Oldboy – recensione

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Oldboy di Park Chan-wook, con Choi-Min-sik, Yu Ji-tae, Kang-Hye-jeong, Corea del Sud 2003

di Valerio Carta

A Seoul, durante una serata piovosa, un uomo di nome Oh-Dae-su viene trattenuto in una stazione di polizia in stato di ubriachezza. Un suo amico lo va a prendere, lo fa uscire e si allontana per fare una telefonata. Quando esce dalla cabina telefonica, di Dae-su, nel marasma notturno e in un labirinto di ombrelli, non vi è più traccia. Dae-su si risveglia in quella che ha tutta l’aria di essere una camera d’albergo, non fosse per la porta bloccata, dotata di una fessura che permette il passaggio dei piatti con del cibo. Dae-su non ha idea di chi lo abbia imprigionato in quella camera, né del motivo, né conosce la durata della sua prigionia. Tutto quello che ha a disposizione è un televisore da cui viene a conoscenza che sua figlia è stata rapita e portata in Svezia e sua moglie è stata assassinata. Vicino al cadavere, la polizia ha rinvenuto tracce ematiche appartenenti a Dae-su.Quindici anni dopo, Dae-su viene improvvisamente liberato sul tetto di un grattacielo, nell’area dove fu rapito quindici anni prima, e inizia una caccia all’uomo per scoprire chi lo ha rinchiuso, perché lo ha fatto e infine per ottenere vendetta. Ma le apparenze, in una storia di vendetta, spesso sono più ingannevoli della stessa.

Secondo capitolo della “Trilogia della Vendetta” di Park Chan-wook e probabilmente il più celebre, Oldboy è divenuto rapidamente un film di culto nella popolazione occidentale, tanto da spingere l’americano Spike Lee a dirigerne un remake. È un film con uno stile che si discosta molto da quelli che siamo abituati a vedere in occidente, essendo la vendetta di Dae-su sì alla base di un comportamento umano comune, ma quello che ci viene mostrato è la nascita, lo sviluppo e la morte della stessa. La vendetta è tanto la protagonista di Oldboy quanto lo è Dae-su, l’uomo comune che si ritrova ad affrontare il mondo criminale partendo da zero. Benché sia un soggetto di base già visto nella cinematografia, Oldboy ne stravolge i canoni, mostrandoci una metamorfosi che travolge ogni poro della pelle di Dae-su. Inizialmente egli viene presentato come un ubriacone, un uomo stupido, inutile, ma trascorsi i quindici anni della sua immotivata prigionia – in un fiume d’immagini al quale si accavalla il voice-over di Dae-su che si interroga sulla sua reclusione – diviene un personaggio con una caratterizzazione fortissima, l’esatto opposto di quello che avevamo visto all’inizio: un uomo divorato dal proprio rancore. L’illusione creata ad opera d’arte dal superlativo montaggio trasporta lo spettatore nella stanza d’albergo insieme al protagonista dell’opera, gli fa dimenticare il pensiero che sta guardando un film in un trionfo dell’illusione audio-visiva. Come Dae-su, lo spettatore non conosce i motivi della prigionia, ma a poco a poco si dimentica dello scopo principale per assistere alla tragedia di un uomo che, una volta in libertà, non diventa un super-uomo, ma acquisisce ancor di più tristezza e solitudine, che è ciò a cui la vendetta porta. Crede di non avere nulla più da perdere, e noi con lui. Perché la vendetta non fa il film, ma diventa questa qualcosa di diverso, un percorso di purificazione personale che mette a nudo l’uomo e tutti i suoi sentimenti e permette a Dae-su che i suoi quindici anni non siano stati sprecati (“Non ho anche io il diritto di vivere?”). E c’è l’impressione che Dae-su si dimentichi persino del suo desiderio, ma provi a raggiungerlo perché è quello che deve fare in quel momento: per dirla seguendo la filosofia orientale, la vendetta, in Oldboy, è.

Nella metamorfosi di Dae-su sono interessanti i suoi primi due incontri una volta liberato. Bisogna premettere che lui per quindici anni ha visto sì altri uomini, ma solo attraverso uno schermo televisivo; risulta tragicamente paradossale l’incipit, quando incontra un suicida in procinto di gettarsi dal tetto di un palazzo, che Dae-su salverà trattenendolo per la cravatta solo per poi raccontargli la sua storia. Non è più il Dae-su ubriacone che abbiamo conosciuto all’inizio, ma non è nemmeno un uomo generoso, quando se ne va infatti subito dopo aver raccontato la sua storia senza ascoltare il racconto del suicida traspare il suo distaccamento dalla realtà che ha tanto desiderato. Nell’ascensore che dal tetto del grattacielo porta in strada, Dae-su si ritrova nella cabina con una donna. La scena viene montata in modo da “raccontare, ma non mostrare”, regola tipica della letteratura piuttosto che del cinema, ma produce un effetto fortissimo quando la donna, in strada, si lamenta con un poliziotto per presunte molestie di Dae-su dentro l’ascensore, e contemporaneamente il suicida della scena precedente compie il suo ultimo gesto e si infrange su una macchina. A quel punto Dae-su, in un culmine di inumanità, sorride e pronuncia la frase chiave di tutto il film: “ridi, e il mondo riderà con te, piangi, e piangerai da solo”. La figura di Mi-do, una ragazza che Dae-su incontra in un bar e riconosce come la concorrente di un programma televisivo sudcoreano sui migliori chef del Paese, è essenziale nel film. Dae-su ordina da mangiare “qualcosa di vivo”, avvertendo il bisogno di divorare letteralmente la vita, dopo essere stato rinchiuso in un’ambiente morto. Mi-do è necessaria al fine di contrapporre la pura rabbia dell’uomo a quei sentimenti frutto dello stesso istinto che se sfruttato da una parte produce rancore, rabbia e vendetta, dall’altra amore, fratellanza, generosità. Ed è proprio Mi-do ad aiutare Dae-su nella sua ricerca, tanto realistica quanto ingannevole. L’immotivata prigionia è creduta assolutamente plausibile, quando invece un motivo di fondo c’è, e stravolge tutte le carte in tavola. Dae-su da vittima passa a carnefice, e poi di nuovo a vittima, attraversa i ruoli della semplice comparsa, dell’eroe e dell’antagonista, in un trionfo di montaggio e in una Seoul tanto eclettica da ricordare le metropoli occidentali per lo stile di vita sfrenato e per i pericolosi incontri in giro nelle strade. Lo stile del film, in questo, sarebbe del tutto occidentale se non fosse per i dettagli che si soffermano sulla violenza e la sessualità. Molti i primi piani sulle torture che sottolinea un dolore che non genera piacere in colui che tortura, ma è totalmente vuoto.

E anche quando Dae-su trova chi lo ha imprigionato e ne scopre il motivo, che capovolge completamente la trama, non c’è quel senso di liberazione, libertà tanto celata, ma c’è un dolore ancora più grande, ed è questo che Park Chan-wook mostra nella sua trilogia della vendetta inquadrandola in un piano diverso da quello a cui siamo abituati a pensare: non è la gratuità della violenza, bensì quella delle conseguenze, e il percorso empio ma puro per ricercare uno status quo che non può avvenire – come i fatti narrati nel finale del film testimoniano. Oldboy non è un thriller che attraversa i fatti per giungere alla conclusione della storia, non è un film incentrato sulla forza dell’azione, ma è la tragedia di un uomo e di tutte le persone che incontra nel suo percorso, ognuna di esse facenti parte di un contesto di vendetta e quindi ognuna di esse svuotata nella propria fame divoratrice. E nell’abbraccio finale sotto la neve che chiude un’ora e cinquantaquattro che rimarranno negli occhi degli spettatori a lungo per il punto di vista dei vendicatori mostratici da Park Chan-wook, una valanga emotiva travolge in maniera decisiva gli esseri umani, sacchi di carne e sangue che possono provare rabbia, delusione, affetto e amore. Perché, quando una storia di vendetta si conclude, l’uomo rimane.

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