Il Padrino – recensione

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Il Padrino (The Godfather) di Francis Ford Coppola, con Marlon Brando, Al Pacino, Diane Keaton, Robert Duvall, James Caan, Talia Shire, John Cazale. USA 1972

di Emanuele D’Aniello

In America esiste il modo di dire “larger then life” letteralmente traducibile come “più grande della vita” per ricordare persone o avvenimenti che vivranno per sempre e sono più grandi, importanti e radicate nell’immaginario collettivo di quanto si possa concepire. Ecco, nell’ambito cinematografico Il Padrino è assolutamente più grande della vita stessa.

Tutti lo conoscono, anche quei pochi che non lo hanno visto conoscono qualche scena o addirittura mentono dicendo di averlo visto; chiedendo alla gente quali sono i migliori film di gangster o inerenti alla Mafia è sempre citato nei primissimi posti. Il problema è che a 40 anni dalla sua nascita molti ancora non hanno capito che non è un film sulla Mafia e non parla di Mafia, nessuno durante le quasi 3 ore di pellicola parla mai direttamente di Cosa Nostra o pronuncia quella parola, pur mostrando il film con enfasi gli aspetti epici del crimine organizzato. Il Padrino è forse la più grande e potente saga familiare mai concepita e uno dei più grandi atti d’accusa alla perdita dei valori nella società americana, uno dei maggiori melodrammi americani del novecento. Tutto questo è riscontrabile nei romanzi e nella sceneggiatura di Mario Puzo, capolavori che il virtuosismo deciso di Coppola ha reso immortali. Si prende la comunità italo-americana, probabilmente la più legata alle tradizioni del paese d’origine, si introduce il concetto di Mafia, la rappresentazione forse più estrema dei vincoli di sangue indissolubili, e la metafora è servita su un piatto d’argento. Il film si apre con un matrimonio e si chiude con un battesimo, due cerimonie tradizionali e fondamentali in ogni famiglia, i sacramenti che più di tutti sanciscono la nascita di un nuovo nucleo familiare; vediamo all’opera dei criminali e non dimentichiamo mai che lo sono, eppure simpatizziamo per loro e quasi proviamo compassione, perchè per la maggior parte del tempo li vediamo insieme, dentro casa a svolgere faccende quotidiane, a parlare e mangiare, continuamente a mangiare, come fosse una famiglia normale come fosse la nostra. I Corleone hanno la fama di banda spietata, ma per tutto il film non uccidono mai un solo innocente: l’unico non mafioso ucciso da loro è il capitano McCluskey, un poliziotto però corrotto. Non vediamo atti di racket, prostituzione, spaccio, ogni attività criminale dei Corleone si svolge al di fuori del cerchio familiare, e non a caso ogni qualvolta qualcuno si allontana dalla famiglia non finisce bene: Sonny per uno scatto d’ira lascia la casa e rimane da solo, e puntualmente viene trucidato; don Vito si allontana banalmente un momento dal figlio per comprare un’arancia al banco di frutta, e puntualmente viene colpito da un sicario; Michael deve allontanarsi fino in Sicilia, e puntualmente il suo nuovo amore Apollonia viene ucciso in un attentato. Appena manca la protezione più intima della famiglia nessuno è al sicuro, nemmeno i più potenti.

E chi sta perdendo negli anni settanta la protezione più intima di un vero regime di valori? L’America in tutti i suoi livelli, dalle istituzioni (la grigia presidenza Nixon che raggiungerà l’apice col Watergate) alla società (nuovi discutibili costumi tra gli adolescenti) passando per il rispetto nel resto del mondo (l’escalation militare in Vietnam). L’America, pur da sempre ricolma di difetti e ipocrisie, deve recuperare moralità. E il rimando è immediato alla figura di Vito Corleone: è il leader di un’associazione criminale, quindi non esente da difetti o colpe importanti, ma è il centro morale della storia, è vecchio, saggio, tiene sulle spalle tutta la famiglia, ama i figli e li protegge, e gestisce la sua attività con raziocinio opponendosi al nuovo business di Sollozzo, dice chiaramente che le droghe sono un affare sporco in cui non vuole entrare, vuole continuare una idea di crimine senza vittime. Incute timore e rispetto, ma tutti i gesti atroci da lui compiuti non sono mai mostrati in prima persona, o sono narrati da altre persone o sono compiuti indirettamente, come il celeberrimo episodio della testa di cavallo mozzata. Quando afferma rivolto al becchino Buonasera “un giorno, e che quel giorno non arrivi mai, ti chiederò un favore in cambio” si gela il sangue dello spettatore pensando alla più efferata vendetta, invece il favore che chiede in cambio è quello di sistemare il corpo del figlio morto per far si che la madre non lo veda ridotto in quello stato. E’ un padre dilaniato quello che chiede il favore in cambio. Se all’inizio don Vito può apparire come un boss spietato, per buona parte del film Vito è semplicemente un vecchio patriarca che mira al bene della propria famiglia. E l’esatto percorso inverso compie Michael Corleone. Uno dei figli di don Vito all’inizio è un soldato che si è arruolato nell’esercito proprio per non entrare negli affari immorali della famiglia. Pian piano per l’amore che lo lega ai fratelli e al padre viene risucchiato in un vortice da cui tornare indietro è impossibile, la sua lealtà per la famiglia gli fa compiere il suo primo omicidio e poi lo trasforma completamente. Alla fine del film Michael è del tutto un’altra persona. In un solo istante spezza i legami con tutta la vita precedente, mentendo a Kay, la quale lo guarda da lontano mentre è acclamato come nuovo Padrino. La porta viene sbattuta in faccia alla moglie a segnare la fine di una vita e l’infinita lontananza tra due persone e due modi di pensare. Michael non è più una persona indipendente ma semplicemente una marionetta manovrata dal suo destino e dalla sua lealtà verso la famiglia.

Tradurre sul grande schermo una complessità simile di valori e sentimenti è un compito impossibile, ma Il Padrino c’è riuscito. La sceneggiatura di Mario Puzo sfiora la perfezione pur presentando una struttura classica su come il potere passa di generazione in generazione, e ci riesce grazie ad uno sviluppo della storia ricco di situazioni e scene memorabili e ad una serie di volti indimenticabili: al termine della lunghissima sequenza iniziale, il matrimonio della figlia del boss, conosciamo già le personalità, i modi di fare e pensare, i caratteri di una vastissima galleria di personaggi. La regia di Coppola è sicura, potente, intensa, capace di costruire atmosfere incredibili, e soprattutto eclettica; è sontuosa nel già citato matrimonio iniziale, una cerimonia sfarzosa, imponente e fondamentale per dare senso a tutto il film; è epica, abilissima nello sfruttare i grandi spazi quando Michael va in trasferta forzata in Sicilia; è adrenalinica nel finale grazie ad un montaggio da film d’azione per la sequenza di omicidi che chiude i conti e corrompe definitivamente il giovane Michael. E grosso merito per il lavoro di Coppola va soprattutto a Gordon Willis, uno dei più grandi direttori della fotografi americani di sempre, che in questo film si supera con un uso dei colori e delle tonalità superbo, passando dallo scuro delle scene al chiuso come all’inizio in cui deve essere trasmesso il timore per la presenza e le parole di don Vito ai colori chiari e caldi per il resto del film. Così come una grande componente per il successo della pellicola è la colonna sonora immortale di Nino Rota, un tema musicale che tutti conoscono e che si è sentito così tante volte in così tanti contesti diversi. E si potrebbe addirittura non parlare degli attori perchè sono le loro interpretazioni a parlare da sole: il film lancia Robert Duvall, James Caan, John Cazale ma soprattutto la stella di Al Pacino che qui firma una delle prove più intense, profonde e carismatiche di tutta la sua carriera, ogni singola emozione, e il suo personaggio ne prova davvero tante nel corso del film, è trasmessa solo muovendo gli occhi. E poi Marlon Brando, da molti definito prima del film ormai sul viale del tramonto qui invece rinasce dalle proprie ceneri, lo studio del Metodo è messo in pratica in ogni movimento, il registro di emozioni che trasmette dalla paura alla compassione è impressionante, sa lavorare in modo misurato e in sottrazione. Riguardate la scena in cui Tom Hagen nel cuore della notte confessa a don Vito che il figlio Sonny è stato ucciso: è un momento indescrivibilmente tragico, potrebbe piangere, singhiozzare, urlare, disperarsi, sciogliersi, rimanere in silenzio, invece Brando fa un solo movimento, un singolo sussulto, e in quel sussulto c’è tutto, con un solo sussulto si spezza il cuore dello spettatore che percepisce tutto il dolore provato in quel momento.

Come detto il film esula dal suo stesso contenuto, dalla sua stessa concezione, prende vita propria, viene interpretato in tanti modi, diventa tessuto culturale di un’intera società. Ci sarebbero milioni di aneddoti e retroscena da raccontare, dal cotone nelle guance di Brando ai suoi scherzi nel set, a Coppola che non voleva dirigere il film, alle difficoltà economiche, ai dubbi della Paramount sul cast e sulla volontà durante le prime settimane di cambiare regista, ma come detto il film è già parte della nostra eredità culturale con tutte le scene e frasi che chiunque può citare a memoria. Quando parte quella musica alla prima nota tutti riconoscono immediatamente Il Padrino.

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