Orizzonti di Gloria – recensione

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Orizzonti di Gloria  (Paths of Glory) di Stanley Kubrick, con Kirk Douglas, Ralph Meeker, Adolphe Menjou, Wayne Morris, Timothy Carey.  USA 1957

di Emanuele D’Aniello

Stanley Kubrick e i suoi film sono stati indistintamente idolatrati da critica e pubblico, un privilegio riconosciuto a pochissimi altri autori. I detrattori dell’artista hanno però rivolto sempre una critica ben precisa a Kubrick, quella di realizzare opere fredde, ciniche, distaccate, emotivamente distanti. Come risposta a questo errato pensiero credo che nulla sia meglio della scena finale di Orizzonti di Gloria, uno dei maggiori culmini emotivi mai toccati dal cinema nel ventesimo secolo: dopo tanti momenti di battaglia, processi ed esecuzioni, un manipolo di soldati francesi sosta in un bar, poche minuti prima di partire nuovamente per il fronte, consci di rischiare la vita. Una ragazza tedesca, proveniente quindi dalla nazione in quel momento nemica (interpretata da colei che diventerà la moglie di Kubrick fino alla sua scomparsa, conosciuta proprio su quel set), viene portata sul palco per intrattenere con una canzone i soldati. È trattata in malo modo, sbeffeggiata, strattonata, usata come una scimmia ammaestrata. Tra le lacrime, inizia ad intonare le note in tedesco di una canzone tristissima. I soldati ovviamente non capiscono e non conoscono le parole, ma iniziano a mormorare le note della canzone unendosi alla ragazza nel canto. Le prese in giro sono dimenticati, le differenze nazionali alle spalle, tutti cantano uniti commossi poco prima di andare in guerra. Il loro generale li guarda fuori dal locale e decide di attendere qualche minuto in più, lasciandoli nella loro momentanea serenità, prima di chiamarli e farli tornare in guerra.

Spesso si dice che esistono i film belli e brutti, i film riusciti e poco riusciti, i film solidi e quelli noiosi. Ma la cosa più importante per un film forse è quella di essere potente. Orizzonti di Gloria appunto è un film potente, ti entra dentro e non esce più. Stanley Kubrick nel 1957 era un giovane cineasta molto promettente che da poco si era guadagnato le prime critiche positive con Rapina a Mano Armata, ma è con questo film che Kubrick entra nel novero dei più grandi registi di sempre e non abbandonerà più quel ristretto gruppo per tutto il resto della sua favolosa carriera. Adattando l’omonimo romanzo Humphrey Cobb, il regista newyorkese realizza una delle opere del genere anti-militarista più forti mai concepite, mostrando a tutti cosa vuol dire “guerra” nel vero senso del termine: vediamo cosa accade prima, durante e dopo un’azione di guerra, ma soprattutto come di fronte ad essa gli uomini regrediscano e perdano ogni senso di civiltà e umanità. La storia è quella di un manipolo di soldati francesi guidati dal cordiale colonnello Dax che, durante il primo conflitto mondiale nel pieno del fronte militare contro la Germania, non riesce a portare a termine un’operazione impossibile, praticamente suicida, ordinata dal generale Mireau, poiché il fuoco nemico è troppo forte e le truppe avveriarie più numerose. Mireau, per screditare i soldati e gettare su di loro e responsabilità della fondamentale missione fallita, una volta rientrati in Francia ordina la fucilazione di alcuni soldati presi a caso (inizialmente addirittura 100, poi solo 3) per punirli della loro insubordinazione e codardia e farne un esempio di fronte al resto delle truppe. La trama mostra già di per se tutta la follia della guerra e degli uomini che la fanno, ma diventa quasi un pretesto di fronte al conflitto ideologico tra Mireau e Dax con i mezzo le vere vittime, i poveri soldati, ragazzi senza difese destinati a morire per le decisioni di altri, quelli con le divise piene di placche metalliche mai in prima linea nelle trincee.

Nel corso dei decenni abbiamo visto un imprecisato di film bellici, ancora più sono le pellicole con un chiaro intento pacifista. Poche sono però quelle potenti come questo film, perché Kubrick non si limita mai solo a fare il compitino e declamare un po’ di retorica anti-militarista. È in fatti un film di guerra, con scene di guerra, in cui il nemico non c’è mai, non si vede mai, si svolge solo unicamente all’interno di un solo esercito. La guerra non è mai tra due parti distinte (un concetto già ben chiaro fin dalla sua opera di debutto Paura e Desiderio) ma si nasconde nell’uomo e nelle sue scelte. Il conflitto non è che l’espressione della misera e solitudine dell’uomo, un momento che getta gli essere umani al più basso livello di civiltà, come si evince benissimo dalla tracotanza e follia del generale Mireau, un militare d’alto grado (non quindi un povero soldato della trincea) affetto da delirio di onnipotenza. Di contro, gli ideali del generale Dax ci riportano ad una dimensione di civiltà. Ma Dax è una figura più complessa che non un semplice idealista: ad una visione superficiale, oppure ad un occhio cinico (a dimostrazione che Kubrick non lo è mai stato) si potrebbe pensare che uno scenario difficile come quello di un conflitto armato bisogna essere decisi ragionare la testa, potrebbe sembrare che Mireau è razionale mentre Dax è retorico. Proprio qui Kubrick tormenta moralmente lo spettatore, perché in realtà Dax è quello razionale, ragiona con la testa (non mandando a morire i suoi soldati in trincea di fronte all’impossibilità di completare la missione con successo) e ragiona anche col cuore (con la sua calorosa difesa nel processo per salvare, non riuscendoci, i suoi uomini da una esecuzione ingiusta e barbara) mentre Mireau è semplicemente un folle.

“Lei è un idealista, e per questo la compiango come un minorato” è la frase forte con cui il generale Broulard, capo di stato maggiore e superiore dei due contendenti, si rivolge a Dax sul finire della storia. Qui si racchiude il senso di tutto, come la guerra faccia perdere di vista i valori umani. E non è un caso che il generale Broulard la pronunci nel suo bel palazzo settecentesco, lontano dal vero conflitto. È un contrasto che Kubrick durante il film usa spessissimo: la serenità e le grandi inquadrature dei saloni dei palazzi in cui i generali decidono il da farsi, mentre nelle trincee vediamo le tortuose e vertiginose carrellate della macchina da presa lungo tutto il perimetro d’azione. Una prova registica incredibile in cui tutto è calibrato perfettamente mostrando pieno possesso del mezzo visivo. Ma non sono carrellate fini a se stesse: se anni dopo in Shining sono soprattutto espressione di stile, qui in Orizzonto di Gloria nel luogo in cui le vediamo hanno un senso e sono strettamente legate alle emozioni, al destino fatale di quei soldati rinchiusi in quello spazio. Con un movimento sicuro di dolly vediamo il generale Mireau passare in rassegna le truppe, accentuando incredibilmente le differenze di classe tra lui e gli altri, e successivamente con un nuovo movimento di dolly è il generale Dax a passare, mostrando solo fierezza e sicurezza, quello stato d’animo conferito solo dalla sua coscienza pulita. E per dirla tutta conferito anche grazie all’incredibile performance di Kirk Douglas in una delle prove migliori della sua lunghissima carriera, capace di essere intenso e valoroso ma al tempo stesso dilaniato e impotente di fronte al destino ingiusto dei suoi uomini.

Raramente un regista è riuscito ad imporsi nell’immaginario collettivo non solo cinematografico come ha fatto Stanley Kubrick, ma questo è stato possibile solo grazie ai suoi film, e Orizzonti di Gloria è stato uno dei primissimi a centrare l’obiettivo. Basti pensare che il film per il suo anti-militarismo è stato bannato in Spagna per la durata del regime dittatoriale franchista e non è stato visto in Francia per pressioni del governo fino al 1975, una cosa semplicemente folle poiché il film non attacca l’esercito in quanto francese. Ma come detto quando un film smuove le coscienze e dà fastidio al potere (in maniera positiva, senza sobillare chissà quali stato d’animo nella gente come troppi prodotti retorici degli ultimi anni fanno) vuol dire che il suo scopo lo ha raggiunto, a prescindere dal livello artistico. Ma se un film è di Kubrick vuol dire che il livello artistico è anche eccelso, e ci troviamo di fronte in questo caso ad un vero capolavoro.

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