Dieci Film Distopici

di Valerio Carta

Una società ideale che sorge sulle strade di una metropoli futuristica. Una società in cui l’omicidio è un atto primitivo ormai dimenticato, in cui non esistono ladri, una società che è riuscita a sradicare il caos dal cuore degli uomini. Il perfetto profilo dell’utopia, per definizione, si scontra spesso con la realtà. Prima di prenotare il biglietto per la vostra luna di miele, quindi, è opportuno leggere anche il resto della trama diEquilibrium, film del 2002 scritto e diretto da Kurt Wimmer. Se infatti il profilo delineato poc’anzi è utopico, per arrivare a questo punto la società è stata costretta ad eliminare anche le emozioni, l’arte, l’individualità e la creatività, basi su cui si fonda la sensibilità umana. Il tutto sotto il controllo di un ingannevole tiranno, che sponsorizza l’assunzione quotidiana di una droga che inibisce la capacità dei cittadini di provare emozioni. Ecco, così, che l’utopia si trasforma in distopia. Come nel caso di Equilibrium, il confine tra questi due modelli è spesso piuttosto labile e necessita dell’introduzione di alcuni elementi fantapolitici. Il modo migliore per comprendere ed apprezzare la distopia è quello di analizzare e conoscere l’utopia, in quanto l’una si basa sull’altra e ne afferma il contrario. Solo così si può evitare di confondere altri generi con la distopia, in quanto spesso la fantascienza è il fine e la distopia il mezzo per evidenziare un percorso fantastico dei personaggi (Matrix), oppure, in tutt’altro genere, sono i personaggi ad attraversare un percorso distopico in uno scenario solo parzialmente contaminato dalla deumanizzazione di massa (Arancia Meccanica).

Questa lista non è una top ten, poiché tra opere distopiche non può esistere una reale competizione essendo queste influenzate principalmente da un tipo di società già esistente, che muta attraverso gli anni così come l’arte cinematografica. Sono dieci film posti in ordine cronologico, spalmati in ottant’anni di cinema, scevri da qualsiasi altra matrice, in cui la distopia evidenzia uno o più disagi della società contemporanea e li rielabora in chiave narrativa. Inoltre molto spesso la distopia, poiché in grado di analizzare a fondo una generazione in chiave satirica e allegorica, si incontra con i gusti di una schiera di fedelissimi fans, diventando così fenomeno di culto: sono quindi assenti due importanti film distopici già analizzati nella top ten dei film cult – Blade RunnerBrazil.

Metropolis (di Fritz Lang, Germania 1927)

Prima ancora di 1984 di George Orwell e de Il Mondo Nuovo di Aldous Huxley, capisaldi della distopia letteraria, c’è statoMetropolis di Fritz Lang, film manifesto dell’espressionismo tedesco capace di influenzare decine e decine di registi e scrittori negli anni seguenti. Metropolis è una città futuristica, scenografata magistralmente per mezzo di effetti all’epoca considerati avanguardistici, in cui la divisione sociale è aspramente marcata da una letterale partizione territoriale: nei piani più alti dei grattacieli della città, infatti, vivono i ricchi, ormai addirittura inconsapevoli di cosa si trova sotto di loro, ovvero la classe operaia, che si nasconde nei sotterranei della città. L’utopia di fondo è ingannevole e si trasforma presto in una fredda e cinica distopia. Metropolis pone l’interrogativo su cosa sia veramente umano tramite uno schema classico di un’opera di questo tipo, mostrando come il cuore degli uomini non possa essere regolato dalle leggi e ci siano ancora individui consapevoli del proprio essere in una società apatica. È impossibile non citare il capolavoro di Lang quando si parla di distopia, poiché se non fosse mai venuto alla luce non ci sarebbero stati, fino a prova contraria, decine di altri film di questo tipo, alcuni presenti anche in questa stessa lista.

Agente Lemmy Caution, Missione Alphaville (di Jean-Luc Godard, Francia 1965)

È una fortuna che un movimento così attento alla realizzazione della realtà come quello della Nouvelle Vague si sia accorto del potenziale della distopia per ritrarla, non a caso tramite due dei suoi massimi esponenti: Francois Truffaut con l’adattamento cinematografico del romanzo Fahreneit 451 di Ray Bradbury e Jean-Luc Godard con Alphaville. In questo film, l’agente segreto dalla pistola facile Lemmy Caution – prodotto della fantasia dello scrittore britanico Peter Cheyney – viene catapultato da Godard ad Alphaville, una città di un altro pianeta in cui i sentimenti dell’uomo sono stati eliminati per impedire lui di provare sofferenza, sotto il controllo di un’amministrazione tecnocratica gestita da un computer chiamato Alpha 60. Si può notare la cinefilia di Godard intesa come grande conoscenza del cinema americano di genere degli anni ’30, ’40 e ’50: con grande padronanza dei (pochi) mezzi a disposizione il regista francese riesce infatti a mischiare il noir alla fantascienza distopica, che in quegli anni era notevolmente influenzata dagli sviluppi della Guerra Fredda. Chiari anche i riferimenti a Orwell, con un’attenzione particolare per la sua semantica, qui interpretata in maniera genuina. La distopia come mezzo per trasmettere un senso di urgenza agli uomini e al loro flusso di sentimenti.

La decima vittima (Elio Petri, Italia 1965)

In pieno Neorealismo, ecco che Elio Petri – uno dei registi italiani più fedeli nel ritrarre la realtà della società in chiave narrativa allo scopo di rendere il cinema italiano attraente per le masse e non solo per un pubblico d’èlite – confeziona una pellicola distopica poco nota in confronto ai film che ne hanno tratto ispirazione, su tutti L’Implacabile (1989) di Paul Glaser. Manifesto della pop-art ex-aequo insieme a Diabolik (1968) di Mario Bava, tratta di un futuro in cui domina una competizione chiamata La grande cacciache tra i propri partecipanti raggruppa individui dall’indole aggressiva, per evitare così che questi sfoghino la propria rabbia sulle strade. La competizione si svolge a gruppi di due giocatori, un cacciatore e una vittima: il cacciatore conosce tutti i connotati della vittima, mentre questa non sa chi sia il suo cacciatore. Vince chi riesce ad uccidere il proprio rivale. Marcello Mastroianni nel ruolo di vittima e Ursula Andress in quello di cacciatore duettano a colpi di mitra e baci in un film che assume contorni leggeri ma virtuosi, finendo entrambi vittima di un sistema commerciale/televisivo che anticipa il futuro dei mass-media di circa cinquant’anni. Una gemma del cinema italiano e distopico da riscoprire.

L’uomo che fuggì dal futuro (di George Lucas, USA 1971)

La fortuna e al contempo la sfortuna di George Lucas è che Star Wars ha ottenuto troppo successo. Esso ha praticamente obnubilato al grande pubblico le altre opere del regista californiano, il generazionale American Graffiti (1973) ma soprattutto il film di culto THX 1138, in italiano L’uomo che fuggì dal futuro. Se in altre opere, come i già citati Equilibrium e Alphaville, i sentimenti vengono repressi per eliminare il dolore, il futuro distopico dell’allora esordiente Lucas ipotizza che questi vengano eliminati in un processo maggiore che coinvolge la distruzione del pensiero individuale, considerato il tramite della ribellione e in grado di condurre alla caduta lo stato tecnocratico che governa in un sottosuolo dove vige l’ombra dell’omologazione di massa. È un film tecnicamente ineccepibile, che aiutò il giovane Lucas a sperimentare le nozioni imparate a scuola e senza il quale probabilmente la produzione di Star Wars – anch’esso ambientato in un futuro con tratti largamente distopici, la cui però matrice fantascientifica è troppo forte per essere limitata a una sola influenza – avrebbe incontrato senz’altro più difficoltà. THX è curiosamente anche il nome del sistema audio della Lucas Film, ma soprattutto il titolo del film con i toni più vicini al pensiero orwelliano che il cinema abbia mai proposto.

Rollerball (di Norman Jewison, USA 1975)

Rollerball è il nome del violentissimo sport di un futuro in cui non esistono più guerre grazie anche al Rollerball stesso, in cui gli uomini sfogano tutte le proprie frustrazioni. James Caan interpreta il miglior giocatore del Mondo, che è costretto dal presidente della sua squadra al ritiro per favorire loschi scopi di affari, ma la sua passione lo aiuterà in una grande impresa umana sotto le note di una toccata e fuga in re minore quantomai azzeccata. Film puramente distopico che entra nel mondo dello sport e della società di massa, che confonde l’individualità e la competizione in un feroce turbine di violenza. Una pellicola che pretende poco da sé stessa e tanto dal cinema degli anni ’70, regalandoci un cult sempre molto attuale.

Un ragazzo, un cane, due inseparabili amici (di L.Q. Jones, USA 1976)

Se il titolo vi attrae, non guardate questo film. La resa italiana dell’originale A Boy and his Dog fa di tutto per sviare i toni della pellicola, ma fallisce quando i pochi che riescono a recuperare l’ormai introvabile opera di L.Q. Jones si trovano davanti allo schermo. Tratto da un racconto di Harlan Ellison, che col cinema ha raccolto meno di quanto seminato con la letteratura, questo particolarissimo film propone uno dei maggiori cliché della distopia anni ’60 e ’70, la vita in seguito all’olocausto nucleare. In ciò che rimane di Phoenix, Arizona, i due protagonisti del film, un ragazzo interpretato da quel Don Johnson tanto amato da Quentin Tarantino e il suo irriverente cane che possiede poteri telepatici ed è in grado di parlare, vagano e conversano alla ricerca di cibo per il cane e donne per il ragazzo. Ne troverà una in quello che è un piccolo villaggio allestito a cinema pornografico, la quale lo condurrà nel sottosuolo, dove altri uomini scampati all’olocausto atomico hanno costruito una civiltà a metà tra il Circo Togni e un film di Luis Bunuel, in cui non mancano foreste artificiali e vere e proprie città. In una di queste, dove il ragazzo viene condotto, gli uomini cercano di rimediare alla loro impotenza, dovuta alla mancanza di luce solare, e il loro malefico piano consiste nell’estrapolare a tradimento il seme del ragazzo. Un film che sembra diretto da Jodorowski e scritto da Bulgakov, allegorico e satirico sulla scia del più famoso Zardoz (1975) di John Boorman, che nella propria lontananza da ogni canone commerciale sa divertire e demotivare al tempo stesso, con uno dei finali più inquietanti, ironici e sorprendenti di tutti i tempi.

Interceptor (di George Miller, Australia 1979)

Il cult a basso costo di George Miller, portabandiera del cinema australiano, capace di far scoprire un allora giovanissimo Mel Gibson al grande pubblico, è un film sul movimento. In primis per il contenuto: nel futuro la società è allo sbando, i poliziotti scarseggiano e i criminali hanno preso il controllo delle strade, in cui sfrecciano a tutta velocità con automobili futuristiche. In secundis per ciò che propone al cinema: è uno dei rari casi in cui il ritmo della distopia è rapido. La maggior parte dei film distopici sono lenti, ma non per le azioni, quanto per la trasmissione verso lo spettatore, poiché nella massa vige uno stato di rassegnazione. In Interceptor questo processo è veloce e lo spettatore viene messo in grado di assorbire l’avvincente ritmo della pellicola, come le ruote delle automobili che sfrecciano sulle strade fuori controllo.

L’esercito delle dodici scimmie (di Terry Gilliam, USA 1995)

La Jetée (1962) di Chris Marker – allievo del filosofo Jean-Paul Sartre – è un cortometraggio distopico baluardo della Nouvelle Vague, canonizzante per sua stessa lontananza dai canoni dell’epoca come il movimento francese richiedeva e meriterebbe di essere presente in questa lista se non fosse per la sua dimensione temporale limitata. Ci provò l’ex membro dei Monty Python Terry Gilliam, già regista del distopico Brazil, a reinterpretarlo in chiave di lungometraggio e adattandolo ai gusti dell’epoca: il risultato è il film distopico degli anni ’90 per eccellenza. Bruce Willis è uno dei pochissimi esseri umani scampati al contagio di un misterioso virus che ha ucciso il 99% della civiltà e torna nel passato grazie ad una speciale macchina del tempo per indagare sui fatti che hanno portato all’espandersi dell’epidemia. Entriamo dunque in un periodo in cui dominano gli effetti speciali e la distopia non può più prescindere dall’avvento della fantascienza quale fenomeno in grado di attrarre il grande pubblico nelle sale.

Battle Royale (di Kinji Fukasaku, Giappone 2000)

Kinji Fukasaku, che aveva quasi fatto portare al suicidio Akira Kurosawa quando a questo venne negata la regia del kolossal di guerra Tora! Tora! Tora! (1970), coaudivato dallo sceneggiatore Kenta Fukasaku, trae il meglio da un libro distopico di Koushun Takami e trasporta l’educazione, i costumi e la cultura di un paese cinematograficamente atipico come il Giappone in un devastante scenario distopico, simile per i toni a quello proposto da William Golding nel celeberrimo romanzo Il signore delle mosche. Nel futuro, gli adulti hanno perso la propria autorità nei confronti dei ragazzi: una volta all’anno, il governo organizza dunque una letale lotteria, nel corso della quale viene estratta una classe di una scuola che verrà trasportata in un’isola deserta e i cui studenti saranno costretti a uccidersi a vicenda finché non ne rimarrà soltanto uno, che sarà proclamato vincitore di questo crudele gioco chiamato Battle Royale. È un film che non perde mai la dignità: mantiene infatti intrigante il patto con lo spettatore anche quando la spirale di violenza raggiunge livelli massimi. La società distopica è fuori da quell’isola, teatro del film, ma la veniamo a conoscere soltanto quando vediamo i flasback dei diversi ragazzi coinvolti nel gioco: ciò che vediamo in questa pellicola, è il risultato della distopia. Uno dei prodotti più completi mai visti, con un drammatico cameo di Takeshi Kitano, che qui interpreta il personaggio di sé stesso, il professore della classe.

Hunger Games (di Gary Ross, USA 2012)

L’ultima frontiera di questa lista: dopo aver gradito la distopia in animazione con Akira (1988), in rotoscopio nel sorprendente A Scanner Darkly (2006) e con un meraviglioso 3D nel fumettistico Dredd (2012) – uno dei pochi mondi distopici ad interpretare la sovrappopolazione del pianeta come possibile piaga sociale, argomento caro ad Huxley – in Hunger Games la distopia sposa l’epica, adattandosi ai gusti del nuovo pubblico. Tratto da un romanzo di Suzanne Collins, la trama è essenzialmente la stessa diBattle Royalecon i risvolti de La decima vittimaRollerballTekkenL’Implacabile per quanto riguarda la crescente spettacolarizzazione della violenza. In una città futuristica, Capitol City, che comprende 13 distretti, vengono organizzati gli Hunger Games, dei giochi che si svolgono in un luogo isolato detto Arena, a cui partecipano dei ragazzi tra i 12 e i 18 anni selezionati tramite una lotteria. L’ultimo che rimane in vita, vince. È una pellicola che sa di già visto, ma che suscita notevole interesse per la sua encomiabile volontà ad avvicinarsi a un target di pubblico più ampio rispetto alla media dei film distopici, riuscendo ad appassionare anche coloro meno addentro a questo particolare genere con un sistema avvincente e mai tedioso, la cui satira verso il mondo della televisione è quantomai efficace.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...