Il Cavaliere Oscuro: il Ritorno – recensione

tdkr

Il Cavaliere Oscuro: il Ritorno (The Dark Knight Rises) di Christopher Nolan, con Christian Bale, Tom Hardy, Anne Hathaway, Marion Cotillard, Joseph Gordon-Levitt, Michael Caine, Gary Oldman, Morgan Freeman, Matthew Modine.   USA 2012

di Emanuele D’Aniello

Finalmente ci siamo, e purtroppo già ci manca. Christopher Nolan ci ha fatto attendere quattro lunghi anni (per fortuna nel frattempo ci ha regalato un capolavoro come Inception) ma ora il film più atteso dell’anno è nelle sale, l’ultimo capitolo della trilogia di Batman firmata dal regista inglese. E già questa è una novità assoluta: in un genere come quello fumettistico dominato dal franchise, mai nessuno aveva deciso di realizzare una trilogia, una storia chiusa con un inizio e una fine, invece di una serie di film sempre tutti uguali, e mai nessuna compagnia lo aveva permesso. Nolan si è trovato di fronte una straordinaria opportunità, quella di concludere una saga su un supereroe (scatenando anche nella mente dei fans domande sul possibile destino del protagonista, elemento senza precedenti) avendo la chance di invertire la rotta che vede spesso il terzo capitolo come il più debole di una serie. Possiamo dire, senza ombra di dubbio, che la rotta è stata invertita nella maniera più strabiliante possibile.

The Dark Knight Rises indubbiamente rappresenta, finora, il trionfo personale e cinematografico di Christopher Nolan, il suo film più sentito ed emotivamente complesso.Inception rimane il suo film migliore,The Dark Knight nella trilogia forse è ancora un pizzico sopra, ma il peso di questo film è ben diverso, perché a differenza di altri progetti più personali, qui Nolan si è trovato di fronte una fanbase immensa da ringraziare, per la fiducia e la passione in tutti questi anni, e da accontentare un’ultima volta. La passione nel progetto, l’amore per i personaggi e le loro storie, tutto si percepisce in ogni scena, e per questo anche qualche lieve caduta (un paio di buchi di sceneggiatura, un paio di deus ex machina improvvisi, una prima parte a tratti confusa per la moltitudine di personaggi) fortunatamente non compromette l’importanza del film. Un film che, pur essendo il più fumettistico e per certi aspetti il meno realistico della trilogia, tra oggetti volanti e mega-bombe nucleari con tanto di timer, è assolutamente figlio del suo tempo, dal punto di vista cinematografico e culturale. Cinematografico, perché il già citato Inception ha dato a Nolan la sicurezza e soprattutto l’audacia di costruire un’intricata tela narrativa su diversi piani temporali e non solo senza mai perdersi, riuscendo a gestire più personaggi e più situazioni in parallelo, alternando le trame col montaggio in maniera rapida per creare un climax sempre più travolgente. Culturale, perché come i precedenti due film della trilogia erano figli della paura e del caos successivo all’11 settembre, questo capitolo finale è figlio della crisi economica degli ultimi anni, delle difficoltà e delle differenze sociali di una nazione, un momento nel quale un miliardario come Bruce Wayne, come i veri miliardari, può perdere tutta la sua fortuna con un azzardo in borsa.

Nel realizzare la sceneggiatura i due fratelli Nolan e David Goyer si sono ispirati in ambito fumettistico a celebri storie di Batman come No Man’s Land, Knightfall e The Dark Knight Returns, ma soprattutto, come dichiarato in più interviste, ad un romanzo capolavoro della letteratura come Racconto di Due Città di Charles Dickens. Già il fatto che un comic-book movie si rivolga come fonte d’ispirazione ad un caposaldo della letteratura è un fatto sbalorditivo, e fa capire quanto Nolan con questi film abbia elevato il genere e non realizzato solo opere d’intrattenimento. Vedere applicato il Terrore post-Rivoluzione Francese a Gotham City, quindi all’America attuale, è un’immagine potentissima, perché vediamo davanti ai nostri le estreme conseguenze di una crisi economica che si fa crisi morale e sociale, ed anche le iperboli storiche che appartengono al passato (gli espropri forzati, i tribunali del popoli, le rivolte in strada) sembrano così drammaticamente vicine e possibili. Il monologo di Bane davanti alla prigione di Blackgate fa venire alla mente un novello Robespierre pronto ad assaltare nuovamente l’equivalente prigione della Bastiglia, capace di sfruttare le tensioni sociali per instaurare qualcosa di ancora più terribile, esattamente come accaduto in Francia poco più di due secoli fa. La lotta di classe fa da fondo alle storie di Gotham City, ed ogni personaggi è costretto a posizione in un senso o nell’altro.

Pur con tutti i fortissimi accenti sociologi, la storia raccontata da Nolan in questa trilogia rimane sempre una storia essenzialmente e profondamente umana, in tutta la sua tragicità e profondità. Non è la storia di Batman, tanto che a volte stona quasi vedere un uomo mascherato da pipistrello gigante, ma la storia di Bruce Wayne, la storia di un uomo che ha perso tutto e si sacrifica per un più alto ideale. Batman non è qui solo un vigilante, ma un simbolo di speranza per una città e una generazione, Bruce Wayne non è solo un ricco filantropo finto playboy, ma un esempio che spinge gli altri ad essere migliori, un uomo che ha dato letteralmente il suo corpo per la causa, non a caso in una breve scena dal medico, vedendo ricapitolati tutti i traumi fisici patiti nel corso degli anni, capiamo che essere eroi non è bello o divertente, ma faticoso. Il mezzo per realizzare i suoi scopi non è la lotta o la distruzione, come vuole Bane, ma il sacrificio, anche se estremo. La chiave di tutto, la chiave dell’intera trilogia, la ritroviamo in Batman Begins (i cui echi sono presenti in maniera decisiva in questo film, come tono e come storia, molto più rispetto a The Dark Knight che qui porta, per quanto fondamentali, solo pochi tasselli a livello di trama) nella scena in cui Alfred va a riprendere Bruce Wayne dal suo volontario esilio, e i due dialogano in aereo sulla via del ritorno: c’è bisogno di speranza, di un esempio, di una scossa per migliorare e cambiare la situazione che a Gotham c’è stata per breve tempo solo dopo la morte dei genitori di Bruce. La loro morte, per quanto tragica e non certo premeditata, ha risvegliato in maniera decisiva le coscienze. Lì, in quel momento, con quel ricordo, Bruce capisce che la via è il sacrificio. Bruce fin dall’inizio si è sempre dato un limite temporale, si è sempre posto un obiettivo, sapeva di non voler essere Batman per sempre, ha sempre studiato una via di fuga (che inizialmente doveva essere una vita con Rachel, ma Joker lo ha impedito), ha sempre detto che la sua vera missione è far capire che l’esempio può venire da chiunque, che Batman, o meglio un eroe, può essere chiunque, anche senza una maschera. Per tutta questa serie di motivi il film non solo è la fine della storia di Bruce Wayne, ma in un certo senso è la storia delle origini di John Blake, un poliziotto senza macchia, idealista e col senso del dovere. Il suo ruolo è fondamentale, è il vero co-protagonista del film come lo era Harvey Dent nel capitolo precedente, ma se in quel caso l’esempio umano veniva corrotto, ora l’esempio diventa il nuovo simbolo. No, non aspettativi una continuazione della saga con protagonista Joseph Gordon-Levitt, non aspettatevi le avventure di Robin, ma il senso del finale e della parabola di John Blake è principalmente quello che chiaro fin dall’inizio della trilogia: chiunque, maschera o non maschera, può essere un esempio, un simbolo, un eroe.

Why Do We Fall? Perché cadiamo? Questa è la domanda che tormenta la storia fin dall’inizio, ma la risposta, per tutte le volte in cui vediamo Bruce/Batman cadere, è sempre la stessa: per imparare a rialzarci. Sono tante le situazioni e le persone che costringono il nostro eroe a rialzarsi, a cominciare dall’arrivo di Bane, un mostro ed una minaccia come nessun altro mai apparso nella serie, inclusa quella antecedente i film di Nolan. Ci troviamo di fronte un villain a tutto tondo, Bane è un avversario mentale e soprattutto fisico, la personificazione del male e del dolore, una macchina di distruzione letale e al tempo stesso intelligente. Non ci devono essere paragoni col Joker, perché fondamentalmente inutili, e perché i due personaggi sono villain assolutamente agli antipodi: Joker è il caos, sguazza nell’anarchia, non ha origini e non sappiamo praticamente nulla di lui; Bane è metodico, ha una ideologia ben precisa, conosciamo le sue origini e le sue motivazioni, e per quanto si faccia odiare senza mai presentare ripensamenti, ha una specifica e complessa tragicità. La costruzione del personaggio attraverso le sue azioni è perfetta perché, sapendo in partenza che sarà sottoposto ad un ingeneroso paragone, si cerca di renderlo più pericoloso dei suoi predecessori: Joker inscena una intricata rapina in apertura di The Dark Knight, Bane lo supera aprendo il film con una spettacolare e complicatissima “rapina” aerea; Joker non vince mai uno scontro fisico, Bane spezza la schiena a Batman (in un momento assolutamente iconico, ripreso esattamente uguale al celebre fumetto); Ra’s Al Ghul fa alzare i ponti di Gotham, Joker minaccia di farli saltare in aria, e Bane è l’unico che finalmente ci riesce mettendo in ginocchio un’intera città; Joker fallisce quando vuole far esplodere due navi stracolme di gente, ora grazie alla dialettica di Bane i detenuti non esiterebbero un solo istante a far esplodere una nave piena di civili, come infatti fanno cacciando i cittadini di Gotham dalle loro stesse case. Bane ha successo grazie all’incredibile performance di Tom Hardy, una straordinaria prova fisica (chi conosce l’attore inglese non rimane certo sorpreso) e di pura recitazione, riuscendo a trasmettere con gli occhi tutti i sentimenti di un volto coperto da una grossa maschera. Il Bane di Hardy parla attraverso gli occhi perché la sua voce, filtrata e quasi robotica, serve più che altro ad incutere paura: il suo tono, l’accento, i cambiamenti vocali, l’abilità di far percepire un dolore interiore, ogni singola sillaba terrorizza chi ha di fronte (se potete, evitare il penoso doppiaggio italiano come la peste). Naturalmente, l’architetto di tutto questo è Talia Al Ghul, che per quasi tutto il film si cela sotto la falsa identità di Miranda Tate. Lei è il pugnale lento, come lei stessa afferma, il Diavolo che si insinua in un ambiente, lo manipola, lo contamina, e lo distrugge come nulla fosse. Qualcuno potrebbe pensare che il colpo di scena non funziona perché avviene troppo tardi, o che una volta rivelata la sua vera identità il peso di Bane venga ridimensionato. Nulla di più sbagliato. Talia non arriva solo alla fine, lei è sempre Talia fin dall’inizio, manipola la Wayne Enterprise prendendone il comando, manipola Bruce seducendolo proprio nel momento in cui lui si accorge di essere più solo, senza più Alfred, nella casa vuota, guardando foto di gente ormai morta, manipola tutta la città guadagnandone la fiducia fino agli ultimi istanti, e Marion Cotillard una volta annunciata come Talia è assolutamente magnifica nella sua cattiveria glaciale. Al tempo stesso il ruolo di Bane aumenta di importanza, perché comprendendo le sue origini acquista in tragicità, e scoprendo che la sua rivoluzione è una farsa capiamo che con la sola intelligenze e dialettica è riuscito a sobillare e manipolare gli animi di una città intera. La nuova Selina Kyle invece (mai chiamata Catwoman nel corso del film) si posiziona in una zona grigia che le dona ambiguità ed immenso fascino, rendendola a mani basse il miglior personaggio femminile dell’intera trilogia. Anne Hathaway è semplicemente fenomenale ad interpretare il vero spirito conflittuale del personaggio, lo fa con bravura ed estrema sicurezza firmando una prova da applausi, dando forma ai dubbi di una intera fetta di popolazione, chiaramente dalla parte delle classi povere ma consapevole che i metodi per affermarsi e sconfiggere il sistema non sono sicuramente quelli chiesti da Bane.

In tutto questo marasma, Batman/Bruce (un Christian Bale mai così affranto e ferito, indubbiamente alla miglior performance personale nella trilogia) ha sempre le sue colonne morali pronte a sorreggerlo. Lucius Fox non ha molto da fare nel film, ma Morgan Freeman gli dona sempre quella dignità che lo mantiene simpatico ed interessante. Alfred è il vero cuore della storia, e pur sparendo completamente all’inizio del secondo atto, rimane impresso nella mente degli spettatore: il merito è tutto di un Michael Caine in stato di grazia, capace di sfruttare ogni scena in cui appare e trasformare i suoi monologhi nelle scene più strazianti e tristi del film. Jim Gordon rimane un personaggio grandioso, un uomo schiacciato dal peso della bugia lunga 8 anni che gli ha portato via moglie e figlio, eppure per il bene di una città intera continua, come dice lui stesso, a mantenere le mani sporche di fango. Gordon è un eroe esattamente come Batman, un eroe senza maschera, ma è troppo compromesso per prenderne l’eredità (che infatti spetta a John Blake). Gary Oldman come sempre è un mostro di bravura, i primi piani che Nolan gli regala dimostrano la sua perfeziona minimalista nel comunicare sentimenti senza fare o dire nulla. Il personaggio di Matthew Modine è alquanto inutile e poteva tranquillamente essere tagliato, ma fortunatamente non diventa mai deleterio.

L’ambizione del film si nota anche nella sua struttura e nella sua lunghezza. Due ore e 40 minuti non bastano a contenere tutti i personaggi e tutto quello che Nolan vuole raccontare, ma sono sufficienti a creare momenti calibrati al millimetro. Ad esempio le apparizioni centellinate di Batman: si attende molto prima del suo ritorno, perché va costruito e reso sensato, ma una volta che arriva al fan quasi letteralmente viene voglia di alzarsi in piedi ed esultare. Se gli elogi ai soliti collaboratori di Nolan sono diventati routine, non possiamo non farli soprattutto questa volta: Wally Pfister, al suo ultimo film come direttore della fotografia prima di dedicarsi ala carriera da regista, ci regala immagini splendide come sempre, e Hans Zimmer si supera componendo il suo miglior lavoro nella trilogia, con una musica onnipresente, trascinante, brutale, ma tragica e dolce quando serve. L’ambizione del film si capisce quando la struttura in tre atti è solo apparente, in realtà assistiamo ad un continuo climax ascendente che poi culmina in un lungo spannung clamoroso, negli ultimi spettacolari 30-35 minuti la tensione e l’alternarsi di emozioni mandano in apnea qualsiasi spettatore: il finale meriterebbe discussioni per ore, ma solo pensare che un comic-book movie riesca a far commuovere spettatori adulti è degno di nota, la bellezza e l’emotività di quei secondi finali sono destinati a rimanere nell’immaginario collettivo. Questa è l’audace teoria che Nolan porta sullo schermo, tra indagini sociologiche e umane ci può essere il dubbio e la sorpresa anche in un film simile: la scelta di non far morire Bruce Wayne e far semplicemente ereditare il suo costume, ma uccidere addirittura Batman perchè è ciò che serve a far passare il messaggio, rappresenta il guizzo che nessuno poteva immaginare. Questa è la più grande dote di un regista come Christopher Nolan, un autore che fin da Memento rispetta e capisce l’intelligenza degli spettatori, non li tratta come pupazzi ma li stimola continuamente con film dalla complessa architettura narrativa e dalle interessanti introspezioni psicologiche, coniugando sempre intelletto ad intrattenimento.

Una trilogia perfetta nella sua realizzazione e nella sua funzione, quella di essere in realtà una sola grande storia divisa in tre atti (film). Nolan ha fatto in pochi anni quello che nessuno aveva pensato di fare o potesse pensare di veder succedere: ha rivoluzionato, elevato e trasformato un genere, creando uno standard con cui confrontarsi continuamente. La ciliegina è proprio quest’ultimo film, una delle opere più complesse e viscerali del regista e non solo, che fortunatamente, se il secondo capitolo può essere paragonato come funzione e risultato all’interno della trilogia al Padrino Parte II oppure a L’Impero Colpisce Ancora, non è assolutamente l’equivalente di delusioni come Il Padrino Parte III o Il Ritorno dello Jedi, ma una pellicola nettamente migliori sotto tanti punti di vista. E ora sicuramente la Warner Bros fra qualche tempo lancerà una nuova serie di film su Batman con una nuova storia (tanti tanti tanti tanti auguri al prossimo regista che dovrà raccogliere questa eredità, ne ha davvero bisogno) ed ugualmente Christopher Nolan potrà dedicarsi ad altri progetti originali che vuole realizzare, ma questa trilogia rimarrà indelebile nella testa di milioni di fans ed immortale nella storia del cinema.

stellastellastellastellano_stella

Un pensiero su “Il Cavaliere Oscuro: il Ritorno – recensione

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...