Il cinema di Terrence Malick

heaven

di Emanuele D’Aniello

Al giorni d’oggi condurre una vita normale, intima e privata è molto difficile. Siamo nell’epoca della globalizzazione, i mezzi di comunicazione impazzano, internet è ovunque, le immagini sono continuamente rubate. Soprattutto per chi fa cinema ed è una personalità pubblica rimanere un fantasma è praticamente impossibile. Ma un uomo ci riesce ancora: Terrence Malick. Se cercate sul web il suo nome, o leggete articoli a lui dedicati, troverete sempre le solite due o tre foto, perché quelle sono le uniche prove che Malick ha un volto come tutti noi. Non esiste un regista così riservato, ritroso, sfuggevole, schivo, addirittura pronto a stipulare accordi precisi per non comparire mai oppure, quando tiene qualche discorso, con la clausola chiara che non ci siano telecamere presenti. Durante l’ultimo Festival di Cannes a sorpresa come per incanto Malick è apparso in teatro durante la proiezione del suo The Tree of Life ma ovviamente in pochissimi lo hanno riconosciuto, e alla fine al momento degli applausi Malick è salito sul palco per stringere le mani ai suoi collaboratori, e l’organizzazione del Festival ha rispettosamente spento le cineprese. Malick è un Omero o Shakespeare moderno, qualcuno nel passato ha messo addirittura in dubbio la sua stessa esistenza. Ma fortunatamente a parlare per lui c’è il suo cinema, le sue pellicole che danno sfogo ad una costante ricerca del senso della vita e una contemplazione estasiata della bellezza del mondo.

L’estetica di Malick pare riflettere il suo carattere: distanti anni luci dai rumorosi film hollywoodiani è un cinema fatto di silenzi, grandi spazi, pace, serenità, immagini forti, colori vivaci.

Negli anni settanta ha scritto e diretto La Rabbia Giovane, su una coppia di giovani adolescenti che vagabondano per l’America lasciandosi alle spalle una spirale di violenza, e successivamente I Giorni del Cielo, all’apparenza un melodramma amoroso. Dopo di che Malick è letteralmente sparito dalle scene, auto-esiliandosi in Francia dove ha iniziato a insegnare filosofia, continuando comunque a scrivere sceneggiature e preparare un progetto segreto, chiamato per anni semplicemente Q sulla formazione della vita sulla Terra. Torna al cinema solo nel 1998 col film bellico La Sottile Linea Rossa, e dopo 20 anni di esilio totale la sua fama è rimasta intatta, anzi il mito è perfino aumentato, tanto che quasi tutti i maggiori attori americani del momento chiedono di poter recitare nel film. Del 2005 è The New World, storia d’amore all’interno della colonizzazione inglese dell’America, e a tre anni dalla fine delle riprese esce in questi giorni The Tree of Life, storia di una famiglia texana che fa da specchio all’evoluzione della vita sulla Terra, richiamando in qualche modo la vecchia idea Q. Solo 5 film in quasi 40 anni, alcuni capolavori altri un po’meno, ma tutti nessuno escluso hanno lasciato un impatto e un segno indelebile nella storia del cinema, tutti sono stati portatori di una potenza imparagonabile.

I film di Malick sono ambientati in periodi passati, mai contemporanei. È sicuramente un qualcosa di interessante e che riflette il modo stesso del regista di vivere, una continua fuga dal mondo moderno e da tutte le ossessioni di oggi, dalla modernità, dal lusso, dalla frenesia che ci circonda e di cui siamo costantemente vittime. I grattacieli ci opprimono, ma i grandi spazi ci avvicinano alla natura. E proprio questa è la chiave di lettura principale, il continuo e simbiotico richiamo al contatto con la Natura. Nei suoi film, soprattutto nei primi lavori degli anni settanta, quando l’uomo relaziona con altri uomini è sempre l’invidia e la violenza a scattare, una sorta di istinto alla sopravvivenza che privilegia la legge del più forte; le sole volte in cui la serenità e la felicità è raggiungibile è perdendosi in grandi spazi, vivendo a contatto con la Natura libera e ponendosi faccia a faccia col senso della vita: in La Rabbia Giovane i due protagonisti quasi non si parlano, non relazionano mai veramente, non si rendono conto della violenza che generano, si sentono però liberi quando sono soli fuori dal mondo; in La Sottile Linea Rossa i soldati fuggono dal mare di violenza della guerra per sciogliere la propria esistenza dentro i paesaggi incontaminati, preferendo ai fucili il contatto con le popolazioni primitive locali o giocare con una farfalla. Il richiamo alla Natura e alla semplicità non è presente nei film solo come mezzo narrativo, ma è un autentico modo di vivere in cui Malick crede e adopera nella realizzazione dei suoi lavori: per le riprese usa soltanto colori naturali, lascia spesso la macchina da presa libera, senza operatori, in modo che venga girato quello che accade senza soluzione di continuità e possa veramente catturare e rubare i momenti, non dà mai indicazioni precise ad attori o ai suoi collaboratori ma invece di cercare termini o consigli tecnici chiede (come accaduto nel lungo montaggio di La Sottile Linea Rossa) di seguire il film come si seguisse il flusso di un fiume. La regia è spezzettata, spesso frammentata, narrativamente non chiara, segue la vita e la natura come essa viene, proprio per questo molti affermano che Malick è un grande regista ma non un grande sceneggiatore. In realtà Malick scrive le proprie sceneggiature ma soprattutto disegna ogni cosa prima nella mente e poi trasporta direttamente sullo schermo, crea un flusso di visioni e suoni che non possono essere espressi con l’inchiostro sulla carta. Le riprese di Malick si perdono veramente nel verde degli alberi, nel blu delle acque, nei colori bizzarri d piccoli animaletti. È il regista che più di tutti dona al cinema il suo vero significato e ne svela l’essenza di grande arte visiva nutrendo lo spettatore con immagini e colori. grazie anche ad un uno della fotografia splendido, che raggiunge vette clamorose in I Giorni del Cielo.

E in questo marasma di immagini e sensazioni i suoi personaggi raramente hanno caratteristiche ben definite, ma sembrano sempre asettici e completamente immersi nel mondo, in un Paradiso perduto in Terra, una sorte di Eden moderno (un parallelo estremamente visibile soprattutto in La Sottile Linea Rossacon i soldati attoniti di fronte agli spazi favolosi di Guadalcanal). I personaggi si muovono come fantasmi, gravitano senza forma precisa, malleabili e soggetti ai mutevoli stati d’animo del mondo, e la prova è che spesso e volentieri in fase di montaggio alcuni personaggi addirittura spariscono, per altri cambia il peso di alcuni ruoli, le parti vengono drasticamente accorciate. Li osserviamo ma difficilmente li comprendiamo o riusciamo a provare empatia per loro come in altri film, perché questi personaggi più che essere umani sono rappresentazioni, portatori di messaggi universali: in The New World per la prima volta vediamo protagonisti realmente esistiti, ma nemmeno loro sono chi dovrebbero raffigurare, Pocahontas non viene mai citata per nome e solo nel finale capiamo chi è. Sono personaggi che hanno un inizio e una fine, mai un durante, raramente capiamo il perché delle loro azioni o dei loro cambiamenti, perché Malick non è interessato ad uno sviluppo coerente, ma al flusso di vita e percezioni, tanto è vero che sono costantemente in fuga e alla ricerca di qualcosa: i soldati de La Sottile Linea Rossa sognano di tornare a casa fuggendo dalla guerra, Kit e Holly in La Rabbia Giovane sognano di sposarsi e vivere nella foresta fuggendo dal mondo, Bill e Abby ne I Giorni del Cielo fuggono da tutto, dalla vita stessa, promettendosi a vicenda che quella fuga finirà sognando un nuovo inizio più sereno. Quello che accade durante e impedisce a questi sogni di realizzarsi è semplicemente la vita stessa. Quella vita a cui Malick non dà mai un senso se non cercando Dio nella Natura: è una visione profondamente religiosa nel senso più spirituale del termine, ai confini tra l’animismo e la pace del Buddhismo. È la fusione tra l’uomo e ciò che lo circonda, e in questo senso è inteso anche l’Amore, un sentimento che Malick non trascura ma lo presenta in maniera assolutamente non fisica, non realistica, addirittura andando oltre la concezione di un amore platonico, perché è un sentimento di totale e aperta fusione tra due persone, un sentimento audacemente depurato da ogni visione passata e moderna, che trova la massima rappresentazione nella relazione tra Pocahontas e John Rolfe nella seconda parte diThe New World (probabilmente la parte meglio riuscita del film) in cui si abbraccia la bellezza della vita stessa.

È un linguaggio difficile, a tratti ermetico, filosofico ma profondamente personale quello di Malick, e portavoce nei suoi film è una costante voce fuori campo, spesso femminile. Molte volte il ricorso al voice-over può risultare fastidioso e indigesto allo spettatore, perché fuori luogo o pedantemente descrittivo anche quando non serve. Nei film di Malick invece il voice-over ha un suo senso: non sono i personaggi a parlare, ma è quasi la Natura stessa ad essere dotata di voce, è una sorta di coro greco che esprime il sentimento e il pensiero, non narra gli avvenimenti, non spiega le emozioni, ma crea essa stessa lo stato d’animo dell’opera. La formazione culturale di Malick e i suoi studi danno a queste opere un impulso fortemente metafisico, a tratti irrazionale, sicuramente unico come nessun altro film ha mai osato prima dal punto di vista narrativo e tematico. Si affrontano i problemi e i danni morali derivati dalla violenza (nei primi due film), dal perché si deve ricorrere alla guerra (La Sottile Linea Rossa), dal confronto interpersonale (The New World), dai dilemmi sull’esistenza della vita (The Tree of Life), si pongono continuamente le domande esistenziali fondamentali, un susseguirsi di quesiti che non possono trovare risposta, non perché la vita non ha senso ed è tutto affidato al caso, ma perché un senso c’è ed è talmente grande e difficile da risultare inaffrontabile per l’uomo. Non è un cinema inconcludente o pretenzioso perché sa ancora meravigliarsi e meravigliare, non è un cinema ambiguo perché l’ambiguità non la crea ma la trova nella vita, non è un cinema ambizioso perché cambia radicalmente il modo di intendere i film senza voler fare. La poesia (termine al cinema tante volte abusato e spesso fuori luogo) è estetica per la bellezza e il rigore formale delle immagini, non perché la sostanza è secondaria, ma perché Malick vuole sconvolgere lo spettatore e mai compiacerlo.

Difficile da capire, difficile da esprimere, il cinema di Malick è arduo ma incredibilmente ricco di calore umano perchè come pochi altri questo autore sa riportare l’essenza della nostra esistenza sul grande schermo. I film di Malick non si vedono, ma si respirano, si metabolizzano, si vivono letteralmente in una esperienza sensoriale unica e a tratti mistica. Uno dei più grandi registi viventi è probabilmente anche uno dei maggiori artisti che il mondo ci ha donato e fino a che continuerà a fare film, nonostante tutto il tempo che si prende, renderà sicuramente il cinema un’arte migliore.

Un pensiero su “Il cinema di Terrence Malick

  1. Hai scritto una perfetta analisi di ciò che Malick è e rappresenta. Nella mia recensione di The Tree Of Life, che ti invito a leggere e commentare, ho scritto che Malick è “il regista contemporaneo più degno di essere chiamato artista”, e penso concorderai. Ora vediano se in Italia ci faranno vedere Knight Of Cups.

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