testo cinematografico e di un nuovo romanzo, che riprendeva l’idea di Kubrick, e quando il film uscì nelle sale di tutto il mondo contemporaneamente nelle librerie uscì il “fratello” letterario dal titolo omonimo. Dall’altro lato della medaglia, il capolavoro di Milos FormanQualcuno Volò sul Nido del Cuculo (1975) è tratto dall’omonimo romanzo di Ken Kesey, il quale però si rifiutò di vedere il film una volta completato in quanto infastidito da alcune dispute legali con la produzione del film.

Negli anni ’50 e ’60, il progresso tecnologico del dopo-guerra e la paura della Guerra Fredda ispirarono molti scrittori e registi per opere che portarono il genere della fantascienza e della distopia ad un nuovo e decisivo boom. È di questi anni l’apice della produzione di Isaac Asimov (“trasportato” nel cinema post-mortem con l’adattamento cinematografico di Io, Robot, 2005 – il libro è stra-consigliato, il film no), di un certo Peter George – dal suo romanzo “Red Alert” il già citato Kubrick trarrà una delle pellicole fantapolitiche più famose e irriverenti di sempre, Il Dottor Stranamore – l’invasione di una serie di film dal dubbio potenziale ad Hollywood, ma soprattutto l’opera di Philip Dick, che nel 1968 scrisse Do Androids Dream of Electric Sheep? (“Gli Androidi sognano pecore elettriche?”). Questo titolo suonerà sconosciuto ai più: ben più celebre, per motivi di accessibilità di cui parleremo più avanti, il corrispettivo cinematografico Blade Runner (Ridley Scott, USA 1982). Questo è un chiaro esempio di come uno scrittore di livello assoluto come può essere stato Philip Dick possa avere difficoltà nel rapportarsi con una forma d’arte differente come il cinema. Difatti, a Dick non andarono eufemisticamente a genio le prime bozze di sceneggiatura che gli furono inviate, tanto che la produzione del film dovette impegnarsi per trovare uno sceneggiatore in grado di soddisfare le ambientazioni futuristiche e distopiche proposte dal romanzo dello statunitense. Ci riuscirono in parte Hampton Fancher e David Webb Peoples, non senza stravolgere molti elementi della storia.

Qui si arriva ad un altro tema piuttosto interessante: la difficoltà di un adattamento. Adattare un’opera letteraria per proporla nel cinema è un’opera che richiede massimo ingegno ed intuito. Bisogna scavare, tagliare, cercare elementi in comune e parti chiave della storia. Per questo ci sono moltissimi esempi di grandi romanzi che nel cinema si mantengono sui loro livelli o che non riescono a rendere a dovere – Dracula di Bram Stoker, Frankenstein di Mary Shelley, Il Vecchio e il Mare di Hemingway, la serie di Sherlock Holmes di Sir Arthur Conan Doyle, Lo strano caso del Dottor Jekyll e di Mr. Hyde di Robert Louis Stevenson, l’Iliade e L’Odissea – quest’ultima per la verità molto adatta a una proposizione cinematografica, vedi la struttura a flashback di Ulisse all’interno del racconto – di Omero, ma ci sono anche molti romanzi che nella riproposizione cinematografica hanno avuto un successo insperato: Arancia Meccanica di Anthony Burgess (riproposto da Stanley Kubrick), Cuore di Tenebra di Joseph Conrad (riproposto da Francis Ford Coppola col titolo Apocalypse Now), The Hoods di Harry Grey (riproposto da Sergio Leone col titolo C’era una volta in America),Shining di Stephen King (ancora una volta di Kubrick) sono solo alcuni esempi celebri. Casi come quello di Alain Robbe-Grillet, grandissimo scrittore e sceneggiatore e successivamente regista con scarsi risultati, sono molto rari. La sceneggiatura, inoltre, non può non essere giudicata come un’opera letteraria che esula dalla resa visiva. Lo sceneggiatore Paul Schrader non è un nome abbastanza conosciuto anche tra i non appassionati per quanto meriterebbe di esserlo. Regista (American Gigolo il suo successo) ma soprattutto sceneggiatore di due grandi capolavori, entrambi diretti da Martin Scorsese: Taxi Driver (1976) e Toro Scatenato (1980).Glory To The Film-maker!, urlava invece il regista giapponese Takeshi Kitano nel titolo di un film (2007, straconsigliato) che riflette un aspetto troppo spesso sottovalutato, ovvero la figura dello sceneggiatore, chiamato non a caso Film-Maker (colui che fa il film).

Sorge però il problema dell’accessibilità, opposto per gli autori e per i lettori/spettatori. Messo da parte il desiderio di fama e apparenza, infatti, per coloro che vogliono dirigere un film serve un capitale economico per iniziare a produrre, dal momento che come detto un film non è solo immagine, ma è anche luci, suoni, costumi, scenari. D’altro canto, per una buona parte del pubblico, è più facile vedere un film rispetto a leggere un libro, per questioni di tempo ma anche di accessibilità. Gli interessi economici sono quindi un fattore fondamentale: se un film può essere oggetto di sequel, prequel, remake, è perché molto spesso sono richiesti dalla produzione per interessi economici, essendo il cinema un vero e proprio business, un’industria. Viceversa, lo scrittore di un romanzo dietro di sé ha sì una produzione – la casa editrice – ma il primario interesse è quello di abbandonarsi senza responsabilità di sorta future al proprio presente e alla propria ispirazione quotidiana. Anche per questo motivo, mentre è ampissima la saggistica riguardante la cinematografia, sono pochissimi i romanzi tratti dai film, e nella maggior parte dei casi sono Fan Fiction Stories, ovvero storie scritte non da scrittori famosi ma da appassionati del film, gente comune. È un esempio il filone letterario basato sulla saga di Star Wars che ha creato un vero e proprio universo espanso da cui far partire nuovi titoli cinematografici.

I due punti fondamentali su cui si basano il cinema e la letteratura però sono gli stessi: la condivisione di messaggi e la fantasia. I campi artistici servono all’uomo per trovare il proprio limite, che non potrebbe esistere senza un seguito di persone a cui questa opera arriva. La fantasia, per questo, è costantemente richiesta allo spettatore e al lettore quando si avvicina ad un’opera, che non avrebbe altresì modo di esistere senza la possibilità di essere interpretata da qualcun’altro. Michail Bulgakov e Michael Ende ne hanno parlato a fondo nella letteratura, così come dalle loro opere sono stati tratti e ispirati dei film.
Ma questa è un’altra storia, e se ne parlerà più avanti.

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